20/10
2017

Diversamente giovane

Una ventina di giorni fa c’è stato il mio compleanno, come sempre, e come sempre non mi hai fatto gli auguri. Forse li hai pensati, chi lo sa. Forse ti ha inghiottito un buco nero, forse sei finalmente felice, forse non mi interessa saperlo, forse ho visto una tua foto del mare, forse una tua vecchia foto con me e il cane, con i capelli arruffati come me quando avevo i capelli. Questo compleanno mi ha regalato un sacco di certezze.

Di solito affrontavo l’appuntamento annuale con una sorta di sottile piacere, l’attesa di vedere se qualcuno si sarebbe ricordato di me, perché in fondo tutta la vita su questa maledetta palla di fango lanciata nel gelido vuoto cosmico non è che uno sbattersi nella speranza che qualcuno ci voglia un po’ bene, magari non tutta ma buona parte, e di solito ne uscivo puntualmente pieno di malinconia perché contavo più le persone che non mi avevano fatto gli auguri di quelle che invece lo avevano fatto.

Questi, signori, è l’artista nudo in tutta la sua ripugnante debolezza.

Quest’anno sono partito avvantaggiato perché ero già triste prima. I quaranta, sapete. Odiavo l’idea di compiere quarant’anni quasi quanto odiavo l’idea di cedere ad un cliché così abusato. Pensavo, succube come sono dell’impero culturale occidentale, che fosse per il fatto di invecchiare, non essere più in grado di fare quello che facevo da giovane, le possibilità perdute, roba così. Però non mi tornava del tutto, in primo luogo perché anche da giovane non è che facessi granché a parte ubriacarmi ed essere arrogante, in secondo luogo perché tutt’ora riesco a fare le stesse cose.

(Certo, ci metto due settimane in più a riprendermi)

Poi, mentre tutti (non tutti, in realtà) mi circondavano del loro affetto e mi regalavano biscotti perché sanno che sono un vecchio goloso, ho finalmente realizzato. Non è il fatto di invecchiare. Non è il fatto che ho perso i capelli, che non so più dare calci in faccia alla gente, che mi ammalerò e morirò. È che non riesco a conciliare l’età anagrafica con l’età che mi sento, perché anche se chi mi conosce lo sa bene che ho lo spirito e gli interessi di una quercia secolare, io parlo a me stesso come se fossi un ragazzino. Un dodicenne, tipo, neanche troppo intelligente, come si può capire dalle battute che faccio. Ed ora sono un dodicenne nel corpo di un quarantenne che, è giudizio unanime, li porta pure male. Perciò ho deciso di scacciare la malinconia ponendomi nuovi ambiziosi obbiettivi che però esulino - attenzione - da quella solita schiera di luoghi comuni che si identifica con la crisi di mezz’età.

Niente auto sportive, jogging, amanti minorenni e droghe sintetiche, scarpe fluo e corsi di zumba.

Però sto provando Spotify.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.