
Caotico, rumoroso, farsesco: Kusturica non rinuncia al proprio stile neppure in questo suo nuovo film. Non a tutti piace, com’è naturale. C’è chi ritiene che il conflitto nei balcani sia troppo recente e complicato per essere trattato in modo così leggero, c’è chi l’ha trovato eccessivamente esuberante, c’è chi lo giudica troppo naif, c’è chi lo stronca come "caotico e noioso".
A me è piaciuto. Cambierei giusto il titolo, quel "La vita è un miracolo" mi ricorda più benigni che capra. E forse è vero che nella prima parte si sarebbe potuto tagliare qualche scena, rendendo più scorrevole il film senza perdere nulla di sostanziale, ma anche no. Mi sono piaciuti non solo il caos e l’esuberanza, ma anche l’ironia, la musica e l’atmosfera persistente di allegra tristezza, oltre a molte scene e personaggi che non descriverò per non toglierne il piacere a chi ancora non l’ha visto. Chiaro, se cercate un film realistico, passate oltre. Se vi aspettate che un film ambientato in un teatro di guerra debba avere per protagonisti eroici soldati animati da nobili sentimenti che strisciano tra le frattaglie altrui, resterete delusi. Se vi pare incredibile che non tutti i serbi siano crudeli torturatori assetati di sangue e che non tutti i musulmani siano tagliatori di teste, statevene a casa. Se ritenete che gli argomenti seri debbano essere trattati solo in maniera drammatica e senza concedere spazio all’ambiguità, alla metafora ed al surrealismo... yaaaaawwwwnnnn, buon per voi. Se amate i piccioni più di quanto apprezziate il buon cinema, trasferitevi in Inghilterra.

Ingredienti:
Acqua
Farina
Lievito
Sale
Metano
Due candeline
Preparate l’impasto con acqua, lievito, sale e farina, copritelo con un canovaccio pulito e lasciatelo lievitare in un forno tiepido, spartitelo in contenitori della misura e della forma desiderata e fatelo lievitare ancora un po’, fino a quando il metano provocherà l’esplosione di mezza casa e vi manderà in esilio per 351 giorni. Quando tornerete, ci saranno ancora grumi di pasta appiccicati al tavolo; ci potreste conficcare due candeline e soffiarle esprimendo un desiderio. Volendo.


La pioggia non giova particolarmente all’allegria del borgo natio, com’è facile immaginare. A maggior ragione se mi ritrovo inchiodato qui anche durante il lungo weekend pasquale, mentre a sentire i telegiornali tutti gli italiani si stanno spostando in massa dalle città per andare al mare, in montagna, in altre città o nelle stazioni orbitanti. Tutti tranne me, i miei amici e le persone che conosco, che siamo troppo civili per contribuire all’intasamento delle autostrade ed al sovraffollamento dei treni (in misura del tutto secondaria pesa il fatto che siamo dei pezzenti e non abbiamo i soldi per muoverci).
Unica eccezione: AMG che è andato da qualche parte con la fidanzata e tornerà in crisi di astinenza da plei stescion. Sperando che nessuno dei due si sia ubriacato (ma non credo, avrebbero telefonato).
Costretto quindi a girovagare per le vie del borgo senza possibilità di fuga, mi ritrovavo di fronte due scelte alternative: dedicarmi con impegno alle scarse proposte culturali offerte dal borgo oppure ubriacarmi come un carrettiere circondato da belle diciassettenni.
So cosa state pensando, ma mi state giudicando male. Senza esitazioni venerdì sera ho rifiutato la compagnia delle ragazzine e mi sono recato all’ultimo appuntamento del Cinecoso Alternativo per vedere il pregevole "Samaria" di Kim Ki-Duk. Dico, un film del grande regista coreano visto in lingua originale, per giunta. E non mi vergogno a dire che mi è piaciuto assai. Visto che vi eravate fatti un’idea sbagliata di me?
Sabato, poiché ho anche una coscienza politica oltre ad un animo nobile e sensibile, sfido la pioggerellina sottile ma impetuosa e vado in piazza ad ascoltare il comizio di rifondazione. A me sembra che rifonda abbia perso qualche annata, dalle mie parti: al comizio c’erano più che altro minorenni e pensionati, gli altri mi sa che sono già in montagna a prepararsi. Sotto un portico, con aria sardonica ci guarda il capofasciobastardo accompagnato da uno dei suoi sgherri con la faccia da picchiatore; tra tutti e due penso non sfigurerebbero sull’isola del dr. Moreau. I discorsi dal palco, d’altra parte, spaziano dalla razionale invettiva contro tutto l’universo mondo (con la quale mi ritrovo d’accordo) alla demagogia spicciola e meno spicciola, che mi fa raddrizzare il pelo sulle braccia. Verso le cinque e mezzo mi ritengo culturalmente soddisfatto ed entro nel bar più vicino.
Esco alle nove di sera, perché quel bar lì chiude presto. Mi sposto nel bar di fianco e poi in quello di fianco ancora. Ovviamente ubriaco come un pulcino caduto in una botte di vino ed accompagnato da diciassettenni ubriache quanto me (va beh, una diciassettenne però stupenda e questo farà di me l’uomo più invidiato del carcere) e dai miei amici. E così sono andato avanti più o meno per i due giorni seguenti.
Questo a dimostrare la teoria sociologica che se l’ambiente sociale e culturale fa schifo, la scelta più razionale che un individuo possa fare è mandare in vacanza la propria coscienza.

Interrogai le carte prima di partire per il mio viaggio; le disposi tra il passaporto ed il posacenere e come mi aspettavo uscirono quasi solo carte di sventura, è evidente che farsi le carte da soli non conviene mai. Solo la papessa mi offriva consiglio e protezione, benedicente dal soglio lontano su cui era assisa, mentre il sole d’agosto mi rendeva imprudente ed il vino mi spronava il sangue. Partii senza ascoltare i consigli ed andai molto lontano, a vedere città dove le cicatrici slabbrate della guerra stentavano a rimarginarsi, a guardare il mare dalla finestra e dal balcone. L’onda mi travolse sulla via del ritorno ed io guardai l’onda negli occhi, l’amai mentre mi lacerava vestiti e pelle per lasciarmi sanguinante e nudo su una spiaggia cotta dal sole. Stordito, mi alzai e barcollai lungo il bagnasciuga fino a quando il vento sollevò la sabbia e levigò la mia pelle come quella di un neonato; cieco, sentii i rovi conficcarsi nei miei piedi e nelle mani ed il profumo di rose selvatiche nelle narici; perduto, scorsi un angelo od un jinn nella tempesta e ne seguii l’ombra finché riuscii a tenere il suo passo, ma inciampai e caddi in questo pozzo o fosso indiano. Sono rimasto a lungo a vegliare digiuno, sforzandomi di ricordare almeno il mio nome o quale fosse la meta del mio viaggio, ma nell’oscurità uniforme di questo buco non c’è spazio per tracciare un confine tra la realtà e il sogno. La mia pelle nuova è rimasta pallida e fragile, le mie grida mi rimbombano contro. A stento, aggrappandomi ad ogni ciuffo d’erba che sbuca tra le pietre, risalgo strisciando verso la spiaggia o la tempesta, senza badare al cielo cobalto che incombe su di me né all’acqua scura che giace limacciosa sul fondo. Infilo le mani tra i sassi sconnessi, sfidando i serpenti annidati e nascosti. Sdraiato sulla sabbia, potrò usare la mano libera per togliermi il chiodo conficcato nell’altra, e le spine dai polmoni.

Questa data non entrerà nei libri di storia, non sarà commemorata nella retorica dei presidenti a venire, non farà affiorare lacrimucce tra le ciglia delle istituzioni. E’ solo il 24 marzo. E’ solo l’anniversario dell’inizio della guerra del mondo contro la serbia, delle bombe su belgrado e sui treni passeggeri, dell’uranio impoverito e delle operazioni di polizia internazionale. E’ solo il 24 marzo, un giorno come tanti, non si fanno feste nazionali o cerimonie pubbliche per ricordare che sei anni fa abbiamo mandato aerei a bombardare città, abbiamo autorizzato, appoggiato, incoraggiato delle stragi ingiuste.
In questo 24 marzo del 2005 siamo presi da altri problemi, pubblici e privati. Il governo straccia la costituzione e l’opposizione si straccia le vesti. La sinistra che sei anni fa sganciava bombe con spudoratezza in violazione di quella stessa costituzione, la sinistra che ieri si rallegrava perché la mussolini può rientrare in corsa e strappare qualche voto ai suoi ex camerati, la sinistra che ieri chiamava democrazia il potersi presentare alle elezioni in violazione delle leggi in vigore, la sinistra che appoggia i fascisti come manganello contro i propri concorrenti alla poltrona, definendo tutto questo libertà e civiltà, la sinistra, oggi, denuncia il dazio pagato alla lega dai ceffi al governo, l’alleanza miope e devastante tra forcaroli e pendagli da forca, strepita contro il colpo di mano dei propri avversari e calandosi le brache con gran dignità sventola tricolori e costituzione.
Oggi, ieri, sei anni fa.
Alla frana che incombe sulle nostre teste, alla faccia gongolante di calderoli, alla soddisfazione rantolante di bossi, al sorriso malfattore di berlusconi, hanno contribuito in modo non indifferente mostrando loro come la costituzione non fosse altro che un simulacro, un paramento, niente affatto intangibile e degna di rispetto. Quel giorno hanno rivelato quanto ingenui fossimo stati noi, a crederci, ed hanno aperto la strada a ciò che sta succedendo oggi.
Se quello che vogliono è indurci a rifugiarsi nel disgusto, ci stanno riuscendo. La tentazione di chiudere gli occhi di fronte a questa commedia dell’arte è forte, ma chi sa se quando li vorremo riaprire sarà un giorno come tanti altri.

Alle quattro del mattino mi sveglio. Un altro incubo, di quelli che poi hai paura a riaddormentarti e pensi "già che sono sveglio tanto vale fumare una sigaretta". C’era un qualcosa dei discorsi fatti in treno tornando da Ve, qualcosa della discussione di laurea di Bulus, qualcosa di un vecchio martin mystère che ho letto, qualcosa che non voglio sapere da dove arriva; il mio inconscio che gioca con i lego. Tutto sommato ho troppo sonno per alzarmi, e le sigarette sono drammaticamente rimaste nell’altra stanza da qualche parte tra il divano, il tavolo e quella specie di metafora empirica del mio disordine mentale accatastata tra l’uno e l’altro. Il divano sfondato, autentica finta pelle, due ore a trasportarlo dalla casa del tipo che me l’ha regalato alla Villa, due mesi per capire se è verde o blu. In realtà direi che si tratta di un banalissimo pantone 328, se il riflesso del sole sul monitor non mi trae in inganno. Almeno tre libri in corso di lettura. Il volume di Blueberry uscito con la repubblica. Una nuova ingiunzione della rai a pagare il canone per un televisore che non possiedo. Il posacenere. L’accendino che mi ha regalato un rumeno di nome Costantino. Volantini pubblicitari ed elettorali. Due cartoni da due litri di succo ACE, uno vuoto ed uno pieno. Un quaderno a quadretti intonso. I biglietti del treno. Una biro che non funziona. Il tavolo di autentico finto legno recuperato a casa dei miei.
In mezzo a tutto questo, un pacchetto con cinque barclay dentro. Preferisco restare a letto.
Da mesi, ogni volta che tocco la maniglia della porta dell’ufficio prendo la scossa. Succede solo a me. Assolutamente ininfluente quali vestiti io indossi, quali scarpe calzi, con quale mano tocchi la maniglia. Da mesi mi succedono un sacco di fatti strani. La Villa è abitata da un fantasma con gli occhi verdi, mi dicono. Qualsiasi cellulare io cerchi di chiamare si spegne spontaneamente. Non che questo mi renda nervoso, mi distraggo progettando il modo di riuscire a fumare anche nel sonno. Passeggio, cazzeggio, scrivo funzioni in excel.
Alle sei e cinquantacinque del mattino mi sveglio.

Un giorno PierBulus sarà un regista teatrale di successo ed io, suo amico da sempre, potrò scriverne la biografia non autorizzata rivelando alcuni dei momenti più turpi della sua vita, o almeno ricattarlo un po’ con la minaccia di farlo. Nel frattempo, vi offro un capitolo in anteprima: il racconto della sua festa di laurea.
Ambientazione: la Città Galleggiante.
Epoca: ieri.
Personaggi: tutti.
Per aggirare lo sciopero dei treni che tiene il Triste Borgo Natio isolato dal resto del mondo, verso mezzogiorno di ieri una combriccola di loschi figuri si riunisce in Piazza Bao e da lì si avvia in direzione Vincenza; dal capoluogo, infatti, parte l’unico e solo treno che ci renda possibile raggiungere la Città Galleggiante, sede della discussione e dell’annunciata festa. Arrivati nei pressi della stazione ferroviaria, tuttavia, ci troviamo a dover affrontare un piccolo inconveniente: dove lasciare incustodita e sola la povera automobilina che generosamente ci ha accompagnato sin qui? All’unanimità viene optato per un parcheggio incustodito e gratuito, senza lasciarci spaventare dal caratteristico cartello rotondo a sfondo blu barrato di rosso e dalla curiosa scritta "moto" sull’asfalto. Ce la ridiamo, noi! Che stiamo andando alla festa di laurea di PierBulus*. All’unico sportello aperto della biglietteria la fila è immensa, perché la gente chiede informazioni sui treni soppressi e sugli orari invece di chiamare lo stramaledetto numero verde. Eh, ma si sa che spesso una bella conversazione faccia a faccia risolve molte più cose, sai mai se convinci il bigliettaio a guidare lui il treno...
Fatto sta che arrivare allo sportello per noi è impossibile, così come alle biglietterie automatiche; prendiamo dei biglietti a fascia chilometrica e buonanotte, anche se il treno sarebbe stato un intercity. Il capotreno vista la situazione si mostra clemente, risparmiandoci supplementi e multe varie. Siamo sprezzanti della legge, noi che stiamo andando alla festa di laurea di PierBulus!
Ad attenderci alla stazione troviamo Reggae e Cashté, con i quali ci avviamo verso la dimora dove siamo destinati ad alloggiare. Siamo già una bella comitiva, io, PornoRambo e Gent. Sig.Ra., Nello, Vlad, Fu, il fratello di Fu, Pado, ’Rmanzo, gli amici di ’Rmanzo (che cito collettivamente perché sono bambini e non hanno diritto ad una citazione singola, a parte Don Cicciù che mi è simpatico).
Appoggiamo i bagagli e ci dirigiamo verso il noto locale Capo Horn; alla gita si aggiungono naturalmente Gimmi e AMG, locatari dell’appartamento e coinquilini di Bulus, accompagnati dalle rispettive dame.
La Città Galleggiante comincia a dare segni di scricchiolamento al nostro passaggio. A questo punto ci sarebbe la scena di me, Porno e Stefania che ci perdiamo per le calli mentre gli altri proseguono spediti, ma non è poi così importante (né realistico: siamo in mille incamminati verso lo stesso posto, come potremmo perderci? Eppure...)
Al Capo Horn, bevuto a stomaco vuoto lo spritz del buongiorno, ci ricordiamo di questa faccenda della laurea di Bulus e ci dirigiamo finalmente verso la sede di discussione della tesi. Trattandosi del T.A.R.S. e quindi di una cosa un po’ alla buona, le tesi vengono discusse all’interno di un cantiere edile e la commissione è composta dal relatore, due muratori ed un imbianchino. In questo luogo ameno veniamo raggiunti da molti altri amici di PierBulus, vicini di casa, amanti tradite, debitori e figli illegittimi;
il nostro si presenta con più tifosi dell’hellas verona di fronte alla schiera degli esaminatori e questi, intimoriti, decidono di liquidarlo in fretta con un centoddieciellode e buona lì, dopo una discussione che pare una chiacchierata al bar tra amici. Risolta questa formalità, possiamo trascinare fuori il malcapitato e sfogare su di lui anni ed anni di rancore, cancellando una riga alla volta dal nostro libro nero le voci che lo riguardano.
Il neolaureato viene prima di tutto fatto spogliare e sottoposto a pubblico dileggio; si procede poi a fargli infilare un’elegante calzamaglia ed una maglietta con scritte offensive. Lo si impacchetta per bene con del nastro adesivo, curandosi di bloccargli la circolazione in diverse parti del corpo tra cui quelle atte alla riproduzione. Gli si infila un’altra calzamaglia in testa, con vari oggetti umoristicamente appesi. Gli si fa indossare dei guanti di gomma ripieni di salsa rosa. Lo si unge con ketchup e senape. Lo si prende a calci e a manate sulla schiena. Gli si fa leggere l’umiliante papiro di laurea con tutto il complesso rituale del caso. Quando sembra che il peggio sia passato, lo si fa baciare da Nello. Il tutto di fronte allo sguardo compassionevole della madre, da lui invocata nei momenti peggiori. Questo succede quando si laurea un personaggio di un certo rilievo.
Dopo avergli fatto tutto il male promesso, rimettiamo in sesto il Bulus e ci trasferiamo verso un locale dal nome troppo difficile da ricordare per mangiare qualche crostino e bere qualche bicchiere. Dal nulla compare anche la Principessa Bandolina, che non veniva avvistata da moltissimo tempo a causa dei suoi numerosi impegni mondani e dei suoi mille fidanzati immaginari, mentre alcuni invitati ci lasciano per tornare a casa prima del calar della notte. Come sempre, questa è la situazione in cui si vaga da un tavolo all’altro chiacchierando con tutti, si beve un bicchiere di vino rosso, si esce per una sigaretta, si beve un bicchiere di spritz cynar, si razzola tutto il commestibile vegetariano, si beve un bicchiere di vino bianco...**
Tra i tavoli comincia a gironzolare il cane di Ghost in the Shell 2, o almeno così mi pare; Nello inizia a cantare in francese, procurando strazio alle nostre anime tormentate; Cashté con ingenuità lampante mette nelle mani di PierBulus il proprio cellulare la cui rubrica contiene il numero di telefono di tutte le persone più importanti della Terra, non sapendo che sarebbe stata l’ultima volta in cui l’avrebbe visto. Succedono cose.
In preda ad un inspiegabile attacco di altruismo, ad un certo punto della serata io ed alcuni cavalieri (e pure un paio di dame) ci allontaniamo dal fulcro della festa per occuparci di una povera Biancaneve vittima di un colpo di freddo***, ed a spese del suo principe azzurro ci facciamo anche un giretto in taxi per la Città Galleggiante accompagnandola a casa. Messa in salvo Biancaneve ed un po’ più sobri a causa del tempo trascorso e della gita in barca, ci mettiamo a cercare il resto dei festeggianti.
Sulla strada incrociamo PierBulus, del quale tutti si erano ormai dimenticati; sembra piuttosto ubriaco e si avvia barcollante verso casa sorretto da due prestanti fanciulle. Alziamo le spalle e proseguiamo. Ciò che resta dell’armata brancaleone si aggira per Campo Santa Margherita; le coppiette infrattate, i bambini che si stringono sotto un sacco a pelo per ripararsi dalla frescura notturna, altri misteriosamente scomparsi. Dopo aver mangiato e bevuto un’ultima cosa cominciamo a preoccuparci di dove e come dormiremo, essendo fisicamente impossibile starci tutti nell’appartamento di Bulus. Gimmi prende in mano la situazione e comincia a distribuire gli ospiti tra le varie case dei dintorni, mentre tutti noi lo lasciamo fare ammirandolo per le sue capacità organizzative strabilianti nonostante sonno e stanchezza****. Al termine di questa lunga giornata torniamo a casa, accompagnati per le calli dalle canzoni e dalla meravigliosa voce di Camille; siamo rimasti solo in quattordici, e con l’ingegno che ci caratterizza riusciamo a ricavare in ogni angolo dell’appartamento una nicchia per dormire (anzi, secondo me ce ne stavano anche altri due o tre, ma poi dove trovavamo la scusa per allontanare Nello?).
Questa mattina alle sei, dolce risveglio sul divano assediato da diciassettenni che russavano alacremente tutt’intorno a me, come tanti innocenti e puzzolenti angioletti ubriachi. PierBulus si sveglia grugnendo, lancia la bestemmia del mattino e si mette a chiedere soldi in prestito: a dimostrazione che una laurea non serve a niente, come si sapeva già.
* Questo comportamento è da considerarsi incivile, ma sul serio non c’erano posti liberi e noi rischiavamo di perdere il treno. Inoltre, non ci hanno dato la multa quindi lo rifarò alla prossima occasione.
** Contrariamente a quanto si dice in giro, i miscugli di alcolici non fanno male. Com’è noto il vino fa sangue, e bisogna occuparsi pertanto sia dei globuli rossi che dei globuli bianchi. Lo spritz cynar serve per le piastrine o altre componenti del sangue che non conosco.
*** I veneti non stanno mai male per aver bevuto troppo, al massimo durante l’atto del bere possono prendere dei colpi di freddo.
**** Ci ha liberati di Nello.

Come ben sapranno i lettori più attenti, io sto alla musica come larussa sta alla simpatia, ovvero non ci capisco una ramazza nonostante i coraggiosi sforzi quotidiani intrapresi per colmare questa lacuna. Tuttavia, quando l’amico Pornorambo mi ha proposto di andare a sentire il Requiem di Mozart interpretato dal vivo nella città di Vincenza, mi sono sentito in dovere di accettare per diversi motivi: in primo luogo pensavo si trattasse di una proposta a sfondo sessualo (invece è venuta anche la sua Gent. Sig.Ra a fare da terza incomoda), poi ci avrebbe dovuto suonare un nostro amico che ha venticinque anni di età e trentadue di conservatorio alle spalle, infine perché come ho già avuto occasione di spiegare io e Porno siamo inteletuali di un certo rilievo e dobbiamo quindi presenziare a tutti gli eventi culturali proposti nel borgo natio e dintorni. Sapete, sono quelle due o tre serate all’anno a cui non si può proprio mancare.
Fieri di tutte queste valide argomentazioni, Venerdì sera sfanculiamo il Cinecoso Alternativo (tm) di Nello e raggiungiamo Vincenza, nominata capoluogo della provincia per l’aver dato il nome al famoso baccalà alla vincenzina. Arrivati alla chiesa dove si sarebbe di lì a mezz’ora tenuto il concerto, veniamo a sapere che il nostro amico organista aveva sdegnosamente abbandonato l’orchestra di fronte alla prospettiva di suonare il requiem sulla pianola del mulino bianco (lui, che ha suonato in tutti i migliori teatri del borgo natio!). Ed ecco che anche il secondo motivo per assistere al concerto viene a mancare, ma rimane forte la spinta inteletuale.
Entriamo in questa chiesa del tredicesimo secolo così grande e bella che viene spontaneo chiedersi quanto paghi dio di ICI e scopriamo che il malefico clero non si era degnato di predisporre abbastanza sedie per tutti gli inteletuali convenuti, oltretutto riservando i posti migliori ai crassi notabili cittadini. Dopo intensi minuti di riflessione Porno se ne esce con una delle sue idee geniali ed andiamo a saccheggiare i confessionali, recuperando posti a sedere sia per noi che per una ragazzina di nostra conoscenza nella quale c’eravamo per caso imbattuti. Così comodamente sistemati avvisiamo l’orchestra che siamo pronti a cominciare. A quanto mi ha in seguito riferito Pornorambo, il concerto è stato introdotto dal discorso di un prete il quale avrebbe anche sparato alcune pregevoli cazzate; non posso purtroppo confermarvelo perché automaticamente il mio cervello smette di registrare quando un agente vaticano apre bocca.
Contrariamente alle mie aspettative, il concerto non era presenziato dal sig. Mozart, a quanto pare per ragioni di salute; è stato lo stesso molto gradevole, con questa orchestra che suonava (senza organo), delle persone che cantavano e questa musica molto toccante che ti porta inevitabilmente a guardarti dentro ed al culmine dell’introspezione commentare "ah però". Persino ballabile, in qualche punto. Non ho capito se sia in tourné o meno, ma se vi capita andate a sentirlo; senza troppe aspettative, chiaramente, i Folka sono un’altra cosa.

...ma secondo me quando i bambini fanno "Oh" stanno solo tramando qualcosa.

La primavera ci rende sonnolenti ed è sempre più difficile seguire il filo del frenetico susseguirsi di eventi in politica interna. Per venire incontro alle vostre esigenze di cittadini informabili, KarmaChimico vi offre in anteprima assoluta il piano delle prossime smentite del cav. Banana:
- Smentire che la maggioranza di governo stia attraversando un periodo di difficoltà
("Queste sono illazioni della stampa bolscevica.");
- Smentire che calderoli abbia mai dato le dimissioni
("Ma se non sa neanche scrivere il proprio nome, figuriamoci una lettera di dimissioni, via!");
- Smentire che la lega abbia mai fatto parte della maggioranza di governo
("Ma scherziamo? Fin dal ribaltone del ’94 ho sempre detto che non avrei più stretto accordi con la lega. Cosa vi inventate, adesso?");
- Smentire di aver smentito che la lega abbia mai fatto parte della maggioranza di governo
("Qui qualcuno ha le traveggole, cribbio. Ma si può poi sapere cos’è questa lega?");
- Smentire di aver detto che le elezioni regionali abbiano un peso politico
("Ma dai, lo sappiamo tutti che sono una cosa locale, così, tanto per fare.");
- Smentire di aver mai promesso che nel 2006 ci saranno altre elezioni politiche
("Resto al governo io, cosa dovrei riferire al parlamento? Che non cambia nulla? Ma è una non-notizia!");
- Smentire che l’italia abbia mai avuto una costituzione valida
("E’ chiaramente stata scritta sotto la minaccia delle armi sovietiche e con l’avvallo della magistratura");
- Smentire che l’italia sia mai stata una repubblica
("Quella cosiddetta repubblica è stata solo una fase transitoria, un oscuro periodo di regime comunista come si può evincere fin dal nome, che per fortuna ora può dirsi luminosamente conclusa grazie a me");
- Smentire che l’italia abbia mai avuto la forma di uno stivale
("Considerando che la calabria l’ho appena regalata al mio amico Jorgi Bush, non capisco dove ci vediate uno stivale");
- Smentire che la terra giri attorno al sole, quand’è così evidente che è il sole a girare attorno a lui
("Ma queste sono cose che si studiano a scuola!").
Altolà, moralisti! Vi viene il dubbio che il Lestofante Capo abbia mentito, mentirà in futuro e con ogni probabilità stia mentendo anche in questo momento? Sbagliate. Fate più attenzione a quando parla: tiene sempre le dita incrociate dietro la schiena, per cui il suo comportamento è eticamente ineccepibile.
E anche se non c’entra nulla, le dite incrociate oggi le teniamo pure noi, però per solidarietà con un’amica che si laurea. Anche ieri si è laureato un amico e noi si è incrociati le dita. Lunedì si laurea Bulus e noi si va a prenderlo in giro, umiliarlo pubblicamente e bere a sue spese: non tutti se la cavano con un’incrociata di dita.

E.: Stai bene con la barba.
#: Davvero? Sei la prima donna che me lo dice. Di solito gli uomini mi dicono che sto bene e le donne mi dicono che sto male, la cosa iniziava a preoccuparmi.
E.: Ma no, sembri più... come dire...
#: Aaarrghh.
E.: ...più maturo. Voglio dire, tu sembri sempre maturo, e... ehm... lo sei, ma...
#: ...aaaAAAARRRRGGGHHHH...
E.: ...cioè, non voglio dire che tu sia vecchio, ma...
#: ...AAAAAAAAARRRRRGGGGGGGGHHHHHHHH...
E.: ...più, come dire...
#: ...ho capito, ho capito, non occorre che infierisci.
E.: ...no, ma quello che volevo dire è che sembri...
#: Fermiamoci qui, ti prego. Non ho bisogno del colpo di grazia.
Devo confessarlo: pur essendo teoricamente eterosessuale fino a prova contraria, per me l’universo femminile contemporaneo rimane un mistero*. Non mi capacito di come il mio collaudato sguardo languido e deprimente si riveli inefficace, eppure giurerei che fino al ’97 funzionava. Accidenti come cambia in fretta il mondo quando sei distratto. Va beh, mi farò monaco trappista, niente di male; però siccome sono una persona estremamente sportiva, vi rivelerò quello che non dovreste mai sapere ovvero le tecniche di approccio dei miei amici, così le pulzelle sapranno da quali atteggiamenti stare in guardia e non sarò più l’unico ad andare in bianco**.
Questa volta però non inserirò nomi e foto per una serie di validi motivi, quali (ad esempio) il fatto che alcuni dei miei amici sono fidanzati e le loro morose potrebbero passare di qui e scoprire di essersi fatte conquistare*** da tecniche già collaudate con altre quarantasei donne prima di loro, e magari qualcuno potrebbe anche offendersi e farmi molto male.
Personaggio misterioso A: Individua una donna, le si avvicina e comincia a parlare. Se lei sembra disponibile ad ascoltare, continua a parlare e parlare e parlare dicendo peraltro cose molto divertenti ed interessanti e sfoderando il proprio indiscusso fascino. In realtà, nel suo discorso sono disseminati messaggi subliminali che agiscono sull’inconscio e rallentano l’afflusso di sangue al cervello, cosicché ad un certo punto l’ascoltatrice si sente mancare e scambia questo cedimento fisico per attrazione sessuale. Nel caso non funzioni, il Personaggio misterioso A tenta di far leva sulla commozione mediante l’approccio "sguardo da cocker". Se non funziona neanche questo, cambia bersaglio.
Personaggio misterioso B: Individua una donna, le si avvicina e comincia a parlare. A differenza del Personaggio misterioso A, i suoi discorsi non sono in genere né divertenti né interessanti, ma un susseguirsi di frasi sconnesse apparentemente senza senso ma ordinate secondo precisi criteri cabalistici. In genere le donne cadono stremate ai suoi piedi disposte a tutto pur di farlo star zitto; alcune si innamorano, ed è a questo punto che il Personaggio misterioso B dichiara la propria totale indisponibilità a concupirle e scotendo la testa sdegnato (per essere stato interrotto mentre parlava) le abbandona con il cuore spezzato.
Personaggio misterioso C: Individua una donna ed attacca discorso con una scusa qualsiasi. Il racconto delle vacanze, l’ultimo film che ha visto, il libro che sta leggendo. Poi con nonchalance le chiede "Tipo, hai qualcosa in contrario se adesso ti bacio?" Appena lei apre la bocca per rispondere lui ci infila dentro la lingua (semplice ed efficace al di là delle aspettative).
Personaggio misterioso D: Individua l’elemento più debole del branco ed attacca. Si tratta generalmente di una donna con evidenti problemi affettivi, lo sguardo triste, l’aspetto emaciato ed una certa tendenza all’alcolismo. Il Personaggio misterioso D si avvicina e sfarfugnandosi il colletto della camicia attacca bottone; una volta lanciata l’esca, si allontana per bere qualcosa senza perderla d’occhio ed aspetta che la preda chieda informazioni su di lui a qualche amica, ricevendone in cambio mirabili descrizioni di prestazioni sessuali al limite dell’incredibile (voci che lui stesso ha disseminato ad arte e sulle quali campa di rendita da anni). Poi, con aria disinvolta, torna dalla donna oggetto di desiderio e la convince a chiudersi in bagno con lui. Di solito ne esce truccato di tutto punto e sessualmente soddisfatto.
Personaggio misterioso E: Individua dieci donne, fa a tutte apprezzamenti grotteschi ad alta voce (es.: "Ti scoperei anche morta su un tavolo di obitorio"****) e si accanisce su quella che non fugge.
Direi che cinque possono bastare per farvi un’idea. Studiate attentamente questi comportamenti e sappiateli riconoscere fin dalle prime avvisaglie, così da essere pronte a rifilare il due picche al momento opportuno. Non abbiate scrupoli: in ogni caso si tratta di individui senza cuore che si vogliono solo approfittare di voi. Siete avvisate.
P.S.: No, dai, a dire il vero sono tutti bravi ragazzi coccolosi e romantici, sensibili ed affettuosi. Che se dico che sono individui senza cuore poi vi innamorate.
* Sì, dovrebbero esserci circa altri tre miliardi di maschi nelle mie condizioni, ma questo non incide minimamente sulla gravità del problema.
** La mia mente luciferina ha sposato la teoria "Se non riesci a migliorare la tua situazione, cerca almeno di peggiorare quella degli altri."
*** A soli fini retorici, escludiamo per il momento la possibilità che la donna goda di libero arbitrio. Sappiamo tutti benissimo che in realtà sono loro a prendere e scartare i maschietti come meglio desiderano.
*** Sic.

Magari su internet c’è pure qualcuno che fa letteratura, per carità. Magari c’è qualcuno che scrive divinamente e se pubblicasse il libro me lo comprerei pure. Anzi c’è, l’ho visto. Magari stai pensando che stia parlando del tuo blog, eh?
Statisticamente improbabile.
La maggior parte dei blog è interessante solo per chi li scrive. La stragrande maggioranza. Alcuni secondo me non sono tanto interessanti neanche per chi li scrive, lo fanno solo perché gli piace il rumore della tastiera e non possono stare a masturbarsi tutto il santo giorno. L’unico aspetto positivo del fatto che tanta gente scriva il proprio diario in formato elettronico é tutta la cellulosa risparmiata; ma neanche, perché fatta eccezione per gli adolescenti brufolosi non è che questa gente scriverebbe, altrimenti. Non è vero che scrivono così per scrivere, scrivono per farsi leggere, non avevano mai scritto una parola in vita loro prima di scoprire la grande opportunità di seminare messaggini "Bel blog! Che ne pensi del mio?" in giro. E ci sono pure un sacco di template che su firefox si vedono male. E certi tizi hanno una concezione così assurda degli accostamenti di colore che diresti siano caduti nel pentolone di LSD da piccoli mentre il druido era distratto. E insomma come sempre c’è una moda e tutti ci si mettono e prima o poi alcuni si stuferanno ed inventeranno qualcosa di nuovo mentre altri si stuferanno e seguiranno quegli altri che hanno inventato qualcosa di nuovo e lo renderanno altrettanto logoro.
E poi se proprio volete la verità nuda e cruda a me il termine "blog" mi ha sempre fatto schifo.
Ed io neanche ci volevo venire qui.
Io volevo solo imparare l’XML, ecco.
E non ce l’ho neanche fatta.
Per cui
meglio tardi che mai
ufficialmente vi annuncio che
[rullo di tamburi]
stremato dall’impossibilità di fare letteratura in rete e non volendovi far perdere altro tempo con le mie cazzate, sono fermamente deciso a...
ehi
aspetta un attimo
è appena uscito in libreria un altro di quei libri della serie "Gisù scopava" che spiega come i templari travestendosi da catari alla corte dell’imperatore siano riusciti a ricongiungersi con i rosacroce della tribù perduta di israele e guidati dal figlio di maria maddalena ora governino segretamente il mondo all’ombra del sephiroth
affascinante
hanno davvero tagliato degli alberi per questa cosa
e la gente lo compra ed è felice
e allora improvvisamente il mio senso di colpa va a puttane e mi dico quando ho voglia di battere tasti batto tasti almeno non vi chiedo nulla in cambio e se oggi o domani o tra un anno mi sarò stancato di battere tasti la smetterò.
Che poi vi insegno a preparare il martini nel sacro graal, quando mi ricordo. Promesso.

Del resto è ormai noto ai più che siamo nel 2005 e le donne sono stufe del maschio dolce e sensibile che le coccola, si ricorda degli anniversari e si sforza (invano) di capirle. L’hanno provato e non è poi questo granché, ora preferiscono l’uomo vero che non ha sentimenti o eventualmente non li dimostra, si comporta in maniera spietata nei loro confronti e si vanta al bar delle proprie perfomance sessuali (fonte: probabilmente un sondaggio di Panorama).
Trovare questo maschio ideale non è così semplice come sembra. Per vostra fortuna, ho per le mani un campionario interessante da proporvi:
Jimmi: noto anche come GmGasTer, ha i peli anche sulla schiena come piace alla donna contemporanea ed è divenuto oggetto di culto per i gay newyorkesi, senza che nessuno (tantomeno loro) riesca a spiegarselo.
Bulus: si proclama l’ultimo dei romantici ma non fatevi trarre in inganno, fa le scurreggette in pubblico e per le sue doti sessuali viene chiamato anche "Otto Marzo" perché è la festa delle donne. Per le sue restanti caratteristiche fisiche è invece meglio noto come "Sei Marcio".
Nello: Perché no? Se avete meno di diciotto anni e volete provare il fascino dell’esotico ancora avvolto nella confezione originale...
PornoRambo: Spiacente, ma questo è già impegnato (scusa Porno se ti ho rovinato la piazza). Però inserisco comunque la sua foto migliore così potete dolcemente accarezzarvi guardandola.
Ed io no? No, io continuo ad essere l’uomo dolce e sensibile che vi coccola ricordandosi degli anniversari e quando siete distratte vi mette incinta la sorella e scappa ai caraibi con l’argenteria di famiglia, quindi non vado bene. Inoltre il bloggo è mio e mi ci sputtano già abbastanza.
Ad ogni modo se riuscite a contattarmi prima che i suddetti mi spezzino le dita, vi fornirò volentieri numero di telefono, indirizzo e foto a figura intera, in cambio di un modico compenso che servirà a coprire le spese mediche.

Dato che tutte le donne che leggono questo bloggo sono intelligentissime prima ancora che bellissime, senz’altro si saranno già rese conto di come l’odierna "Festa della Donna", fortemente sostenuta dalla lobby plutocratica dei floromassoni, non sia altro che una di quelle feste imposte dall’establishment capitalista per dividere il paese facendo sentire esclusi ed emarginati i maschietti, così come si sentono esclusi ed emarginati i single a san valentino, i disoccupati il primo maggio, le belle donne il giorno della befana e tutti gli esseri viventi il due novembre. Non ho la presunzione di dovervelo ricordare io. Invito però tutte quelle che non se n’erano ancora accorte (mica per colpa loro, ma in quanto accecate da un sistema di comunicazioni globale che tende a speculare sui nostri bisogni affettivi) a consapevolizzare attentamente il problema. Questo non significa che ve la dobbiate prendere con i vostri ingenui fidanzati se vi fanno auguri, coccole e regali: dopo tutto agiscono in buona fede e vogliono solo dimostrarsi gentili, inoltre sono tendenzialmente uomini ed in quanto tali dotati di una capacità di discernimento limitata. Soprattutto, una volta messili al corrente di come questo giorno non sia altro che un espediente strumentale a mantenere l’attuale iniquo status quo di genere, non sbattete loro in faccia il rametto di mimosa simbolo dell’ingiustizia che vi hanno appena donato: costa come l’eroina e se il vostro ometto non vi volesse bene avrebbe potuto spendere gli stessi soldi per passare il weekend ad acapulco con la modella di copertina de Il Venerdì.
Anzi, fiere di questa consapevolezza sbattetevene alquanto e godetevi la festa, gli auguri, le coccole ed i regali, che domani saranno passati santo e miracolo.
P.S.: Auguri e baci.
(continua)

Essendo circondati da ingombranti montagne, ieri abbiamo infine deciso di andare ad onorare la troppa neve caduta con un paio d’ore di sano e maturo divertimento, protagonisti io, Neno detto anche il Nuovo Testamento e la dolce E. già mia amata ed ora buona amica nonostante la spiacevole abitudine di allevare gatti stupidi, sovrappeso ed insonni.







Dapprima io e l’evangelista ci siamo lanciati in discese ardite seduti su sacchetti di plastica, ma constantando come il nostro fondoschiena abbia perso l’elasticità dei vent’anni abbiamo preferito dedicarci ad attività più consone alla nostra venerabile età. Ovvero, lui costruire una maestosa pupazza di neve , io ed E. a tirargli le palle di neve. A lavoro concluso devo ammettere che l’opera era assolutamente pregevole, curata fin nei minimi dettagli, come potete constatare dalle foto... da cui un dubbio ingombrante: che il ragazzo abbia altre doti oltre a quella di spaccarmi i maroni cercando di convertirmi?

Allora il mondo era più piccolo ed aveva confini molto più precisi. Verso il basso - la pianura, la città - eravamo limitati dalle due strade di ingresso al paese, discese troppo rischiose all’andata, salite troppo ripide al ritorno per affrontarle con le nostre biciclette e le nostre gambe corte. Non che ci fosse la tentazione, che altro era mai la città se non parenti noiosi da visitare ed estenuanti negozi di scarpe? Un susseguirsi di strade e case viste dal finestrino posteriore di un auto, asfalto e cemento, un luogo sconosciuto e lontano quanto l’america ma assai meno affascinante, dato che non passava mai sulle nostre televisioni in bianco e nero. Neppure verso l’alto ci si poteva spingere a piacimento, al massimo fino alle contrade più vicine, stando attenti al bosco. Entro quei ristretti confini rimanevano le strade, i cortili, i prati e gli orti dietro casa, dove ogni adulto ci poteva tenere d’occhio, ammonire come a scuola; quell’odiosa rete di vecchi spioni e mamme impiccione era il più efficace sistema di protezione della specie che la tradizione rurale avesse messo a punto in migliaia di anni. Naturalmente, era imperfetta. C’era sempre un muretto da saltare per sottrarsi agli sguardi indiscreti, o almeno così ci si illudeva.
Il rifugio più sicuro, in quel ritaglio di mondo, era la nostra casa abbandonata. Ci entravamo da una finestra sul retro che chissà come eravamo riusciti ad aprire, ed era il nascondiglio perfetto. Con esuberanza provincialista l’avevamo ribattezzata "Spectrum" o qualcosa del genere, ben sapendo che ogni vecchia casa abbandonata deve essere stregata ed ospitare dei fantasmi, per quanto questi fossero evidentemente così imbarazzati dalle nostre scorribande da non volersi manifestare in alcun modo. Ricordo l’odore del legno ammuffito, uno strato di polvere spesso due dita ed una botola che portava in soffitta, chissà dove abbiamo trovato la scala per raggiungerla, e noi ci sedevamo lì a raccontarci storie seduti su cuscini recuperati da vecchi divani alla discarica, illuminati dalle candele rubate in chiesa, fieri come cospiratori in quella tana segreta, in quel centro sociale prepuberale. Fumavamo tralci secchi e sottili che si chiamavano visoni, o quando ci andava di lusso qualche sigaretta fregata ai nostri vecchi. Se riuscivamo a mettere insieme abbastanza soldi, arraffandoli senza scrupoli o guadagnandoceli tra lavoretti e mance, ce ne andavamo a prendere un pacchetto dal tabaccaio, stando sempre ingenuamente attenti a specificare che non erano per noi. Dalla casa, in un attimo raggiungevamo il torrente che sega in due il paese come una vecchia cicatrice e lo risalivamo fin dove era possibile saltando di sasso in sasso, stando attenti a non infilare un piede nell’acqua schiumosa o tra le siringhe che spuntavano qua e là dal terreno. Sulle sponde facevamo le guerre con i bastoni, fino a quando qualche adulto attirato dalle grida ci scopriva e si metteva in mezzo intimandoci un armistizio. Eravamo ancora tutti così piccoli e magri e ossuti che si poteva fare a botte tranquillamente, qualcuna ne davi e qualcuna ne prendevi, senza quelle ingiuste differenze di peso e muscolatura che negli anni successivi avrebbero drasticamente determinato l’esito degli scontri. Erano tempi più democratici, si poteva risolvere qualsiasi questione ricorrendo a pugni, calci, morsi ed unghiate con possibilità di successo pressoché uguali.
Oltre che per fumare, nella nostra casa segreta ci andavamo a pianificare il sabotaggio dei capanni di caccia nei dintorni, poi realizzato strappando le frasche che li nascondevano ed appendendo ai rami intorno cartelli colorati per spaventare e mettere in salvo gli uccelli. Animati dal più nobile spirito ambientalista, su quei cartelli ci scrivevamo pure slogan altisonanti ed insulti all’indirizzo dei cacciatori; almeno, lo abbiamo fatto finché i cacciatori medesimi ci hanno colto sul fatto e spedito a casa a calci in culo. La democrazia, in effetti, valeva solo tra di noi, contro gli adulti non c’era nulla che potessimo fare e sembrava che ogni nostro passatempo desse loro in qualche modo fastidio. Progettavamo rivoluzioni.
Alla fine hanno scoperto la nostra base, naturalmente, e ci hanno scacciato anche da lì. Facevamo troppo rumore, o qualcuno ha notato il movimento attorno a quella finestra. Magari avevano sempre saputo che andavamo lì e ci hanno fatto sloggiare prima che la voce arrivasse al proprietario (perché pare impossibile, ma anche le case abbandonate hanno un proprietario da qualche parte) o temendo che le assi del pavimento cedessero sotto i nostri piedi. Il genere di paure da cui i bambini sono immuni.
Qualche anno dopo hanno ristrutturato la casa, ora sicuramente ci abiterà qualcuno. Mi chiedo che faccia abbia fatto il primo che ha infilato la testa oltre la botola della soffitta, scoprendo i cuscini marciti e le candele ed i fumetti disegnati sulla parete e la rabbia ed i desideri e tutti quegli altri fantasmi che aleggiavano in mezzo alla polvere.

Questo secolo comincia veramente ad infastidirmi. Non è che qualcuno ha la password per saltare direttamente al ventiduesimo?

Mentre ascolto i miei colleghi darsi affannosamente da fare per organizzare la gita aziendale sulla neve, senza neppure sospettare di quanto sia fantozziana l’idea al di là della buona fede che li anima, vengo colto da improvvisi flash sulle mie passate esperienze di sport invernali.
[Flash n.1: 1989 o giù di lì]
Gita sulla neve delle scuole medie. Qualcuno mi infila a forza i piedi in un paio di scarponi da sci, aggancia il tutto a due travi di legno vagamente sagomate e mi spinge su una pista da fondo. Una volta che gli sci si siano infilati nei binari tracciati dagli altri trecentottantadue bambini della gita, non c’è modo di girarsi: per tornare all’autobus devo arrancare per tutti i quarantotto chilometri della pista circolare maledicendo moderatamente gli dei olimpici (allora ero ancora un bambino timorato). Quando finalmente arrivo, qualche mio compagno di classe ha già cambiato voce e sta studiando per la patente, nel frattempo la revisione del bus è scaduta.
A quanto pare i tentativi di organizzare questa gita alla quale io non parteciperei in nessun caso sono destinati a fallire per colpa della generale mancanza di entusiasmo. Non mi sorprende: chi ha voglia di passare anche il fine settimana in compagnia degli stessi individui che ti tolgono il fiato tutti gli altri giorni?
[Flash n.2: 1992 o giu di lì]
Gita sulla neve delle superiori. Nessuno ha più l’autorità per costringermi a fare figuracce con gli sci ai piedi, per cui mentre gli sportivi si coprono d’onore io ed i miei amici beviamo la birra e ci buttiamo giù per una pista da bob sdraiati su dei sacchetti di plastica. A faccia in giù, anche. E nessuno si è fatto male, sorprendentemente.
Nel frattempo qui sta iniziando a nevicare e la mia collega si concede gridolini estatici, mentre a me si prospetta la possibilità di rimanere bloccato nel luogo di quotidiano sfruttamento lavorativo fino alla fine della corrente era glaciale. Si accettano offerte di soccorso (no perditempo).
[Flash n.3: 2002 o giu di lì]
Finito il tempo delle gite sulla neve, ci si va a buttare giù dai pendii utilizzando mezzi di fortuna quali: camere d’aria dei camion, scatoloni, slittini della prima guerra mondiale. Non c’é neanche tanta neve, a dire il vero. Come risultato io mi spacco un sopracciglio e sono quello che si fa meno male, tranne naturalmente Neno e gentile signora che sono protetti da gisù perché loro vanno in chiesa ed io no (e se ne vantano).
In conclusione, sulla neve è bello andarci per spanarsi il muso (tm) con gli amici, non per dimostrarsi socievoli con gli altri schiavi ed i loro padroni. Inoltre, dovrei smetterla di mangiare madeleine a pranzo.

Per tutti quelli che là fuori pensano che il mio unico talento sia fumare una sigaretta in trenta secondi, eccovi la dimostrazione che sono anche capace di disegnare:


A sinistra, il mio autoritratto a pennarello su carta a quadretti. A destra, lo stesso colorato al computer e rielaborato con le più sofisticate tecnologie che neanche la pixar se le sogna.
Sì, in effetti volevo solo provare lo scanner.

Ci vieni sabato al concerto dei Folka? No, la mia ragazza è incinta, non posso uscire. Come? Massì, l’Ale. E’ all’ottavo mese. Ah, e si sa già chi è stato? Lascia perdere, meglio che non lo venga a sapere. Intanto penso ad una mano fredda una mano calda una mano fredda una foto sul muro una foto sul divano una foto chissà dove si è persa. Guarda, il mio amico si è seduto con quelle là. E chi sono? Quella è la più troia del mondo. Chi, quella? No, non quella con il maglione bianco, che pure... quell’altra. Beh, la più troia del mondo è orribile, peccato. Davvero è orribile? A me non pare. Voglio dire, ha una faccia normale. Appunto, siamo nel 2005. Avere una faccia normale è peggio di una cicatrice. Ed alzarsi distendersi alzarsi controllare la posta accendere una sigaretta bere un bicchiere d’acqua stendersi alzarsi guardare se nevica tossire. La monnezza, la camorra, quei napoletani del... Scusami, prima che tu prosegua, vorrei farti notare che a me Napoli piace. E che ho un coltello in mano. Stavi dicendo? No, no, niente... Ma davvero, non ti volevo interrompere. Prosegui pure. No, non stavo dicendo niente. Ah, ok, m’era parso. Crederci ricordare avere paura mentire sentire lo stomaco come una pallina da golf incandescente aspettare pensare scrivere il sogno del tuo funerale. E se il tuo ragazzo ti beccasse a letto con un altro, che farebbe? Penso che ammazzerebbe prima lui e poi me. Prima lui, perché da me vorrebbe sapere almeno perché l’ho fatto. Io ucciderei prima lei. Anzi, solo lei. A lui offrirei una birra, per solidarietà. In fondo, avrebbe appena perso una donna. E sentire in gola quella frase che non puoi dire che non vuoi dire che non hai nessuno a cui dire che nessuno vuole ascoltare e dire mille altre parole e fare mille altre cose e tutto quello che dici tutto quello che fai lo fai perché devi ma quell’unica frase che non dici ti fa sentire muto e strozzato ma non fa differenza alcuna per alcuno ed in fondo neanche per te. Vuoi del calzini per tua moglie? Grazie, non ho nessuna moglie. Per i tuoi figli? Non ho figli. Per te, allora. Grazie, ce li ho già.

Quello del bombarolo, si sa, è un mestiere poco gratificante e scarsamente riconosciuto. Niente pensione, niente tredicesima, niente ferie, niente cena di natale: praticamente un cococò, ma senza neanche lo stipendio. Ci vuole passione, indubbiamente, e pazienza.
Passione. Procurarsi mezzo chilo di polvere pirica non è un’impresa impossibile, ma non è neanche che basti fare un giro al discount sotto casa. E poi confezionarla, sperando che non ti salti per aria il soggiorno nuovo. L’innesco, il timer, non sono cose semplici da preparare, ci vuole un minimo di competenza e suppongo rimanga sempre una certa quantità di rischio. Ed infine andare a depositarla nei pressi delle caserme, con tutte le telecamere che ci sono, o nelle discariche, con quella puzza insopportabile. Non puoi neppure pretendere di farlo per la gloria, perché se quel piccolo capolavoro di artigianato a cui hai dedicato tempo ed impegno dovesse funzionare, non avrai neppure la soddisfazione di potertene vantare. Ci vuole passione, per odiare così tanto i cassonetti dei rifiuti.
E pazienza. Molta pazienza, perché non sempre le tue opere d’arte funzionano come vorresti. Qualche volta non scoppiano, qualche volta scoppiano dopo, qualche volta prima. E’ giusto giusto da quando è salito al governo il Banana che piazzi una bomba ogni tre mesi nei paraggi di una caserma, e mai sei riuscito neanche a spettinare un appuntato. Tanta meticolosa preparazione e qualcosa va sempre storto, oppure sei tu a sbagliare strategia: se vuoi far male a qualcuno, la prima bomba la metti nel cassonetto della carta e la seconda nella campana del vetro, mica il contrario, le schegge di carta volanti mica fanno male a nessuno. Ci vai sempre vicino, ogni volta la bomba avrebbe potuto uccidere se qualcuno fosse stato nei pressi, ma mai è successo.
Che fortuna, per noi. Che sfiga, per te.
Dicono che stai facendo attentati dimostrativi. OK, sono tre anni che dimostri, puoi anche darci un taglio. Dicono che sei un anarchico insurrezionalista. Non stai insurrezionando per niente, al massimo aggravi l’emergenza rifiuti. Dicono che metti in pericolo la vita delle nostre eroiche forze dell’ordine, che te ne esci a notte fonda dai centri sociali, che appartieni alla stessa mala genìa di chi contesta in piazza. Non sono cose belle.
Quanto resisterà la tua passione, mi chiedo, quanto durerà la tua pazienza di fronte a questa incredibile sequenza di coincidenze, colpi di sfortuna, inneschi difettosi? O che qualcuno ti ha picchiato con un cestino dei rifiuti quand’eri piccolo e sei rimasto traumatizzato, oppure devi essere dotato di una perseveranza fuori del comune. Se non sapessi che è impossibile, giurerei che qualcuno ti paga per farlo. Se non lo ritenessi inconcepibile, direi che questo qualcuno ti paga con i soldi delle mie tasse. Ma simili pensieri non mi potrebbero mai sfiorare. Non in italia, non ora.

Marzo. Pare ieri che la neve ricopriva i prati (ed i campi, i marciapiedi, le strade, i tetti delle case, i parabrezza delle auto, i rami degli alberi, le fabbriche, i parcheggi, le tane delle talpe ed in misura molto minore i fili d’erba) ed il gelo ci faceva tremare avvolti nei nostri cappotti. Pare ieri, invece è oggi. Mannaggia all’effetto serra, qui siamo a nove gradi sotto zero. Dov’è il riscaldamento globale quando serve? All’animazza di Jeremy Rifkin.
Comunque.
Per la serie "I Grandi Concerti di KarmaChimico", eccovi il fedele resoconto della mia esperienza di sabato sera.
Una vocina piccina picciò mi aveva messo al corrente che era previsto un concerto dei Folkabbestia nella vicina città di Vicienza; io i Folka non li avevo mai sentiti perché l’ultima volta che sono passati da queste parti c’era stato un equivoco sulle date e non è che abitino proprio dietro l’angolo. Questa volta non mi possono sfuggire, mi dico. Voglio dire, i Folkabbestia, mica cazzi. Cerco di convincere con questo semplice ragionamento tutte le persone che conosco ma qui il folk non lo capiscono, tutti hanno altri impegni, che ci vogliamo fare...
Si porta pazienza e si va da soli, cioé io.
Che già sabato pomeriggio mi era tornata la febbre e pensavo non fosse il caso.
Ma i Folkabbestia, mica bagigi.
Un mese che aspetto il concerto, una settimana che ascolto il disco, uno dei tre ciddì originali con il cellophan e tutto che ho comprato originale in un negozio di dischi originali nell’ultimo anno, insomma, non mi faccio mica fermare da due, tre, quattro linee di febbre. Mi imbottisco di medicine come un topo di laboratorio e parto.
Tra il borgo natio (triste, tristissimo) e la città di Vicienza (che non c’ha mica tanto da ridere, comunque) ci sono circa una trentina di chilometri. Io che ho il senso dell’orientamento di un pipistrello cieco e sordo in una discoteca romagnola decido di partire con un’ora di anticipo sul supposto orario di inizio del concerto, perché anche se me ne fotto di risolverli i miei difetti li conosco. Infatti, arrivo a Vicienza con tre quarti d’ora d’anticipo, mi metto a cercare in zona industriale "via dell’edilizia" e chiaramente mi trovo a vagare tra via della siderurgia della chimica dell’oreficeria della ceramica del lavoro delle scienze dell’economica della siderurgia della chirurgia inguinale della petrolchimica della teologia applicata al comportamento delle scimmie e via discorrendo.
Arrivo al locale che sono le 21.30 spaccate. Preciso come un orologio in via dell’orologeria svizzera.
Entro, pago uno sproposito
(ma penso, vabbeh sono i Folka mica uva passa)
e mentre mi marchiano il dorso della mano con il timbrino all’inchiostro cancerogeno mi informano che il concerto sarebbe iniziato un po’ tardi. Quanto tardi, chiedo. Verso le undici, rispondono. Ed io vabbé mica è tardi è sabato sera se solo ci fosse qualcuno che conosco in questo cazzo di posto e comunque non mi muovo da qui che poi ci metto altre due ore a ritrovare il locale e finisce che mi perdo di nuovo.
Che poi io ero arrivato lì alle nove e mezzo perché l’unico sito su tutta internet che avesse pubblicato un orario di inizio aveva scritto nove e mezzo, vatti a fidare. Questo per dire che non me l’ero inventato io e che su internet pubblicano informazioni false e tendenziose.
Il locale altro non è che un capannone industriale affittato e riconvertito a capannone per i concerti, le assemblee, le situazioni; con fantasia l’hanno ribattezzato "Capannone sociale" perché la creatività veneta mai si smentisce nel mondo. Al momento del mio ingresso ci sono soltanto: i Folka che fanno il soundcheck, tre ragazzine che probabilmente si sono perse (quattordicenni dall’aria neo-goth-ma-vestita-benino), due fricchettoni ed un vecchio che balla da solo durante il soundcheck. Ed io che improvvisamente realizzo e mi chiedo
echecazzocifaccioquifinoalleundicichegiànonstobenenonsareidovutousciredicasaefaunfreddodellamiseriaputtana?
Ma non mi faccio prendere dallo sconforto, gironzolo, scambio due chiacchiere con il violinista, esco a fumare, bevo un bicchiere, leggo i manifesti, ascolto il soundcheck, guardo il vecchio che balla da solo, aspetto che inizi il concerto.
Il locale comincia a riempirsi. Ogni volta che esco a fumare una sigaretta qualcuno mi frega il posto a sedere e per riaverne uno devo aspettare che qualcun altro esca a fumarsi una sigaretta. Grazie sirchia, ti ho pensato molto anche sabato sera. Il soundcheck finisce alle undici e mezzo, i Folkabbestia vanno a cenare per caricarsi di energie prima dell’evento ed io penso ci siamo, finalmente.
Ma all’improvviso, cosa sono questi brividi lungo la schiena? Epperché improvvisamente tremo tutto? Epperché il mio stomaco si sta richiudendo su se stesso come una mano che si stringe a pugno? Epperché mi si annebbia la vista?
E’ forse entrato nella stanza l’amore della vita mia?
No.
Aspirina mi comunica che il suo turno è finito e stacca. Zerinol mi lascia un biglietto d’auguri sul tavolo. La febbre rompe gli argini e mi torna a 360gradi, io seduto su una poltroncina mi copro di sudori freddi e penso
eh, no, cazzo...
mica è giusto così
cominciate a suonare vi prego sto male
ma i Folka ignari della mia tragedia continuano a cenare sul soppalco di fronte a me.
A mezzanotte e mezza attaccano, alle prime note il pugno nel mio stomaco comincia a dar segno di volersi liberare con una violenta esplosione. Ed io mi dico eh no, un mese che aspetto il concerto una settimana che ascolto il cd (uno dei tre originali dell’anno) un’ora a girare per la zona industriale di vicienza tre ore che sono qui in attesa che suonino ora cominciano a suonare ed io resto qui
e ci mancherebbe altro
mica ho fatto dieci anni di addestramento in tibet per niente
eh sì, signori miei, me la rido dell’influenza, io!
E sono rimasto lì.
Stoico.
Quasi fino alla fine della terza canzone, in effetti, poi mi sono fatto largo verso l’uscita raccontandomi che andavo solo a prendere una boccata d’aria, ma il contatto con l’aria gelida ha peggiorato la situazione. A quel punto ovviamente la mia capacità di connettermi con la realtà era leggermente alterata, altrimenti mica mi sarei infilato in auto e mica sarei partito cercando disperatamente di restare nella careggiata di destra e mica sarei tornato a casa e mica mi sarei buttato a letto e mica mi sarei svegliato dodici ore più tardi maledicendomi per la mia sfiga e lanciando pesanti accuse nei confronti della mamma di gesù e di tutti i santi del paradiso fissando sconsolato il timbrino sul dorso della mia mano.
Ridete, canaglie?
Beh, mi auguro che non vi capiti mai una cosa simile, tranne a quello che è arrivato qui cercando "puttane in thailandia" perché sua madre ha finito la stagione dei saldi.
Il finale è triste ma contiene una nota di speranza: la prossima volta che i Folkabbestia passeranno da queste parti sarò più previdente, raggiungerò il posto con quattro ore di anticipo e mi farò inchiodare mani e piedi sotto il palco. Vivo o morto sentirò suonare questi Folka. I Folka, dico. Mica caramelline alla menta.
P.S.: Ad ogni modo mi è parso che suonassero bene, ed il disco è molto bello.