
Non ha fatto nulla per diventare famosa, se non nascere. Poi ha partecipato ad un reality, pare persino che abbia scritto un libro, che abbia inciso un disco, ma è evidente che se di cognome non facesse "Hilton", questa chicquetta non se la calerebbe nessuno. Avrebbe potuto essere solo l’ennesima oca miliardaria, pure bruttarella, se ad un certo punto non avesse scelto di immolare la sua giovane vita alle copertine delle riviste scandalistiche ed all’inaugurazione di party alla moda. Le rubriche di gossip di TGCom ce l’hanno fatta conoscere, i ricorrenti speciali di MTV sul lusso di cui circonda se stessa ed il suo cane ce l’hanno fatta odiare, le pubblicità dei telefonini ce l’hanno resa insopportabile agli occhi e alle orecchie. Si è anche tentato di proporla come pruriginoso oggetto del desiderio, ma quel video amatoriale ripreso agli infrarossi sembrava la versione porno di alien vs predator. Solo che Raul Bova ansima meglio.
Insomma, Paris Hilton ha deciso di incarnare a tempo pieno il ruolo di simbolo di tutte le buone ragioni di chi odia la società occidentale. E’ ricchissima, bionda, volgare, appariscente, stupidina, esibizionista, viziata: un cliché vivente e buon per lei che questo sporco lavoro sembri piacerle. Tanto sappiamo anche che tra qualche anno, quando i festini non la divertiranno più, cercherà lo svago convertendosi a qualche pratica religiosa esotica e diventerà molto casta e generosa nel dispensare buoni consigli. Dipinta così, mi rendo conto, sembra che questa tizia tutto sommato insignificante sia una specie di buco nero vivente in grado di attirare il mio odio da ventimila chilometri di distanza. Beh, lo è.
Non mi stupisce che il suo nome sia risultato il termine di ricerca più usato su Google News nel 2006. Basta guardare le ricerche che la seguono in classifica: Orlando Bloom, cancro, podcasting, Katrina, fallimenti. Com’è naturale, la gente va su Google News per cercare le disgrazie.

1983
Il bambino senza nome inizia la prima elementare, e contemporaneamente il catechismo, l’andare a casa di amici a fare compiti, il trovarsi nella piazza del paese a giocare all’A-Team, il bar. E’ il suo primo ingresso nel Piccolo Borgo Natio, e deve fare i conti con una realtà inaspettata: prima di lui c’era passato suo fratello. E suo fratello non era molto amato né rispettato dalla lobby bullistica del Piccolo Borgo. La lobby bullistica del piccolo borgo era molto potente e, sostanzialmente, detestava suo fratello e lo insultava coprendolo di soprannomi offensivi. Altra realtà inaspettata: in un Piccolo Borgo, i soprannomi offensivi si tramandano di fratello in fratello minore, ancora prima che uno abbia fatto qualsiasi cosa per meritarseli. Neanche la possibilità di essere insultato per i propri specifici difetti, al fratello minore; come i pantaloni, le magliette, le scarpe, i maglioni, gli tocca portare insulti di seconda mano. Il fatto è che anche i bulli che tormentavano suo fratello hanno dei fratelli minori, i quali diventano bulli a loro volta. Il bambino senza nome ma con molti soprannomi offensivi, nessuno dei quali attribuitogli per meriti personali, pensava: l’asilo, al confronto, era una cazzata.
1988
Il ragazzino senza nome inizia le scuole medie. Tutte le mattine prende l’autobus e lascia il Piccolo Borgo Natio per raggiungere il Triste Borgo Natio. Insieme a lui viaggiano molti altri compaesani, ed il ricordo dei soprannomi con cui lo hanno infastidito durante gli anni delle elementari non si perde. Bisognerebbe come minimo cambiare regione, o stato, per cambiare fratello, ormai è troppo tardi. Che tra l’altro il fratello è stato vittima pure lui, ma almeno non ha ereditato insulti usati. Alle medie, poi, i soprannomi si diffondono anche tra quelli che suo fratello non lo hanno mai conosciuto, perdendo qualsiasi riferimento, seppure fortemente simbolico, potessero prima avere con la realtà. Le botte, le minacce, le estorsioni, l’ordinario tran-tran della scuola media non lo scuotono più di tanto, ma cazzo vorrebbe almeno evitare di dover sempre portare il (sopran)nome di suo fratello. Vuole almeno essere insultato come entità autonoma.
1991
Il giovane in età puberale senza nome inizia le scuole superiori. Liceo classico, il che gli da qualche settimana di vantaggio perché i suoi coetanei del Piccolo Borgo hanno più o meno tutti preferito scegliere qualcosa di più prosaico e adatto al loro talento, tipo la "Scuola superiore di bullismo professionale". Ma prima o poi, i soliti insulti e soprannomi ormai lisi lo avrebbero raggiunto anche lì, in fondo era ormai evidente come il Triste Borgo Natio non fosse altro che una versione appena allargata del Piccolo Borgo Natio. Il giovane in età puberale senza nome si era fatto furbo, e decise di giocare d’anticipo. Si sedette diligentemente al suo banco e cercò un nome. Qualcosa con cui farsi chiamare in alternativa agli insulti, dato che comunque nessuno pareva intenzionato ad usare il nome con cui era stato registrato all’anagrafe. Qualcosa che fosse misteriosamente evocativo e vagamente minaccioso, tipo "Losco". Ma meno idiota.
Qualcosa che magari si richiamasse al suo titolo anagrafico, tipo "Lusco". Ma per l’amordiddio, meno ridicolo.
Qualcosa che
(la sera prima aveva letto "storia della Russia a fumetti", e quei tizi feroci e dignitosi avevano tutti nomi così assolutamente rispettabili)
fosse esotico, feroce, dignitoso ed assolutamente rispettabile, almeno secondo la prospettiva di un giovane in età puberale. Tipo, "Lusky".
Il giovane Lusky in età puberale mise in atto la più sensazionale campagna di viral marketing che il liceo del borgo avesse mai visto. Nuova scuola, nuovi compagni, terreno ideale per far crescere una nuova identità. Un nome inedito, che non aveva niente a che vedere con suo fratello o con chiunque altro o con qualsiasi parola intelligibile. Quando l’eco dei vecchi soprannomi giunse, il nuovo nome era ormai abbastanza cresciuto e liquidò quegli impostori con un’alzata di sopracciglia.
Ed ecco finalmente svelato il mistero, che come tutti i misteri era più affascinante quand’era velato, ma che cazzo, sono passati quindici anni e penso di avervi tenuti sulle spine abbastanza.
Tra l’altro, ora verrà da voi un haitiano grosso e calvo che vi cancellerà la memoria.

Il bastardo è riuscito a svignarsela per l’ultima volta.
Fanculo.
Non mi resta che prenderne atto ed accogliere la notizia con la sobria compostezza che mi contraddistingue, senza dimenticare l’italico rispetto e la cristiana pietà che comunque si devono ai morti e blablabla.


Ci si scandalizza, si ridacchia, ci si da di gomito alla notizia che l’ennesima sedicenne è finita su Internet con un filmatino "sexy", in questo caso senza la tragedia annessa e quindi con maggiore licenza di battuta pruriginosa. Questa è la stagione in cui i giornalisti hanno troppo freddo per andare in giro a cercare notizie vere e preferiscono attaccarsi a youtube a guardare filmatini e di solito io, che ho tante tante tante cose da fare e poi io non ci posso fare niente, queste storielle non le seguo e non le segnalo.
Questo caso però è diverso, e non perché è ambientato in una scuola (questa è la stagione in cui i giornalisti scoprono il mondo della scuola, dovendo andare al visitone dei figli), ma perché la scuola è lo stesso tragiborgonativo liceo dove si sono consumati gli anni migliori dell’adolescenza mia, e di PornoRambo, e di PierBulus, e di GmGasTer, e di Nello, e di cetera e cetera.
La storia, come me l’hanno raccontata, è la seguente:
"Gosh! Hai sentito, una ragazza di sedici anni ha fatto degli strip-tease a scuola! Uno spogliarello topless in classe, e poi uno spogliarello integrale in palestra, davanti ai compagni! E qualcuno l’ha ripresa col telefonino ed ha messo il filmato su internet! Gosh!"
La storia, come la descrive il Giornale di Vincenza, è invece più o meno così:
"Una ragazza di sedici anni si è fatta fare da una sua amica e compagnia di classe un filmatino di pochi secondi, mentre nell’ultima fila si sollevava il maglione e faceva intravedere le zinne. Poi, stuzzicate da tanta audacia, sono andate in spogliatoio e la prima ha fatto uno spogliarello fino a rimanere in slip e reggiseno, mentre la seconda ha di nuovo ripreso il tutto con il telefonino. Evidentemente le due tipe non devono più essere tanto amiche, se i filmati sono finiti su internet."
Il giornalista lascia anche intendere che lo spogliarello non era niente di che, su internet si vede di meglio peggio, e comunque non è stato fatto davanti ad un’orgia sbavante di maschi con il cellulare eretto ma tra due amiche nell’intimità di uno spogliatoio. E non era neanche uno spogliarello integrale. Si può anche parlare di come gli adolescenti usino questi "riti" per cercare conferme sul proprio sviluppo o dell’importanza di dissacrare luoghi tabù come la scuola, ma penso che senza disturbarsi tanto si possa archiviare la storia come un gioco, quel genere di cose che si fa in continuazione ma di cui non si parla mai, quel pizzico di naturale malizioso esibizionismo che si sviluppa negli adolescenti e che nei casi più fortunati non scompare mai del tutto. Insomma, di fastidioso in questa storia c’è solo che sia finita su internet (forse) senza il consenso della protagonista, che sia stata stiracchiata oltre misura per farla finire sulle prime pagine dei giornali e che con la scusa di levare nuovi scudi retrogradi e moralisti se ne approfitti per raccontarsi storielle sporche sulle sedicenni di questa società così degenerata e relativista.
Ci si dice, preoccupati: "Eh, ma le sedicenni di adesso! Come parlano, cosa fanno, come si vestono, come camminano... (slurp!)"
Confermo, le sedicenni di adesso sono diverse da quelle di dieci anni fa. E tra dieci anni saranno diverse. Ora fanno gli spogliarelli nello spogliatoio, cento anni fa erano sposate ed avevano già partorito, tra cent’anni, chissà. Magari scoperanno, addirittura, o si faranno toccare le tette in classe! Ed i sedicenni, poi! O tempora, o mores!
Chissà perché una sedicenne che fa sesso o si comporta in modo più o meno erotico, consapevole della propria sessualità, colpisce l’attenzione di tutti e si guadagna le prime pagine dei giornali, mentre una sedicenne che subisce violenza finisce a pagina 3, un sedicenne che spaccia davanti alla scuola finisce forse a pagina 10, un prete indagato per pedofilia finisce a malapena a pagina 23, in basso, senza foto. Ah, ma manca il filmatino su youtube. Regaliamo più cellulari ai chierichetti.

So che molti, in Cile e fuori, aspettano il momento della morte di Pinochet per brindare, per festeggiare la scomparsa di quel criminale che ha segnato indelebilmente la storia di quel paese e del suo popolo.
Io spero invece che lo salvino, spero che se la cavi e viva ancora qualche anno, soffrendo moltissimo, che venga finalmente processato e giudicato colpevole e che venga gettato il pubblico disprezzo su di lui e sui crimini che ha commesso in vita, che i suoi parenti gli voltino le spalle, che i suoi amici lo tradiscano come lui ha tradito loro, che passi questi ultimi anni di vita senza onore e senza gloria, che finisca rantolando tra i propri escrementi, privato delle ricchezze che ha rubato al suo popolo, che possa morire di tremila morti orribili ed il suo nome essere maledetto da tutti.
Lo so che il rancore non paga, che niente restituirà quello che lui si è portato via, che bisogna superare il passato e guardare al futuro e già cominciano le contestualizzazione storiche, le attenuanti, la realpolitik revisionista internazionale. Ma che riesca a scapparsene con un comodo infarto in una clinica di lusso, che riceva pure i funerali di stato e che la sua memoria ne esca ripulita in nome del rispetto che si dovrebbe ai morti, che riesca insomma a sgusciar via come un ratto dall’infamia che gli spetta io non riesco a mandarlo giù, è una di quelle ingiustizie che mi si strozza furente in gola. Possa il generale vivere e soffrire ancora a lungo, prima che venga per noi il giorno di brindare.