8/3
2005

Essere donna oggi (2)

Del resto è ormai noto ai più che siamo nel 2005 e le donne sono stufe del maschio dolce e sensibile che le coccola, si ricorda degli anniversari e si sforza (invano) di capirle. L’hanno provato e non è poi questo granché, ora preferiscono l’uomo vero che non ha sentimenti o eventualmente non li dimostra, si comporta in maniera spietata nei loro confronti e si vanta al bar delle proprie perfomance sessuali (fonte: probabilmente un sondaggio di Panorama).
Trovare questo maschio ideale non è così semplice come sembra. Per vostra fortuna, ho per le mani un campionario interessante da proporvi:

Jimmi Jimmi: noto anche come GmGasTer, ha i peli anche sulla schiena come piace alla donna contemporanea ed è divenuto oggetto di culto per i gay newyorkesi, senza che nessuno (tantomeno loro) riesca a spiegarselo.




PierBulus Bulus: si proclama l’ultimo dei romantici ma non fatevi trarre in inganno, fa le scurreggette in pubblico e per le sue doti sessuali viene chiamato anche "Otto Marzo" perché è la festa delle donne. Per le sue restanti caratteristiche fisiche è invece meglio noto come "Sei Marcio".




Nello Nello: Perché no? Se avete meno di diciotto anni e volete provare il fascino dell’esotico ancora avvolto nella confezione originale...




Pornorambo PornoRambo: Spiacente, ma questo è già impegnato (scusa Porno se ti ho rovinato la piazza). Però inserisco comunque la sua foto migliore così potete dolcemente accarezzarvi guardandola.




Ed io no? No, io continuo ad essere l’uomo dolce e sensibile che vi coccola ricordandosi degli anniversari e quando siete distratte vi mette incinta la sorella e scappa ai caraibi con l’argenteria di famiglia, quindi non vado bene. Inoltre il bloggo è mio e mi ci sputtano già abbastanza.
Ad ogni modo se riuscite a contattarmi prima che i suddetti mi spezzino le dita, vi fornirò volentieri numero di telefono, indirizzo e foto a figura intera, in cambio di un modico compenso che servirà a coprire le spese mediche.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




8/3
2005

Essere donna oggi (1)

Dato che tutte le donne che leggono questo bloggo sono intelligentissime prima ancora che bellissime, senz’altro si saranno già rese conto di come l’odierna "Festa della Donna", fortemente sostenuta dalla lobby plutocratica dei floromassoni, non sia altro che una di quelle feste imposte dall’establishment capitalista per dividere il paese facendo sentire esclusi ed emarginati i maschietti, così come si sentono esclusi ed emarginati i single a san valentino, i disoccupati il primo maggio, le belle donne il giorno della befana e tutti gli esseri viventi il due novembre. Non ho la presunzione di dovervelo ricordare io. Invito però tutte quelle che non se n’erano ancora accorte (mica per colpa loro, ma in quanto accecate da un sistema di comunicazioni globale che tende a speculare sui nostri bisogni affettivi) a consapevolizzare attentamente il problema. Questo non significa che ve la dobbiate prendere con i vostri ingenui fidanzati se vi fanno auguri, coccole e regali: dopo tutto agiscono in buona fede e vogliono solo dimostrarsi gentili, inoltre sono tendenzialmente uomini ed in quanto tali dotati di una capacità di discernimento limitata. Soprattutto, una volta messili al corrente di come questo giorno non sia altro che un espediente strumentale a mantenere l’attuale iniquo status quo di genere, non sbattete loro in faccia il rametto di mimosa simbolo dell’ingiustizia che vi hanno appena donato: costa come l’eroina e se il vostro ometto non vi volesse bene avrebbe potuto spendere gli stessi soldi per passare il weekend ad acapulco con la modella di copertina de Il Venerdì.
Anzi, fiere di questa consapevolezza sbattetevene alquanto e godetevi la festa, gli auguri, le coccole ed i regali, che domani saranno passati santo e miracolo.

P.S.: Auguri e baci.

(continua)




7/3
2005

Gli eroi del ghiaccio

Essendo circondati da ingombranti montagne, ieri abbiamo infine deciso di andare ad onorare la troppa neve caduta con un paio d’ore di sano e maturo divertimento, protagonisti io, Neno detto anche il Nuovo Testamento e la dolce E. già mia amata ed ora buona amica nonostante la spiacevole abitudine di allevare gatti stupidi, sovrappeso ed insonni.
Discese arditeed anche un po storditeAnatomia di un eroe dei ghiacciFronteRetroTemo sia un artistaLa divinità abbandonata al proprio destino



Dapprima io e l’evangelista ci siamo lanciati in discese ardite seduti su sacchetti di plastica, ma constantando come il nostro fondoschiena abbia perso l’elasticità dei vent’anni abbiamo preferito dedicarci ad attività più consone alla nostra venerabile età. Ovvero, lui costruire una maestosa pupazza di neve , io ed E. a tirargli le palle di neve. A lavoro concluso devo ammettere che l’opera era assolutamente pregevole, curata fin nei minimi dettagli, come potete constatare dalle foto... da cui un dubbio ingombrante: che il ragazzo abbia altre doti oltre a quella di spaccarmi i maroni cercando di convertirmi?




7/3
2005

Di case stregate vicino ai torrenti

Allora il mondo era più piccolo ed aveva confini molto più precisi. Verso il basso - la pianura, la città - eravamo limitati dalle due strade di ingresso al paese, discese troppo rischiose all’andata, salite troppo ripide al ritorno per affrontarle con le nostre biciclette e le nostre gambe corte. Non che ci fosse la tentazione, che altro era mai la città se non parenti noiosi da visitare ed estenuanti negozi di scarpe? Un susseguirsi di strade e case viste dal finestrino posteriore di un auto, asfalto e cemento, un luogo sconosciuto e lontano quanto l’america ma assai meno affascinante, dato che non passava mai sulle nostre televisioni in bianco e nero. Neppure verso l’alto ci si poteva spingere a piacimento, al massimo fino alle contrade più vicine, stando attenti al bosco. Entro quei ristretti confini rimanevano le strade, i cortili, i prati e gli orti dietro casa, dove ogni adulto ci poteva tenere d’occhio, ammonire come a scuola; quell’odiosa rete di vecchi spioni e mamme impiccione era il più efficace sistema di protezione della specie che la tradizione rurale avesse messo a punto in migliaia di anni. Naturalmente, era imperfetta. C’era sempre un muretto da saltare per sottrarsi agli sguardi indiscreti, o almeno così ci si illudeva.
Il rifugio più sicuro, in quel ritaglio di mondo, era la nostra casa abbandonata. Ci entravamo da una finestra sul retro che chissà come eravamo riusciti ad aprire, ed era il nascondiglio perfetto. Con esuberanza provincialista l’avevamo ribattezzata "Spectrum" o qualcosa del genere, ben sapendo che ogni vecchia casa abbandonata deve essere stregata ed ospitare dei fantasmi, per quanto questi fossero evidentemente così imbarazzati dalle nostre scorribande da non volersi manifestare in alcun modo. Ricordo l’odore del legno ammuffito, uno strato di polvere spesso due dita ed una botola che portava in soffitta, chissà dove abbiamo trovato la scala per raggiungerla, e noi ci sedevamo lì a raccontarci storie seduti su cuscini recuperati da vecchi divani alla discarica, illuminati dalle candele rubate in chiesa, fieri come cospiratori in quella tana segreta, in quel centro sociale prepuberale. Fumavamo tralci secchi e sottili che si chiamavano visoni, o quando ci andava di lusso qualche sigaretta fregata ai nostri vecchi. Se riuscivamo a mettere insieme abbastanza soldi, arraffandoli senza scrupoli o guadagnandoceli tra lavoretti e mance, ce ne andavamo a prendere un pacchetto dal tabaccaio, stando sempre ingenuamente attenti a specificare che non erano per noi. Dalla casa, in un attimo raggiungevamo il torrente che sega in due il paese come una vecchia cicatrice e lo risalivamo fin dove era possibile saltando di sasso in sasso, stando attenti a non infilare un piede nell’acqua schiumosa o tra le siringhe che spuntavano qua e là dal terreno. Sulle sponde facevamo le guerre con i bastoni, fino a quando qualche adulto attirato dalle grida ci scopriva e si metteva in mezzo intimandoci un armistizio. Eravamo ancora tutti così piccoli e magri e ossuti che si poteva fare a botte tranquillamente, qualcuna ne davi e qualcuna ne prendevi, senza quelle ingiuste differenze di peso e muscolatura che negli anni successivi avrebbero drasticamente determinato l’esito degli scontri. Erano tempi più democratici, si poteva risolvere qualsiasi questione ricorrendo a pugni, calci, morsi ed unghiate con possibilità di successo pressoché uguali.
Oltre che per fumare, nella nostra casa segreta ci andavamo a pianificare il sabotaggio dei capanni di caccia nei dintorni, poi realizzato strappando le frasche che li nascondevano ed appendendo ai rami intorno cartelli colorati per spaventare e mettere in salvo gli uccelli. Animati dal più nobile spirito ambientalista, su quei cartelli ci scrivevamo pure slogan altisonanti ed insulti all’indirizzo dei cacciatori; almeno, lo abbiamo fatto finché i cacciatori medesimi ci hanno colto sul fatto e spedito a casa a calci in culo. La democrazia, in effetti, valeva solo tra di noi, contro gli adulti non c’era nulla che potessimo fare e sembrava che ogni nostro passatempo desse loro in qualche modo fastidio. Progettavamo rivoluzioni.
Alla fine hanno scoperto la nostra base, naturalmente, e ci hanno scacciato anche da lì. Facevamo troppo rumore, o qualcuno ha notato il movimento attorno a quella finestra. Magari avevano sempre saputo che andavamo lì e ci hanno fatto sloggiare prima che la voce arrivasse al proprietario (perché pare impossibile, ma anche le case abbandonate hanno un proprietario da qualche parte) o temendo che le assi del pavimento cedessero sotto i nostri piedi. Il genere di paure da cui i bambini sono immuni.
Qualche anno dopo hanno ristrutturato la casa, ora sicuramente ci abiterà qualcuno. Mi chiedo che faccia abbia fatto il primo che ha infilato la testa oltre la botola della soffitta, scoprendo i cuscini marciti e le candele ed i fumetti disegnati sulla parete e la rabbia ed i desideri e tutti quegli altri fantasmi che aleggiavano in mezzo alla polvere.




4/3
2005

Cheat code

Questo secolo comincia veramente ad infastidirmi. Non è che qualcuno ha la password per saltare direttamente al ventiduesimo?




3/3
2005

La neve reloaded

Mentre ascolto i miei colleghi darsi affannosamente da fare per organizzare la gita aziendale sulla neve, senza neppure sospettare di quanto sia fantozziana l’idea al di là della buona fede che li anima, vengo colto da improvvisi flash sulle mie passate esperienze di sport invernali.

[Flash n.1: 1989 o giù di lì]
Gita sulla neve delle scuole medie. Qualcuno mi infila a forza i piedi in un paio di scarponi da sci, aggancia il tutto a due travi di legno vagamente sagomate e mi spinge su una pista da fondo. Una volta che gli sci si siano infilati nei binari tracciati dagli altri trecentottantadue bambini della gita, non c’è modo di girarsi: per tornare all’autobus devo arrancare per tutti i quarantotto chilometri della pista circolare maledicendo moderatamente gli dei olimpici (allora ero ancora un bambino timorato). Quando finalmente arrivo, qualche mio compagno di classe ha già cambiato voce e sta studiando per la patente, nel frattempo la revisione del bus è scaduta.

A quanto pare i tentativi di organizzare questa gita alla quale io non parteciperei in nessun caso sono destinati a fallire per colpa della generale mancanza di entusiasmo. Non mi sorprende: chi ha voglia di passare anche il fine settimana in compagnia degli stessi individui che ti tolgono il fiato tutti gli altri giorni?

[Flash n.2: 1992 o giu di lì]
Gita sulla neve delle superiori. Nessuno ha più l’autorità per costringermi a fare figuracce con gli sci ai piedi, per cui mentre gli sportivi si coprono d’onore io ed i miei amici beviamo la birra e ci buttiamo giù per una pista da bob sdraiati su dei sacchetti di plastica. A faccia in giù, anche. E nessuno si è fatto male, sorprendentemente.

Nel frattempo qui sta iniziando a nevicare e la mia collega si concede gridolini estatici, mentre a me si prospetta la possibilità di rimanere bloccato nel luogo di quotidiano sfruttamento lavorativo fino alla fine della corrente era glaciale. Si accettano offerte di soccorso (no perditempo).

[Flash n.3: 2002 o giu di lì]
Finito il tempo delle gite sulla neve, ci si va a buttare giù dai pendii utilizzando mezzi di fortuna quali: camere d’aria dei camion, scatoloni, slittini della prima guerra mondiale. Non c’é neanche tanta neve, a dire il vero. Come risultato io mi spacco un sopracciglio e sono quello che si fa meno male, tranne naturalmente Neno e gentile signora che sono protetti da gisù perché loro vanno in chiesa ed io no (e se ne vantano).

In conclusione, sulla neve è bello andarci per spanarsi il muso (tm) con gli amici, non per dimostrarsi socievoli con gli altri schiavi ed i loro padroni. Inoltre, dovrei smetterla di mangiare madeleine a pranzo.




2/3
2005

L’artista

Per tutti quelli che là fuori pensano che il mio unico talento sia fumare una sigaretta in trenta secondi, eccovi la dimostrazione che sono anche capace di disegnare:
bianco e nerocolori
A sinistra, il mio autoritratto a pennarello su carta a quadretti. A destra, lo stesso colorato al computer e rielaborato con le più sofisticate tecnologie che neanche la pixar se le sogna.

Sì, in effetti volevo solo provare lo scanner.




2/3
2005

Andare avanti

Ci vieni sabato al concerto dei Folka? No, la mia ragazza è incinta, non posso uscire. Come? Massì, l’Ale. E’ all’ottavo mese. Ah, e si sa già chi è stato? Lascia perdere, meglio che non lo venga a sapere. Intanto penso ad una mano fredda una mano calda una mano fredda una foto sul muro una foto sul divano una foto chissà dove si è persa. Guarda, il mio amico si è seduto con quelle là. E chi sono? Quella è la più troia del mondo. Chi, quella? No, non quella con il maglione bianco, che pure... quell’altra. Beh, la più troia del mondo è orribile, peccato. Davvero è orribile? A me non pare. Voglio dire, ha una faccia normale. Appunto, siamo nel 2005. Avere una faccia normale è peggio di una cicatrice. Ed alzarsi distendersi alzarsi controllare la posta accendere una sigaretta bere un bicchiere d’acqua stendersi alzarsi guardare se nevica tossire. La monnezza, la camorra, quei napoletani del... Scusami, prima che tu prosegua, vorrei farti notare che a me Napoli piace. E che ho un coltello in mano. Stavi dicendo? No, no, niente... Ma davvero, non ti volevo interrompere. Prosegui pure. No, non stavo dicendo niente. Ah, ok, m’era parso. Crederci ricordare avere paura mentire sentire lo stomaco come una pallina da golf incandescente aspettare pensare scrivere il sogno del tuo funerale. E se il tuo ragazzo ti beccasse a letto con un altro, che farebbe? Penso che ammazzerebbe prima lui e poi me. Prima lui, perché da me vorrebbe sapere almeno perché l’ho fatto. Io ucciderei prima lei. Anzi, solo lei. A lui offrirei una birra, per solidarietà. In fondo, avrebbe appena perso una donna. E sentire in gola quella frase che non puoi dire che non vuoi dire che non hai nessuno a cui dire che nessuno vuole ascoltare e dire mille altre parole e fare mille altre cose e tutto quello che dici tutto quello che fai lo fai perché devi ma quell’unica frase che non dici ti fa sentire muto e strozzato ma non fa differenza alcuna per alcuno ed in fondo neanche per te. Vuoi del calzini per tua moglie? Grazie, non ho nessuna moglie. Per i tuoi figli? Non ho figli. Per te, allora. Grazie, ce li ho già.




2/3
2005

Lettera aperta al misterioso burlone pericoloso attentatore

Quello del bombarolo, si sa, è un mestiere poco gratificante e scarsamente riconosciuto. Niente pensione, niente tredicesima, niente ferie, niente cena di natale: praticamente un cococò, ma senza neanche lo stipendio. Ci vuole passione, indubbiamente, e pazienza.
Passione. Procurarsi mezzo chilo di polvere pirica non è un’impresa impossibile, ma non è neanche che basti fare un giro al discount sotto casa. E poi confezionarla, sperando che non ti salti per aria il soggiorno nuovo. L’innesco, il timer, non sono cose semplici da preparare, ci vuole un minimo di competenza e suppongo rimanga sempre una certa quantità di rischio. Ed infine andare a depositarla nei pressi delle caserme, con tutte le telecamere che ci sono, o nelle discariche, con quella puzza insopportabile. Non puoi neppure pretendere di farlo per la gloria, perché se quel piccolo capolavoro di artigianato a cui hai dedicato tempo ed impegno dovesse funzionare, non avrai neppure la soddisfazione di potertene vantare. Ci vuole passione, per odiare così tanto i cassonetti dei rifiuti.
E pazienza. Molta pazienza, perché non sempre le tue opere d’arte funzionano come vorresti. Qualche volta non scoppiano, qualche volta scoppiano dopo, qualche volta prima. E’ giusto giusto da quando è salito al governo il Banana che piazzi una bomba ogni tre mesi nei paraggi di una caserma, e mai sei riuscito neanche a spettinare un appuntato. Tanta meticolosa preparazione e qualcosa va sempre storto, oppure sei tu a sbagliare strategia: se vuoi far male a qualcuno, la prima bomba la metti nel cassonetto della carta e la seconda nella campana del vetro, mica il contrario, le schegge di carta volanti mica fanno male a nessuno. Ci vai sempre vicino, ogni volta la bomba avrebbe potuto uccidere se qualcuno fosse stato nei pressi, ma mai è successo.
Che fortuna, per noi. Che sfiga, per te.
Dicono che stai facendo attentati dimostrativi. OK, sono tre anni che dimostri, puoi anche darci un taglio. Dicono che sei un anarchico insurrezionalista. Non stai insurrezionando per niente, al massimo aggravi l’emergenza rifiuti. Dicono che metti in pericolo la vita delle nostre eroiche forze dell’ordine, che te ne esci a notte fonda dai centri sociali, che appartieni alla stessa mala genìa di chi contesta in piazza. Non sono cose belle.
Quanto resisterà la tua passione, mi chiedo, quanto durerà la tua pazienza di fronte a questa incredibile sequenza di coincidenze, colpi di sfortuna, inneschi difettosi? O che qualcuno ti ha picchiato con un cestino dei rifiuti quand’eri piccolo e sei rimasto traumatizzato, oppure devi essere dotato di una perseveranza fuori del comune. Se non sapessi che è impossibile, giurerei che qualcuno ti paga per farlo. Se non lo ritenessi inconcepibile, direi che questo qualcuno ti paga con i soldi delle mie tasse. Ma simili pensieri non mi potrebbero mai sfiorare. Non in italia, non ora.