5/4
2006

Proud to be a Cojon

"Ho troppa stima per l’intelligenza degli italiani per credere che ci possono essere in giro tanti coglioni che votano per il proprio disinteresse".
Silvio "Lestofante Capo" Berlusconi, futuro ex PresDelCons, 4 Aprile 2006

Ammesso e non concesso che una delle due coalizioni candidate alle elezioni abbiano intenzione di fare il mio interesse, questa non sarebbe di sicuro la Cassa della Libertà. Tra lotta ai pacs, difesa della famiglia tradizionale, continuazione delle attuali politiche estera e del lavoro, accodamento al blaterare vaticano e leghista ecc. posso dire che il loro programma va decisamente contro il mio interesse persino più di quello dei loro avversari. Di conseguenza potrei concludere serenamente che io, non avendo alcuna intenzione di votare per loro, secondo il Capocosca non sarei un coglione.

Un simile ragionamento sarebbe tuttavia una manipolazione strumentale e faziosa delle sue parole, là dove si capisce perfettamente che il senso è "i coglioni sono quelli che votano contro il mio interesse". E allora ammettiamolo, senza tanti giri di parole: sono un coglione anch’io. Un coglioncino, per dimensioni, ma un grande coglione per intenzione. E purtroppo per il Lestofante non vedevo così tanti coglioni in giro dall’ultimo film con Rocco Siffredi.

Siamo coglioni, siamo in tanti, ma non vedo motivo di montar su una polemica per una semplice constatazione. Il presidente del consiglio mi ha dato del coglione. Embé? Ora siamo pari.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




4/4
2006

Contorto conforto

C’è una crosta sottile dietro le vetrine illuminate del centro, le finestre di cristallo blindato delle banche, i capannoni prefabbricati in cemento armato, i bar alla moda dove gli spritz costano € 1,80, le signore dal culo basso alla guida di potenti SUV, gli intellettuali dall’aria moscia che si accalcano di fronte al Civico, le vecchiette in fila per la comunione con la bocca semiaperta, le birrerie con i tavoli di legno impiallicciato, i concerti al C.S.C., i banchetti di alternativalsociale in piazza del duomo, l’odore di fogna dell’inceneritore, i matrimoni da ventimila euro, le gite in montagna ed i negozi di articoli sportivi.
Sotto questa crosta sottile sopravvivono badanti alle quali è morto il primo cliente, stranieri alla ricerca di un permesso di soggiorno, ex soldati traumatizzati che si travestono la sera andando a caccia di un sussidio, truffatori ed usurai, alcolizzati, ex tossici in via di redenzione, omosessuali in disarmo ed autoghettizzati, ospiti del dormitorio pubblico ad € 6,50 la notte, muratori ed operai arrivati dal sud vent’anni fa e che ancora non hanno fatto amicizia con nessuno, donne in fuga dal marito violento, gente che arranca da una vita sul gradino più basso e che non conosce più altro modo per rimanere a galla sulla merda che non sia cercare di arrampicarsi sulle spalle degli altri. Queste persone non si vedono da oltre il vetro appannato, rimangono fuori fuoco, sullo sfondo di questo paesotto industriale che si atteggia ancora come se non ci fosse nessuna crisi ed il problema più grave sia fissare una data per la sagra della sopressa. Non si può dire se il loro numero aumenti: non esistono, sono la cartina vuota del cioccolatino. Cent’anni fa avrebbero forse potuto o voluto aiutarsi tra loro, oggi sia sopra che sotto la crosta impera la logica del fallo agli altri prima che gli altri lo facciano a te ed in questo modo ci si assicura che chi boccheggia rimanga lì a sgozzarsi con i suoi simili senza disturbare chi nel frattempo è molto impegnato a bere un aperitivo e lamentarsi dei recenti abberranti furti di candelabri nella chiesa parrocchiale senza neppure prendere in considerazione la possibilità che sotto questa crosta sottile si agiti la nostra coscienza sporca, fatta di persone che non vogliamo conoscere, di facce alle quali non vogliamo dare un nome, di esperienze che non vogliamo condividere, di una disperazione che preferiamo interpretare come una minaccia perché una volta conosciute queste persone, dato un nome a quelle facce e condivise quelle esperienze l’ipotesi tremenda che si potrebbe fare strada è che la crosta sia così sottile da potersi aprire sotto i nostri piedi senza preavviso ed inghiottire noi ed i nostri spritz, fettina d’arancia e cubetti di ghiaccio compresi.

Tranquilizzatevi. Nonostante spiacevoli imprevisti, il diaframma che divide il porfido su cui ticchettate ciarlando nel vostro bluetooth dal pavimento del dormitorio pubblico è abbastanza solido ed impermeabile da impedire migrazioni tra le due parti, così come è stato progettato. E’ assai improbabile che vi capiti un giorno di perdere chiavi della Saab e carte di credito ed affondare nella feccia che ora fingete di non vedere. Di fatto, salvo rare e significative eccezioni, chi è nella feccia non ha mai avuto occasione di perdere le chiavi della Saab e le carte di credito.




28/3
2006

Bagnato annoiato e semaddormentato

Di ventotto ce n’è uno ed io non ho ancora pagato il bollo dell’auto che scade questo mese. Che altro aggiungere?

Quando passeggio tranquillo la sera per le stradine deserte del Quartiere Operaio immerso pensieroso nei massimi sistemi, quando entro in un bar vuoto il Lunedì sera, quando osservo nello specchietto retrovisore i gas di scarico disperdersi bassi sopra l’asfalto, quando spio la pioggia primaverile fuori dalla finestra, arrivo all’insolita conclusione che,
lo sapete,
il triste borgo natio fa schifo.

E questa campagna elettorale non è da meno. L’ultima novità è che non si può più dire che il Lestofante Capo è un mafioso. Dì giuro. Davvero. E poi? Non si potrà più dire che i preti sono pedofili? Bah. Anche se il momento più imbarazzante è stato quando Prodino ha detto che ama ascoltare "Saimon e Garfunkel". Garfunkel. Pronunciato come si scrive. Immagino le risate che si fanno i commessi del suo negozio di dischi.

Tra due giorni si laurea il Nello, mio spacciatore personale di Rakia, e per l’occasione gli ho restituito i guanti che aveva dimenticato da me in Novembre. Io ed Amormio abbiamo piantato i lamponi ed il Catechista ci ha chiesto se andavamo a fare i cuochi ad un campo parrocchiale per ragazzini di quindici anni.

Il Catechista dice sempre cose buffe.




24/3
2006

Sette candelotti

7 meraviglie del mondo
7 spose per 7 fratelli
7 vite di un gatto
7 peccati capitali
7 samurai
7 virtù teologali
7 oggetti visibili ad occhio nudo nel sistema solare
7 ai Principi dei Nani nelle lor rocche di pietra
7 note musicali
7 giorni per creare il mondo secondo la Genesi
7 anni in tibet
7 sacramenti della chiesa cattolica
7 giorni della settimana
7 colori dell’arcobaleno
7 nani di biancaneve
7 pilastri della saggezza
7 anni da quando abbiamo iniziato a bombardare la Serbia
7 anni da quando abbiamo iniziato a bombardare la Serbia
7 anni da quando abbiamo iniziato a bombardare la Serbia
7 anni da quando abbiamo iniziato a bombardare la Serbia
7 anni da quando abbiamo iniziato a bombardare la Serbia
7 anni da quando abbiamo iniziato a bombardare la Serbia
7 anni da quando abbiamo iniziato a bombardare la Serbia




23/3
2006

Triste Bestiario Natio: il Bulletto Cresciutello

Inizia con questo post una rassegna dei più interessanti casi umani presenti nel Triste Borgo Natio. Questo per farvi comprendere un po’ meglio le cause delle mie frequenti turbe mentali e della mia malsopportazione di questo posto, e nel caso la definizione di "Triste Borgo Natio" vi facesse pensare ad un posto tranquillo e romantico nel quale magari trasferirsi onde vivere serenamente lontani dal caos della metropoli. Oh, beh, non fatelo.

[Dove si può trovare]
Durante la settimana prevalentemente in fabbrica, presso le macchinette del caffè a raccontare qualche aneddoto o a vantarsi di qualcosa; la domenica mattina a caccia nei boschi. D’estate a Capo Verde o Ibiza con la moglie e d’inverno in Romania con gli amici. La sera, davanti la televisione.

[Descrizione]
Il primo esemplare presentato in questo Bestiario non può che essere il Bulletto cresciutello, se non altro per la frequenza con cui lo si incontra per le strade e nelle fabbriche del borgo. Il Bulletto Cresciutello è, infatti, un tipico esponente della classe operaia veneta* e si distingue, all’interno della fauna locale, per alcune caratteristiche somatiche facilmente identificabili. Innanzi tutto è un figo, o comunque si atteggia a tale; veste alla moda ma non fa sfoggio di eleganza, si tiene ben curato e pettinato, ha un pizzetto rasato con precisione millimetrica e non si allontana dai propri occhiali da sole neppure in mezzo alla nebbia o al cesso. Era solito fumare marlboro ma ora è passato a marche più economiche o ha smesso da poco, nel qual caso tenderà a farvelo sapere con grande orgoglio. Pur avendo un’età compresa tra i venticinque ed i trentacinque anni ha già svolto almeno otto lavori diversi, tra i quali: tornitore, muratore, fresatore, idraulico e meccanico d’auto. Arrotonda il magro stipendio con qualche modesta attività di contrabbando dall’Europa orientale, dove si reca occasionalmente per qualche escursione venatoria con gli amici e per andare a puttane. Ha già praticato tutti gli sport concepiti dall’uomo apportando un paio di migliorie ma la sua passione, ereditata dal padre, è proprio la caccia; il lunedì mattina delizia i colleghi con lunghi racconti di appostamenti mattutini e con la descrizione di ogni tipo di volatile presente in zona, ammiccando sornione nell’accennare a specie protette e maledicendo le guardie forestali che ne sanno meno di lui. Quando non può andare a caccia, macina chilometri in bicicletta su per le montagne, oppure si dedica ad un secondo lavoro come aiuto elettricista.

* Senza offesa per la classe operaia, eh. Diciamo che è un sottoprodotto della cultura veneta applicata alla classe operaia.

[Abitudini ed interessi]
L’ultimo libro che ha letto era di un comico di zelig e non ha capito tutte le battute, al cinema non ci va mai ma si è fatto masterizzare tutti i film di vin diesel e guarda sky con la scheda craccata. Il sabato sera preferisce uscire a mangiare con gli amici in qualche ristorante fuori mano che conosce solo lui e di cui conosce il proprietario, che invariabilmente gli fa grossi sconti; raggiunge il locale con una grossa macchina che ha fatto importare illegalmente dalla Germania, sulla quale ascolta a tutto volume musica techno di fine anni ’80.
Troppo sbruffone per essere davvero simpatico, ha ciononostante un certo talento istrionico ed uno spiccato senso dell’umorismo, che dimostra con le migliori battute su negri e terroni. Per lui la guardia costiera dovrebbe montare dei rostri sui motoscafi per affogare i gommoni degli extracomunitari, bisognerebbe riaprire i campi di concentramento per indiani e cinesi e quando al telegiornale parlano di alluvioni nel meridione commenta: "Così finalmente i terroni si lavano". Vota Lega perché di questi extracomunitari che rubano e violentano e non fanno un cazzo non se ne può proprio più, anche se l’ultima volta che ha parlato con uno di loro è stato per comprare una scatola di accendini ed ha tuttora il dubbio di essere stato fregato, come quella volta che è andato a comprare i jeans dai cinesi a 3 euro e dopo una settimana si sono aperte le cuciture. Va a messa a natale, ai matrimoni ed alla prima comunione di sua figlia dormendo durante la predica, ce l’ha con i preti che lo rimbrottano quando bestemmia ma rivendica con fierezza il proprio essere cristiano, perché i musulmani ci vogliono imporre la loro religione e prova tu a costruire una chiesa nei loro paesi. Se gli chiedi la differenza tra cattolico e protestante non la sa e si limita a ribadire: "Cristiano, dio can."
Il peggiore insulto che gli si possa fare è chiamarlo culattone: infatti scopa tantissimo, così sostiene durante i coloriti resoconti delle proprie performance che espone in pausa caffè. Allude orgoglioso alle dimensioni del proprio reale augello e spesso confronta le doti della sua attuale dona con quelle delle compagne precedenti e a beneficio degli astanti recita una folkloristica simulazione delle più ardite posizioni adottate, non mancando di sottolineare come la dona goda molto di più se durante l’amplesso viene presa vigorosamente a pugni sul fianco. Ha il mito delle donne sudamericane, con diverse delle quali si è dato da fare durante una lontana vacanza in brasile, e finisce inevitabilmente con lo sposarsi una ex-cubista appesantita dall’alcol che tradirà comunque alla prossima vacanza a cuba. Se lei lo verrà a scoprire e lo mollerà, giungerà alla conclusione che le donne sono tutte troie e si risposerà con una chiatta rimorchiata al bar, perché comunque ha bisogno di qualcuno che gli stiri i diesel e la camicia da caccia a quadratoni. A quarant’anni tendenzialmente smette di lavarsi, a cinquanta di ascoltare musica techno. L’avete riconosciuto? E’ il bulletto che vi tormentava alle medie per avere i vostri soldi della merenda. Non avrete davvero creduto che sarebbe maturato con il trascorrere del tempo, spero.

[Frasi significative]
Premesso che il Bulletto Cresciutello si esprime esclusivamente nell’idioma locale e non conosce la lingua nazionale, ecco un pregevole scambio di battute che esprime alcuni principi cardine del suo pensiero:

D.: Secondo te cosa intendono costruire in quel grosso cantiere?
R.: Par mi, dio can, i dovria far su n’arena e meterghe da na parte i negri e da parte ’i indiani e che i se cope tra de lori.
(trad.: "Non lo so di preciso, mi auguro siano intenzionati a costruire uno spazio sociale destinato ad una maggiore integrazione degli extracomunitari nel tessuto produttivo veneto.")




21/3
2006

Voi siete lì?

Giusto per differenziarmi dal volgo, ecco la distanza tra me ed i posti dove preferirei essere in questo momento.

O’ brother, where ar’ thou?


Vi informo che il mio orgoglio non mi impedisce di accettare in dono biglietti aerei.




14/3
2006

Chi perde paga

Il presidente serbo è diventato Kusturica.
Babic serbocroato.

Guardare il TG è sempre uno spasso.

Milosevic esaltato in un crescendo di dittatore, criminale di guerra, carnefice, macellaio. Nessun dubbio, nessuna contestualizzazione, nessuna controparte, eventualmente qualche complice ancora ricercato.
Le donne di Srebrenica che esultano davanti al televisore ("Ehi, è morto Slobodan Milosevic, corriamo a dirlo alle donne di Srebrenica e cogliamo al volo la loro espressione mentre apprendono la notizia." Molto credibile.)
Il tira e molla sul funerale, che si potrebbe tenere a Mosca, a Belgrado, in Montenegro oppure in tutti e tre i posti contemporaneamente dopo apposito sezionamento del cadavere ("Ehi, andiamo a rendere omaggio alla tomba della gamba destra e del braccio sinistro di Milosevic."). Oppure presso la tomba di Tito, che è tanto caruccia e non ci va mai nessuno, giusto per vedere se i nostalgici di Slobo sono disposti a farsi un giro da quelle parti (ok, questa è una mia proposta).
La Del Ponte un po’ indispettita per la scomparsa del suo giocattolo preferito e un po’ sollevata per aver almeno concluso un processo, nonostante la poverina abbia dovuto sprecare in tribunale tanto tempo che avrebbe invece potuto dedicare più proficuamente ai suoi passatempi preferiti tipo, chessò, dichiarare che Karadzic verrà presto catturato.
Sul serio, a che serve inscenare un processo contro un dittatore che è già stato sconfitto dalla Storia? Dove per "Storia", naturalmente, si intende "i mass media dei paesi vincitori che prima facevano finta di niente o magari collaboravano o leccavano il culo ma improvvisamente ispirati dal nobile spirito della Democrazia Occidentale si rendono conto di avere a che fare con un mostro inumano, un sanguinario dittatore senza scrupoli che ambisce solo al potere personale o segue deliranti sogni nazionalistici e porta alla rovina il proprio popolo peraltro di suo abbastanza indolente o corrotto o parzialmente civilizzato ma per fortuna ci siamo noi che portiamo la libertà e gliela sganciamo sulla testa in comode confezioni da due tonnellate."
Non è che io provassi una smodata ammirazione per Milosevic, forse era davvero il babau balcanico ma quello che penso io di lui ora non c’entra assolutamente nulla. La sua morte archivia a tempo indeterminato la condanna "storica" contro la Serbia ed i serbi, unici o principali responsabili del grand guignol nell’ex jugoslavia, evitando persino le assai improbabili rivelazioni che il processo avrebbe potuto riservare. Ora Milosevic è diventato un personaggio da libro di scuola e può indossare più comodamente e senza contraddizioni i panni che già gli avevano cucito addosso; solo una volta gli ho sentito attribuire l’aggettivo di "sospetto" criminale di guerra ed è stato comprensibilmente Remondino, da Belgrado.

Quello che abbiamo sentito su Milosevic in questi giorni, i ritratti a tinte forti, la rievocazione dei massacri pianificati ed istigati, i bignamini della guerra sanguinaria da lui ambita e condotta contro popoli innocenti, è l’ultimo stadio di un percorso di propaganda pre e post bellica che si è concentrato per anni sulla Serbia, si è ripetuto paro paro per l’Iraq e che sta cominciando ora con l’Iran: la demonizzazione di un nemico, meglio se più debole o sconfitto, il quale funge da capro espiatorio ed assorbe su di sé tutte le colpe. Il lupo cattivo, l’ebreo cattivo, il serbo cattivo, l’arabo cattivo. Niente di speciale, eh. Lo faceva probabilmente anche Milosevic.


UPDATE: Non ci posso credere, hanno davvero esposto il corpo di Milosevic alla Casa dei Fiori.
Chissà che finalmente ’sti serbi abbiano scoperto dove si trova la tomba di Tito.

[Disclaimer: questa battuta la possono capire tre persone al mondo, le altre si possono anche sentire escluse.]




7/3
2006

Io il Castelli moderato non l’ho mai visto

Il ministro Castelli dice di non aver mai visto l’islam moderato, ma non mi dà l’idea di uno che l’ha cercato troppo bene. Io, per dire, pur senza cercarlo affatto l’ho visto. Ce l’aveva addosso un tipo di Marrakesh che abitava a Villa Gelida prima di me, era partito dal Marocco che aveva diciotto anni e se n’era fatti un po’ in Spagna, un po’ in Germania, un po’ in giro per l’Italia prima di arrivare al borgo. Quand’è arrivato da queste parti, non c’erano ancora luoghi di preghiera per i musulmani e quindi credo si sia arrangiato o abbia fatto a meno; ogni tanto, lo so per certo, andava a pregare in chiesa perché in fondo un posto gli valeva l’altro. Lavorava in fabbrica ed ha accettato volentieri l’aiuto dei miei compaesani e del parrocco per riuscire a districarsi nella burocrazia italiana e mettersi in regola con il permesso di soggiorno, almeno fino a quando non gli è stato chiaro che alcuni di questi benefattori auspicavano una sua riconoscente conversione al cattolicesimo. Si è fidanzato con una ragazza del posto, lei è rimasta incinta ma i suoi, ferventi baciapile, si sono opposti alla relazione dopo aver litigato sull’educazione religiosa che il bambino avrebbe dovuto ricevere. Questo tipo di Marrakesh ha lasciato il borgo da molti anni, ora abita poco lontano ed è sposato con una donna del suo paese; ha anche un figlio che non può vedere, a cui per ripicca hanno dato nome Cristiano. Quando si accennava alla religione alzava le spalle ed una volta mi ha spiegato che i musulmani possono benissimo bere il whisky, perché comunque dall’alto Allah l’avrebbe scambiato per thé, eppure praticava il ramadàn e tutto quel genere di cose.
Eppoi questo islam moderato l’ho rivisto, ce l’aveva addosso anche un tipo di Casablanca che faceva il muratore e voleva farmi credere che sì, dio è amore e va rispettato perché le sue parole guidano la nostra vita, però la gente vuole essere felice e tranquilla e rispettata e non ha alcuna voglia di morire o di ammazzare in nome di questo dio, che la religione dovrebbe essere una strada per insegnare agli uomini a vivere meglio e non dovrebbe essere imposta. Io non gli credo, ma se si parla di islam moderato l’importante è che ci creda lui.
Eppoi, ora che ci penso, l’islam moderato l’ho visto addosso a diverse altre persone con cui ho parlato negli ultimi anni, mentre l’islam non moderato l’ho visto solo in televisione.

Evidente Castelli non ha frequentato molti operai o muratori, di recente, e pone come condizione per credere ad un islam moderato la possibilità di "andare in un Paese islamico magari con un Vangelo in mano e costruire una chiesetta di due metri per due e stare dentro a pregare senza che nessuno venga a mettermi in galera". Ovvero il famoso teorema del "vogliono venire qui e costruire le loro moschee ed imporci la loro religione, ma prova tu a costruire una chiesa nei loro paesi e vedrai cosa ti succede!", già esposto negli anni Ottanta da Piero Pansa. Un ubriacone che abita vicino a casa mia.
A Castelli basterebbe invece andare a farsi un giro in Bangladesh, Emirati Arabi, Indonesia, Irak (vi ricordate Tarek Aziz?), Iran (!), Kuwait, Libano, Oman, Qatar, Siria... la lista è ancora lunga, la trovate per intero qui. Dall’elenco vanno esclusi paesi come l’Arabia Saudita, solido alleato dei nostri soliti alleati, dove la pratica di altre religioni è vietata anche in abitazioni private e dove possedere una bibbia è considerato un reato, oppure come le Maldive, dove di certo il ministro e tanti bravi cattolici proverebbero repulsione ad andare. Non sto dicendo che gli altri siano paesi democratici o che i fedeli di religioni diverse dall’islam non subiscano alcuna restrizione, sto dicendo che sono paesi dove Castelli potrebbe andare con un vangelo in mano e costruire una chiesetta di due metri per due senza che nessuno lo possa mettere in galera, se non per abuso edilizio. Ed ora sia coerente e ci vada.

L’estremismo islamico è uno dei pericoli da cui dobbiamo difenderci, così come l’estremismo cristiano e qualunque ideologia totalitarista o teocratica (solo in questo senso, quindi, posso appoggiare il manifesto promosso da Salman Rushdie). Non è che io guardi con benevolenza all’islam moderato, al cristianesimo moderato, all’induismo moderato o al voodoo moderato: sono fandonie, si basano su assunti falsi e ridicoli, condizionano le persone e sostengono sistemi di potere conservatori e reazionari. Però esistono. Anche Castelli mi pare un cialtrone, uno che porta le chiacchiere da bar in parlamento e ne fa argomento di discussione ministeriale, ma non mi spingo fino a negare la sua esistenza.




3/3
2006

Il Bianrinconiglio

Esco di casa, carico due scatoloni in auto, faccio il giro dell’isolato, entro in garage, riempio gli scatoloni di zeppetti, ricarico gli scatoloni in auto, rifaccio il giro dell’isolato, scarico gli scatoloni, entro in casa, accendo il fuoco, il fuoco si spegne, riaccendo il fuoco, esco, vado a casa di Antòn, suono, lo aspetto, gli pago il dovuto per la cena balcanica, riparto, vado in banca, prelevo cento euro, vado al supermercato, prendo un ciuffo di insalata, uno sgombro ed un branzino, mi incodo alla cassa, pago, esco, torno, non c’è parcheggio, faccio il giro dell’isolato...

Questo nel giro di mezz’ora. Alice all’inseguimento del Bianconiglio in un mondo in cui il colore dei semafori diventa indifferente.

Il misterioso Lusky"Non ho tempo", è il ritornello che mi ripeto più spesso. Passo un terzo della mia giornata nel luogo di quotidiano sfruttamento lavorativo, un terzo a dormire e nel terzo rimanente devo infilarci tutto il resto, comprese molte attività spiacevoli di routine quali fare la spesa, lavare, stirare, tenere il tifo lontano dal mio bagno e dalla cucina, questo genere di cose. Invece vorrei passare più tempo con Amormio, sbevazzare con i miei amizi, finire di leggere quel libro di Saramago, guardare gli ultimi episodi di Lost, tagliarmi i capelli. Incastare i vari impegni tra loro nel corso della giornata sta diventando una specie di tetris da reparto psichiatrico. Il tempo sta diventando la mia ossessione, e sono sempre in ritardo. Tra l’altro non sono uno di quei veneti iperattivi che non riescono a stare fermi un minuto, no, grazie, io amerei anche starmene sdraiato sul divano a raccontarmi storie, se solo potessi. Se ne avessi il tempo.

So benissimo come tutta questa fretta mi danneggi nel corpo e nello spirito, come questo accumulo di impegni sia dovuto anche ad una serie di circostanze sfavorevoli che in questo periodo si vanno ad intrecciare, come la mia giornata abbia ventiquattr’ore tanto quelle di chiunque altro e come il malvagio sistema capitalista campi su questo stress mio e collettivo. E vi (mi) assicuro che faccio il possibile per vivere nella maniera più rilassata possibile. Eppure non ho mai abbastanza tempo da dedicare agli aspetti migliori della vita. Sono l’unico ad avere questa sensazione?

Magari qualcuno pensa che stia esagerando, non è che sono il segretario generale dell’ONU, però a me passare le giornate in questo modo fa davvero venire il vomito. E per fortuna che le cose mi vanno bene ed ho diversi motivi per essere comunque felice. Sarà che la percezione del tempo è soggettiva, sarà che le attività di routine mi sembrano tempo sprecato e mi orripila tutto questo faticare per vivere. Vorrei tirare il freno a mano e dedicarmi con impegno alla ricerca di un modo migliore per impiegare il mio tempo, prima di rincoglionirmi del tutto. Appena avrò un momento libero, naturalmente.




2/3
2006

La cena Balcanolandica dell’amico Antòn

Succede che un mio amico, sulla cui identità desidero tenervi all’oscuro per motivi di privacy e che di seguito chiamerò con un nome fittizio tipo, chessò, Antòn, tra qualche mese partirà per un paese estero che per motivi di privacy di seguito chiamerò Balcanolandia di Sotto. Antòn è da qualche mese membro di un’associazione di volontariato che opera soprattutto nell’import-export di rakija. O qualcosa del genere. Questi tizi si sono stufati di averlo tra i piedi ed hanno deciso di mandarlo in Balcanolandia di Sotto in avanscoperta, dicono, per la missione che intendono compiere da quelle parti attorno il 2014. Una lunga avanscoperta, dicono. Ed Antòn ci va, comprensibilmente fiero del proprio ruolo nella società. Non è ben chiaro cosa dovrà fare una volta giunto in Balcanolandia di Sotto, a parte tenere gli occhi aperti ed organizzare il locale festival di Sanremo ("SvetiRemo Turbo-Folk Fest"); gli organizzatori del viaggio gli hanno detto solo "Tieni gli occhi aperti. E già che ci sei, vedi di organizzare un festival musicale".

Per contribuire a finanziare questo festival verrà organizzata, sabato sera, una grossa cena. Il menu sarà naturalmente a tema Balcanolandiano, ve lo riporterei se solo non si fosse perso tra le decine di mail che i Costruttori di Pacemaker mi spediscono ogni giorno; comunque sono previsti burek, cevapi ed una cosa misteriosa chiamata Musaka.

Il misterioso amico AntònA me il cibo balcanolandese piace, cenare in compagnia piace, ubriacarmi come un rametto di rosmarino in una bottiglia di grappa piace, andare ad una cena di cinquanta persone in cui l’unica persona che conosco è una specie di mujaheddin beneventano che fuma come un turco e beve come un veneto mi alletta inverosimilmente. Unico motivo di dubbio il fatto che il destino stia cercando in tutti i modi di comunicarmi che non devo presenziare a questa cena. E’ da una settimana che cerco di incontrarmi con Nello per portargli la mia quota ed ogni volta succede qualche piccolo intoppo che me lo impedisce. Per esempio, la macchina con la quale mi sto recando all’appuntamento inizia a borbottare, rallenta, smette improvvisamente di funzionare e si ferma in mezzo alla strada senza alcuna ragione apparente (a parte il fatto che era finita la benzina, ma nessuno crede realmente che possa finire la benzina). Oppure mi viene una voglia improvvisa di crocchette di farro alle verdure e passo l’intera serata davanti ai fornelli. E mille e mille altri fatti bizzarri.

Perché il fato si incaponisce tanto testardamente contro la cena balcanolandica? Forse la risposta risiede, ancora una volta, in quel voluminoso pacco di mail che ogni giorno intasa la mia casella di posta elettronica. C’è infatti un dettaglio che mi insospettisce: gli invitati sono oltre cinquanta e la lista della spesa l’ha fatta il mio amico Antòn. Il mio amico Antòn non sa cucinare, non ha nessun senso pratico e sa contare solo fino a venti (inoltre, tutti i soldi raccolti per la cena, meno le spese, serviranno probabilmente a pagargli baby-prostitute e narcotici in quel di Banja Luka). Non sembra quindi azzardato prevedere che ciascun invitato si troverà sul piatto un cevapo e mezzo grissino tocciato nella Musaka, ammesso che la Musaka sia qualcosa in cui si possa tocciare un grissino, anche perché la logica è che comunque la gente va a queste cene per contribuire alla causa e non per mangiare; logica in linea di principio più o meno condivisibile, ma temo che il mio cervello e soprattutto il mio stomaco non ragionino in questo modo, per cui forse il messaggio che il destino vuole mandarmi è che la serata di sabato potrebbe concludersi in tragedia se nella cena non sarà incluso il cenare, dove per "cenare" intendo ovviamente "ingozzarmi come un maiale alla sagra della ghianda".

E questo messaggio forse il destino non vuole mandarlo a me.

Forse vuole mandarlo ad Antòn.