28/4
2009

L’influenza suina è quando Calderoli ha la febbre

Secondo i miei calcoli ed i dati allora diffusi dai principali mezzi di informazione, la Sars avrebbe dovuto ucciderci tutti entro il 20 Settembre 2003. Quindi non starei troppo in ansia per l’influenza suina. D’altra parte, le statistiche parlano chiaro: 152 morti in Messico, nessuno nel resto nel mondo. Anche i contagiati, negli estados unidos o in europa, guariscono, perché c’hanno un anticorpo naturale: i soldi per curarsi.
Perché tanto allarmismo sui giornali, allora, si chiederanno i miei piccoli amici? Il sociologo risponde. Prima di tutto, sta scemando l’interesse per i terremotati, l’abbraccio collettivo si sta allentando, l’euro che abbiamo generosamente donato probabilmente è già servito a pagare il caffè a qualche sottosegretario all’emergenza, nonostante gli aquilani continuino a vivere nel fango delle tende in attesa di un miracoloso g8 o almeno che smetta di piovere. E poi, e soprattutto, dato che come ogni giorno da quando il nonno ha avuto la malsana idea di scendere dagli alberi e guardarsi intorno abbiamo la chiara percezione che il mondo è uno schifo e non si può andare avanti così, noi umani come specie siamo piuttosto eccitati dalla prospettiva che il mondo debba finire, stia per finire, sia praticamente sul punto di finire per colpa del dispetto degli dei o dei nostri peccati o della malizia della natura. La fine del mondo, sì, ci spaventa, e come tutte le cose che ci spaventano ci emoziona ed un po’ ci attira. Fidatevi, Dario Argento ed il parrucchiere di Morgan ci si sono fatti sopra una carriera. A spulciare la storia, millenaristi lo siamo sempre stati, prima c’era Yog Sothoth che doveva divorare il mondo, poi il giudizio universale, poi l’incubo atomico, adesso il riscaldamento globale, la pandemia e l’esaurimento delle risorse. Abbiamo sempre paura, quando cala la notte e le giornate si accorciano, e d’altra parte mai che facciamo seriamente qualcosa per limitare i possibili rischi, per scongiurare la crisi prima che sia troppo tardi. La gente continuava a peccare come bestie, continua ad inquinare e ad ammassare i maiali l’uno sull’altro, e continua ad avere paura. Perché ci piace, la fine del mondo è la nostra massima ambizione. Perché sarà pur vero che l’importante non è la meta ma il viaggio, come dicono i saggi, ma se non c’è un traguardo a noi che importa di viaggiare, che senso ha? Mica siamo saggi, noi.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




24/4
2009

Non è una festa per tutti

Il nostro stimatissimo Presidente "Crapa pelada la fa i turtei" ed altri noti esponenti del lodo Alfano hanno recentemente preteso di ricordare come la Liberazione sia una festa di tutti gli italiani. Purtroppo, e non per la prima volta, si sbagliano: oggi come sessantaquattro anni fa ci sono fascisti ed antifascisti, e la Liberazione non è la festa dei fascisti. Uno dei pochi giorni, di questi tempi, in cui non è la festa dei fascisti.

Non dico che la Liberazione sia un monopolio esclusivo della sinistra, antifascisti sono stati e sono anche alcuni cattolici, liberali, conservatori che con la sinistra non hanno nulla a che spartire. Ma di certo antifascisti non sono alcuni esponenti di spicco di questa maggioranza di governo, dalla Mussolini a Borghezio, da La Ruspa a Gasparri, da Alemanno a Gentilin, e di certo antifascista non è quel figlio illegittimo di Licio Gelli che li manovra tutti, ed antifascisti non sono quelli che approvano le parole e l’operato di questi signori. Non è che il Berlusconismo sia esattamente uguale al fascismo, ma di certo tra i suoi sostenitori i fascisti non mancano. La Liberazione non è roba loro, non è una di quelle feste folkloristiche tanto amate dai cioccolatai e dai fabbricanti di panettoni che in fondo in fondo possono andare bene a tutti, non è una generica celebrazione di buoni sentimenti: è il ricordo di un avvenimento ben preciso avvenuto non troppo tempo fa, la liberazione dell’Italia dai fasciobastardi che per vent’anni avevano governato il paese con metodi dittatoriali e dai nazisti che con la loro complicità avevano invaso il paese. Non è la festa di chi ritiene che i repubblichini ed i partigiani avessero pari dignità, di chi ripete che comunismo e fascismo in Italia hanno fatto gli stessi danni, di chi fino a pochi anni fa parlava di abolire la festa della Liberazione, di chi reputa mussolini un grande statista, condivide le sue idee ed i suoi metodi e li ripropone con un nome nuovo. Per questi, il 25 Aprile è il ricordo della sconfitta, e non hanno niente da festeggiare o da celebrare. Disertino pure ogni cerimonia di commemorazione, come hanno sempre fatto finora, ed evitino di schizzare retorica ipocrita sulle tombe dei loro nemici, se ne stiano a casa o nei loro covi segreti a crogiolarsi nel rancore, nel desiderio di vendetta e nei loro piani di distruzione della democrazia. Nel caso improbabile cogliessero l’occasione e trovassero il tempo per vergognarsi almeno un pochettino, mi mandino la foto, gradirei.




23/4
2009

Il carretto passava

Al di là delle intenzioni, delle interpretazioni, delle correzioni di tiro, del fatto che la Consulta, il TAR, i cittadini rigetteranno questa legge come assurda ed inapplicabile, è già demenziale che a qualcuno una legge così sia venuta in mente. Ma questi barbari padagni non si sono mai accorti che una delle cose più belle delle città più belle è la possibilità di prendersi qualcosa al volo e mangiarlo per strada, seduti su una panchina o sul marciapiede, camminando e parlando, che sia un kebab o una fetta di pizza o un panino o un gelato o un pezzo di focaccia o un cartoccio di patate o quel cazzo che hai voglia di mangiarti in quel momento?
Cari liberali miei, c’è chi adora sedersi al tavolino di una gelateria chic a leccare una coppa da otto euro disegnata da uno stilista nuiorchese, c’è chi ha i pantaloni troppo belli per sporcarli su una panchina e mai si rovinerebbe il rossetto con un panino, e c’è chi no. Io sono uno di quelli no. Quando nel pleistocene mi dissero che un tale Berluscojoni, se rammento bene il nome, si era buttato in politica con tutta la potenza di fuoco dei suoi conti in banca e delle sue televisioni, io in quel momento stavo seduto su dei gradini mangiando un panino con la mortadella. Che aneddoto tremendamente naif, non trovate? E mi ricordo che pensai, sarà anche potente e ricchissimo ed avere mille zoccole al seguito, ma lui del piacere di sedersi su degli scalini a mangiare un panino con la mortadella non ne sa nulla. Non poteva saperlo, non può, e non potrà, quindi tutto quel potere in fin dei conti a che gli è servito? Non che lui c’entri con questa storia, poi, solo che ora vi piacerebbe togliere quel piacere anche a me. Peccato. Mi sa che non ci riuscirete.




21/4
2009

Mi son distratto un attimo...

E’ morto J.G. Ballard, un altro grande scrittore di cui non ho (ancora) letto niente. Il mio dolore per questa grave perdita è lievemente mitigato dal fatto che credevo che Ballard fosse morto, tipo, vent’anni fa, come il tizio delle pecore elettriche.

Il presidente iraniano Ahmadinejad provoca scompiglio al summit ONU accusando Israele di essere razzista. Non si capisce come gli sia venuta questa idea: il razzismo non c’entra, in Israele ognuno ammazza i palestinesi per motivi personali. A Sharon, per esempio, piaceva il rumore che facevano quando gli sparava.

(e adesso non mettetevi tutti a criticare Ahmadinejad solo perché parla e si comporta come un nemico di James Bond. Vabbé, è uno psicopatico integralista con un pessimo taglio di capelli e ce l’ha con gli omosessuali. Embè? Gli omosessuali non sono mica una razza, quindi il suo discorso è perfettamente coerente. E poi ce l’ha anche con le adultere, e mica si sente mai nessuno prendere le difese delle adultere, no? Maledette adultere.)

Il ministro della guerra La Ruspa ha dichiarato che i partigiani rossi, pur meritando rispetto, non vanno celebrati come portatori di libertà. E infatti ha ragione, fosse vissuto ai tempi loro lui non sarebbe a piede libero, e forse neanche a piede vivo, ma che ci vogliamo fare? (sospiro) D’altra parte, è pur vero che la Liberazione dal nazifascismo o l’hanno fatta i partigiani, o l’hanno fatta gli americani, o l’hanno fatta insieme, o l’hanno fatta ciascuno per conto proprio, ma sicuro sicuro che non l’hanno fatta gli amici del ministro della guerra La Ruspa.

Nel frattempo, dal suo covo segreto il Pres.delCons. ha annunciato che quest’anno per la prima volta parteciperà alle celebrazioni del 25 Aprile: porterà un fiore a Piazzale Loreto. E ci andrà col carrarmato.

Il fatto che questo governo, così come tutti gli altri precedenti guidati dalla medesima persona, continui a spadroneggiare su reti televisive e testate giornalistiche, persino su quelle pubbliche (seh!) o della concorrenza, imponendo ad alcuni l’adesione alla propria linea politica ed un ossequio servile e da altri ottenendoli senza neanche doverli imporre, bensì per schietto spirito di vassallaggio e furbesca propensione a baciare le mani (le mani, via...), non è una grande novità: il Pres.delCons. ha una lista di proscrizione lunga quasi quanto la sua lista di prescrizioni. L’ultimo a finirci dentro (Vauro è già storia vecchia) è quel vecchio bolscevico del mago Silvan, reo di aver fatto sconvenienti allusioni alla bacchetta magica del Lestofante Capo, e neanche quel genere di allusioni sconce che vi è appena venuto in mente.
Certo che se la censura colpisce i vignettisti ed i maghi prima dei blogger è facile pensare che la causa sia o una o l’altra: o che veramente, ma veramente, quelli sottostimano di brutto l’importanza della Rete quale veicolo di scambio di informazioni e formazione delle coscienze, o che i blogghi ed il loro arsenale di controinformazioni non contano veramente una fava. In ogni caso, approfittiamone.




16/4
2009

VogliaZero

Santoro, dicono, nella puntata della settimana scorsa ha dato addosso al governo, forse alla protezione civile, ai pompieri, alla madonna di fatima per non aver fatto tutto il possibile per prevenire i danni del terremoto e per aver gestito male l’emergenza. Non l’ho visto, ma me l’immagino, e ne ho letto in giro. E allora? Se ha detto cose false, querelatelo. Se ha detto cose vere, andate a costituirvi. Se è stato ambiguo, chiarite. Sempre che a furia di giocare ai Benito Corleone non abbiate già abolito per decreto la democrazia. Non si può più criticare il governo, sollevare dubbi sul suo operato, scuotersi da quell’abbraccio collettivo e cattolico che ci vorrebbe tutti uniti nella catastrofe? Perché non siamo tutti uniti, via, c’è chi è morto e chi ha avuto morti e la casa distrutta e la vita resettata e chi si sgrava la coscienza donando un euro e chi è pronto a scovare tra le macerie nuove lucrose opportunità di investimento e c’è pure chi si è arricchito costruendo castelli di sabbia e ci sono responsabilità, anche di fronte alla tragedia, ci sono diversi gradi di innocenza e di colpevolezza, c’è chi si è messo in tasca i soldi (e se ne metterà altri) e chi ci ha lasciato le foglie. Non è vero? Non si può dire? Ma perché? Far finta che niente si possa fare per imbrigliare la natura matrigna, che tutto debba essere accettato e subito così com’è, com’è stato, senza porsi dubbi e ringraziando la provvidenza del giorno dopo, far finta che tutto scorra verso il lieto fine come nei proclami del Lestofante Capo o in un serial televisivo da venti puntate, questo sì sarebbe mancare di rispetto ai cadaveri ed ai superstiti, non il contrario. Chiudere la bocca ad uno che dice cose false dimostrando che sono false, è giusto. Chiudere la bocca ad uno che dice cose scomode in modo irritante minacciando di chiudergli la trasmissione, non è giusto, se non è censura l’odore la puzza è la stessa, ed ammonirlo con minacce trasversali (tipo, ti licenzio in tronco il vignettista di fiducia) rasenta la testa di cavallo nel letto.
Tra le varie iatture provocate da questo governo, metto in conto anche questo post. Perché a me Santoro non piace, e per colpa di ’sto governaccio mi tocca difenderlo. Non mi piace perché, pur essendo un giornalista intelligente, conduce delle trasmissioni in cui si urla troppo, si schiamazza, si esagera tutto e si capisce ben poco. E poi è fazioso, vabbé, un filino populista, ma questo può anche starci, ce ne vorrebbero mille di Santoro per riequilibrare la faziosità televisiva della sponda opposta, diciamo che la faziosità è il meno. Il fatto è che Santoro ha sempre diretto quel genere di trasmissione televisiva che io sempre ho odiato, fin da quando ero infante (e la televisione era in bianco e nero, e c’era il muro di berlino, e la calce non si era ancora asciugata bene). E comunque, penso che nessun elettore del Popolo della Loschità attualmente al governo cambierà mai le proprie preferenze politiche dopo aver visto una puntata di AnnoZero, nessuno.
Insomma, io AnnoZero generalmente non lo guardo, dice cose giuste e presenta argomenti validi ma in un modo che non mi piace, mi innervosisce, e lo psicologo dell’FBI che mi sta seguendo ritiene che io sia già abbastanza nervoso. E sapete cosa faccio io allora? Non lo guardo.
Questo non significa che AnnoZero non debba essere trasmesso. Io non guardo il 99% della merda che trasmettono in televisione, perché a dire la verità quasi tutto mi irrita molto più di Santoro. Mi irritano i giornalisti leccaculo i cui nomi conoscete benissimo, mi irritano le ballerine seminude, le presentatrici con il cervello in naftalina, i presentatori che fanno i simpatici, i talk show in cui eminenti idioti vengono elevati ad idolo delle masse, le gare a chi si umilia pubblicamente nel modo più spettacolare, i quiz che fanno sembrare un genio chi conosce i nomi di tutte le ventuno regioni d’italia, le trasmissioni sportive, i programmi di intrattenimento per casalinghe annoiate, i cazzi vostri in piazza, i reality, le televendite, i telegiornali da regime nordcoreano, il maschilismo imperante e l’eterosessualità sfrontata, i frustrati che dibattono su quanto lunga debba essere la coscia di una ballerina, il telethon, i telefilm sulle vite dei santi, dei pulotti, dei preti, dei medici e di garibaldi, le trasmissioni sul paranormale, i programmi coi comici, la diretta da san pietro e le previsioni del tempo quando fa brutto. Tutto questo batte in cattivo gusto Santoro 100 a 1, offende quella cosa molliccia ed indistinta ed in continua evo/devoluzione che chiamo la mia sensibilità e sì, fosse per me, buona parte di ’sta roba non verrebbe trasmessa, o non verrebbe trasmessa negli orari in cui ho tempo di guardare la televisione, così ve la sciroppereste solo voi fuoricorso. Ma dato che sfortunatamente non mi hanno ancora nominato Ministro per la Preservazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, mi limito ad evitare di guardare quello che mi infastidisce ed a guardare quello che mi fa voglia. Lo so, è una scelta di comodo, che vi devo dire, ma ciascuno ha la sensibilità che ha, e se molti trovano interessante vedere un paparazzo ed una carampana scannarsi mentre giocano a fare i contadini, se nessuno obbietta sull’opportunità di pagare il canone dopo aver visto uno speciale sulle lacrime della statua di padre pio o un dibattito di quaranta minuti sull’angolo di visuale del guardalinee, allora siate così gentili da sopportare gli irritanti schiamazzi di AnnoZero, al limite cambiate canale, fate altro, continuate a coltivare la vostra sensibilità in privato e non vogliate privarmi del mio diritto di (non) guardare Santoro.




15/4
2009

Solo contro il mondo e la sua scadente ortografia

SMS da Nello, oggi ore 9.30:
"[...] Ricambio l’abbraccio tra vegliardi, anche se tutto questo affetto mi fa male al peacemaker."

Altro SMS da Nello, 4 ore di silenzio dopo:
"Sono proprio vecchio. "Pacemaker" e non "Peacemaker". Cazziami pure..."

(come se io me ne fossi accorto)

Un uomo chiamato Nello: 29 anni, ed è ancora l’unico che manda messaggi per rettificare i refusi nei messaggi precedenti.
Heppy birthdayz!




7/4
2009

Ovis homini kebab

Mentre medito sulle sciagure naturali e non, sugli sciacalli iscritti all’ordine e non, sui crolli e le perdite, il buonismo e l’ipocrisia e la sfavillante magia degli ospedali antiscismatici, il millenarismo d’avanzo ed il patriottismo da operetta, ma anche su un sacco di altre cose

(fumetti, lampadari e libri turchi, uova di quaglia, fatture, nuvole)

mi passa improvvisamente dinanzi agli occhi un branco di pecore, vagolante crudo per le avenide del Borgo.

beh?

Erdogan ringrazia così la mia sponsorizzazione del turismo in Turchia, per quanto Obama abbia assicurato che era sua intenzione passare comunque.



Non è che a qualcuno avanzano due pezzi di pane e, chessò, una damigiana di yogurt?




3/4
2009

Cose turche, vol. 3

Fauna: ad Istanbul si incontrano prevalentemente 4 specie animali vive ed una morta. Tra quelle vive imperversano i gatti, che proliferano in quantità impensabile grazie forse alla quasi totale assenza di cinesi e vicentini, girano in bande armate e si sono organizzati in una società parallela. Poi i piccioni, che però sono grandi il triplo dei piccioni nostri e fanno la faccia feroce. Infine le meduse, che rendono il Bosforo ormai quasi calpestabile. La specie animale di gran lunga più presente ad Istanbul, però, è morta, farcisce i panini e da viva faceva "beeeh".

Flora: pressoché esclusivamente tulipani.

Mangiare ancora: se il panino con la pecora non vi soddisfa, o volete consumare un veloce snack tra una pecora e l’altra, ad Istanbul esistono diverse felici alternative messe a vostra disposizione da uno stuolo di venditori ambulanti. In primo luogo, delle ciambelle di pane con i semini di sesamo sopra. Poi le pannocchie, a vostra scelta bollite o abbrustolite. Frutta secca, nocciole tostate, mandorle, cose così. Infine, le caldarroste. A Marzo, sì, cosa c’è di strano? Ad Istanbul vendono le caldarroste per strada a Marzo. Non chiedetemi il perché, son cose turche.

Ridere ancora: quella è "Samarcanda", non facciamo confusione.

Aya Sophya: è quella che una volta era la chiesa più grande del mondo, poi è diventata una moschea, poi Ataturk dopo aver brevemente valutato l’ipotesi di renderla sua residenza ufficiale l’ha trasformata in un museo. Peccato che tutto quello che si poteva portar via se lo siano portato via i passanti (soprattutto crociati e mezzalunati), ma resta comunque una gran bella cupolona.

Suoni: in qualsiasi momento, ad Istanbul qualcuno sta gridando. Se non è il muezzin, è il venditore ambulante di pesce fresco, se non è lui è un automobilista che si trova la strada bloccata dal carretto del venditore del pesce, altrimenti è un altro muezzin.

I bagni turchi: il mio era piccolino, con il water, il lavandino e la doccia senza tendina, ma almeno non c’erano blatte. Quasi tutti i bagni di Istanbul, a proposito, avevano il water. La turca è stata ritenuta poco dignitosa per l’identità nazionale da Ataturk nel 1925.

Da vedere: tutto. Ogni passo ad Istanbul è una meraviglia, una gioia per gli occhi, per il palato e per tutti gli altri organi di cui non mi ricordo il nome. Tra tutte le città che io abbia mai visto (tre o quattro, quasi tutte in provincia di Vicenza) è sicuramente di gran lunga la più bella. Certo, ha una cappa di inquinamento sopra che pare il Borgo, ma un rapporto uomo-pecora decisamente migliore e quanta beltà, quanta sana confusione, quanta anarchica mescolanza di idee, quanta poca rottura di balle. Se qualcuno di voi ha una casa in centro ad Istanbul e cerca qualcuno che gliela abiti, mi offro volontario immanentemente.

[o continua o finisce qui, si vedrà]




2/4
2009

Cose turche, vol. 2

Ataturk: Mustafa Kemal, detto Ataturk, è il padre della Turchia (la madre essendo evidentemente la Fata Turchina). Ataturk è il tizio che negli anni ’20, quand’era un Giovane Turco, ha scacciato il sultano, modernizzato il paese e ridimensionato il ruolo della religione nella vita politica e sociale (no, non può venire anche in Italia, è morto). Se entrate in un edificio e non individuate un ritratto di Ataturk nel raggio di cinque metri, probabilmente non siete in Turchia. Mancare di rispetto alla memoria di Ataturk, per esempio chiamandolo Akittemuòrt, è severamente vietato in tutto il paese.

Religione: dopo il culto di Ataturk, la religione più diffusa è l’islamismo. Ciononostante, se vi aspettate che qualcuno vi tagli la gola appena scesi dall’aereo rimarrete delusi: l’islam in Turchia è invasivo sostanzialmente quanto il cattolicesimo in italia. Più o meno: al posto delle chiese ci sono le moschee, al posto dei campanili i minareti, al posto dei preti gli imam e così via. Certo, sul fronte dei diritti civili non stanno messi benissimo, ma abbiate pazienza. Arriveremo presto al loro livello.

Dormire: può essere difficoltoso, se avete bevuto troppi tè. E naturalmente all’alba tutti i muezzin della città si lamentano in filodiffusione.

Albergo: era piccolo, con stanze piccole e scarsamente accessoriate. Il personale però era molto gentile, dalla finestra si vedeva il mare e le tre rampe di scale non mi pesavano quanto quelle del bunker.

il Turco: è una lingua agglutinante, e con questo ho fatto felice Nello ed ho esaurito le mie conoscenze di linguistica. Ho provato per quattro giorni ad imparare a dire "grazie", alla fine ho rinunciato per sfinimento.

i Turchi: in genere sono persone gentili coi baffi, che vogliono venderti qualcosa. Sorridono sempre, cantano sempre e si distinguono dagli italiani perché hanno una tazzina di tè in mano al posto del mandolino. Le donne turche possono avere o non avere un fazzoletto in testa ed avere o non avere una palandrana lunga tipo Morpheus, ma apparentemente anche le donne col capo coperto e la palandrana possono: ridere, frequentare locali pubblici, indossare scarpe da ginnastica e sconvolgenti calzini rosa. Nei bar dove si bevono alcolici, a dire il vero, di donne non se ne trovano, ma considerando che sono due o tre in tutta Istanbul non è così grave come può sembrare.

Fumare come turchi: ad Istanbul, in qualsiasi momento, tutti stanno fumando. Il muezzin canta all’alba per ricordare che sono già passate sei ore dall’ultima sigaretta, ed alla settima si perde la nazionalità. I turisti fricchettoni ciucciano il narghilè ai bordi della strada e si sentono oh mi god so bohemienne!

Bestemmiare come carrettieri ottomani: dopo le prime otto ore di ingorgo, diventa tutto sommato comprensibile.

Fare acquisti: su tutte le guide viene consigliato di contrattare spietatamente ogni acquisto. Uhm, non è proprio così. In alcuni posti, come il gran bazar, la contrattazione è pressoché obbligatoria se volete essere imbrogliati un po’ meno. In altri, pure i turchi si sono scocciati di dover tirare sul prezzo per ogni cartolina e specificano chiaramente che i prezzi sono fissi. Non occorre contrattare ogni caffè che prendete, insomma, e non è neanche tanto gradito. Detto questo, io ed Amormio siamo stati un’ora a contrattare ferocemente il prezzo di alcune lampade con un ragazzo che proprio non voleva mollare, e con un uso sapiente della tecnica "poliziotto buono, poliziotto cattivo" siamo riusciti infine a spuntarla suscitando l’evidente ammirazione del venditore.

Dolciumi: se vi piacciono i dolci, Istanbul è il posto che fa per voi. Se siete dentisti disoccupati, Istanbul è il posto che fa per voi. Il dolce più conosciuto è la baklava, una specie di sfogliatina immersa nel miele. Il secondo dolce più conosciuto è il lokum, un quadratino gommoso ricoperto di zucchero a velo con dentro la nocciola. Una curiosità: se prendete un sacchetto di lokum, lo mettete in valigia e lo lasciate lì per qualche ora in una giornata mediamente calda, otterrete un unico grosso lokum con tante noccioline dentro.

[continua]




1/4
2009

Cose turche, vol. 1

Il titolo è un po’ pretenzioso, lo so, dato che in fin dei conti io ed Amormio siamo stati solo ad Istanbul. Ma è regola comune tra i turisti che una volta che si sia vista la capitale, si può far finta di sapere tutto di una nazione, no?

Uff, come siete noiosi.

Storia: una volta, tipo un milione di anni fa, Istanbul non c’era. Pare impossibile ma è così. C’era solo una strada per cui passavano i greci che andavano in medio oriente a fare a botte e tornavano carichi di bottino. Più raramente succedeva il contrario, che i greci tornassero senza bottino o passassero altri popoli dai nomi meno importanti che andavano a piantar grane in Grecia. Un giorno un tizio di nome Byzàs ebbe un colpo di genio ed aprì una locanda lungo la strada, si fermò sulla soglia e cominciò ad invitare dentro i passanti a mangiare un panino con dentro la pecora o bersi un tè. Inizialmente l’idea non ebbe molto successo, finché Byzàs (che era, appunto, un genio) non pensò di infilare uno spiedo nella pecora e cuocerla un po’ prima di metterla nel panino. A quel punto gli avventori furono così tanti che il locale si espanse, fu necessario organizzare dei turni per potersi sedere a mangiare, costruire degli alloggi per i clienti in attesa, dei bagni e cose così. Era nata una città, conosciuta per un breve periodo come Kebabbopoli e successivamente come Bysanzio.
Nel 300 e rotti dell’era cristiana passò da quelle parti anche l’imperatore di Roma Costantino, quello famoso perché si sognava i crocefissi, e decise di stabilirvi lì la nuova capitale dell’impero. Suo nipote Giustiniano vi fece edificare delle mura e qualche chiesa, e la storia pareva finita lì. Attorno al 1200, però, un inaspettato colpo di scena: un gruppo di crociati che visitava la città durante una gita organizzata dalla serenissima repubblica venne bellamente raggirato da un venditore di souvenir del bazar egiziano e per rappresaglia mise a ferro e fuoco la città, portandosi via tutto quello che poteva entrare nel bagaglio a mano. Neanche il tempo di riprendersi dall’accaduto, ed un paio di secoli dopo arrivano gli ottomani i quali, con la complicità del governo veneziano, conquistano la città, ne fanno la capitale del loro impero e si mettono a costruire moschee a destra e a manca senza ritegno. La costruzione delle moschee si arresta temporaneamente solo negli anni ’20 del Novecento, quando un altro tizio inventa l’alfabeto latino e decide che le donne sono più belle con i capelli al vento. Ora è al potere la Democrazia Musulmana e la costruzione di moschee è ripresa così come quella di fazzoletti per coprirsi il capo.
Unica cosa che non è cambiata in tutti questi secoli di storia è la pecora nel panino.

Geografia: Istanbul è a destra della Grecia e a sinistra della Turchia, con acqua sopra e sotto. Se chiedete informazioni a persone molto anziane, potrebbe essere utile ricordare che prima si chiamava Costantinopoli.

Arrivare: sbarcati all’una di notte dall’aereo, c’era un tizio in aeroporto che aspettava me ed Amormio con un cartello con su scritto "Prinz Lucky". Pure scritto sbagliato. Imbarazzante per me, figuriamoci per lui.

Muoversi: dicono che le strade di Istanbul siano piuttosto trafficate, ma questo non corrisponde affatto alla realtà. Le strade di Istanbul sono infatti intasate in gigantesco ingorgo che ebbe origine nel 1923, quando Mustafà Kemal detto Ataturk parcheggiò un attimo in seconda fila per bersi un tè, ed ora si estende fino alle coste meridionali dell’Anatolia. C’è gente che è nata e morta di vecchiaia senza mai scendere dall’auto di famiglia. Nei rari casi in cui un evento eccezionale provoca il materializzarsi di una strada sgombra, però, per sfogarsi gli istanbullesi pigiano sull’acceleratore per raggiungere il prima possibile l’ingorgo successivo, perciò attraversare la strada è rischiosetto. Vi consiglio di scegliere un albergo che sia sullo stesso lato della strada di tutti i posti dove volete o dovete andare. In alternativa, ci sono i mezzi pubblici, ma qui vi devo mettere in guardia perché presentano delle notevoli differenze rispetto a quelli italiani: funzionano, costano poco ed è molto difficile entrarci senza avere pagato il biglietto.

Mangiare: ad Istanbul si mangia il kebab. Punto. Però esistono circa ottantadue varianti del kebab, alcune delle quali si richiamano a riti antropofagi precristiani (Kokorec o qualcosa del genere) ed altre impastate col napalm, molte con la pecora, alcune con il pollo, con o senza yogurth, con la melanzana, ecc. Noi li abbiamo assaggiati tutti, tranne quello fatto con gli avanzi che vendono in italia, e sono tutti buoni. Inoltre, lungo le rive del Bosforo vendono i panini con dentro il pesce pescato nel Bosforo. Voi mangereste qualcosa che sia stato nel Bosforo? Nemmeno io.

Bere: i turchi bevono principalmente tè e yogurt annacquato. Il tè lo bevono sempre, ovunque, in qualsiasi momento, facendo qualsiasi cosa. In giro per la città è normale trovare bicchierini da tè vuoti, in attesa che qualcuno li ripigli e ci metta del nuovo tè dentro. Lo amano davvero molto. E’ un tè così forte che ci puoi accendere il motorino, ma buono; se ne bevi due non dormi la notte. Lo yogurt annacquato è pure salato, però dopo che l’hai provato un paio di volte non riesci più a farne a meno. Anche perché, mangiando solo carne, hai bisogno di qualcosa che risvegli il tuo intestino di quando in quando.
Oltre a queste due bevande base, i turchi bevono anche il caffè turco, che in italiano si chiama sciaquatura di piatti, ed il raki, che è l’unica bevanda alcolica ammessa nel paese. Una sera siamo entrati in una bettola per assaggiare ’sto raki, perché io ed Amormio siamo persone furbe che il sabato sera vanno nelle bettole di Istanbul ad ubriacarsi, e mentre gli altri avventori discutevano se accoltellarci o darci una botta in testa siamo giunti alla conclusione che si tratta di una specie di pastis amaro, e fa schifino. Lo si beve accompagnandolo con fettine di cetriolo e formaggio di pecora, che è l’equivalente turco delle nostre patatine. Alla fine, dato che abbiamo bevuto e mangiato tutto, a malincuore hanno deciso di risparmiarci.

[Continua]