24/1
2005

Meglio un giorno da leone che dieci minuti da pecora gonfiabile

pecoraIl mio entusiasmo per le cose di questo e di altri mondi cresce a tal punto da spingermi Venerdì a ripulirmi la coscienza cinematografica (macchiata dalla grave colpa di aver creduto in Alexander) con la visione di un prezioso classico della fantascienza, per concludere rapidamente la serata nel bar dei diciassettenni. Principali attrattive di questo truce locale diventato inspiegabilmente uno dei più frequentati del triste borgo natio sono:
- si può fumare;
- assumono come cameriere sedicenni scappate di casa con il tatuaggio che spunta dalla mutanda.
Una delle due attrattive è stata sradicata dalla legge sirchia (sia maledetto il suo nome in secula seculorum) mentre l’altro non è sufficiente a riempire il bar, dato che l’inverno spinge la maggior parte dei pedofili a rimanere davanti al calduccio del proprio computer. Noi ci andiamo, sia chiaro, solo perché... mmm... ce l’ha chiesto Nello e...
OK, in effetti non mi risulta affatto chiaro perché andiamo in quel locale.

Sabato trascorso quasi completamente rinchiuso a Villa Gelida, ad eccezione di una rapida sortita in libreria verso metà pomeriggio attratto come un’ape dal melenso cartello "sconti dal 30 al 50%" appeso all’esterno. Purtroppo non è rimasto granché, ma del mio nuovo amore Capote riesco almeno a trovare qualcosa. Alla sera vado a teatro con l’amico PornoRambo perché anche se nessuno se n’è accorto siamo degli intelettuali intellettuali e di conseguenza tenuti a presenziare ad ogni evento mondano e culturale; per fortuna da queste parti se ne vedono gran pochi e possiamo permetterci il lusso di essere intellettuali part-time. Comoda, la vita in provincia.

Secondo fonti più che autorevoli, oggi dovrebbe essere uno dei giorni più sfigati dell’anno. Finora non noto differenze sostanziali. Dovesse volgere al peggio mi posso sempre consolare pensando che, per quanto triste possa essere la mia vita, non ho ancora ceduto alla tentazione di sollazzarmi con un’ammiccante pecora gonfiabile come quella in cui mi sono imbattuto per caso girellando innocentemente per internet. Se solo la smettesse di guardarmi così...

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




21/1
2005

Desiderio a scelta multipla con contributo del lettore

Questo inverno sta durando troppo. Ad ogni attimo gelido che si succede al precedente, cresce il mio desiderio di trovarmi
su un’isola caraibica
del pacifico
a new orleans
a londra
da qualsiasi altra parte
intento a
guardare oziosamente la gente che passa
fumare
leggere
scrivere
, sorseggiando con noncuranza
tequila messicana
vodka con succo d’arancia
succo ACE ghiacciato
, ascoltando a basso volume qualcosa di convenzionalmente adatto al luogo in cui mi trovo ed allungando ogni tanto una mano contro la luce
tiepida
dorata
ingannevole
del crepuscolo giusto per .




21/1
2005

Nucleare?

[Sto di nuovo somatizzando l’universo. I fiocchi immacolati di neve caduti tre giorni si sono trasformati in lastre di ghiaccio lucide e scivolose o cumuli duri e sporchi ai bordi delle strade, il parallelo con il mio umore non potrebbe essere più evidente.]

Ha ragione il Lestofante Capo, riapriamo il dibattito sul nucleare. Sono passati quasi vent’anni dal referendum, non provo nessun particolare senso di sacrilegio se qualcuno propone di ricominciare a discuterne seriamente.
Non che io sia particolarmente preparato sull’argomento, del resto... per il momento mi devo limitare a qualche osservazione superficiale. Le due motivazioni che si sentono più spesso in favore del ritorno al nucleare sono:

L’energia in italia costa troppo perché la importiamo dalle centrali nucleari straniere.
Ok. Supponiamo sia vero. Non si è mai attuato un programma serio per l’impiego di fonti di energia alternative, non ne abbiamo di tradizionali, siamo costretti ad importare corrente dall’estero con tutti i costi che questo comporta. C’è anche da dire che la nostra rete di distribuzione dell’energia fa schifo, se dopo il blackout dell’altr’anno mezzo paese ha riavuto la corrente dopo tre ore mentre alcune regioni hanno dovuto aspettare un paio di giorni. Ho anche seri dubbi che calerebbe mai quanto c’è da pagare in bolletta ed il presentimento assai solido che con qualche scusa o qualche tassa in più ci fregherebbero di sicuro.

Siamo circondati da centrali nucleari appena oltre il confine, quindi non godiamo dei benefici del nucleare ma nel caso succeda un incidente ne subiremmo ugualmente le conseguenze.
Claro. C’è un che di infantile in questo ragionamento che è difficile da smontare, ma la risposta "Allora costruiamo le centrali anche noi" non mi sembra così scontata. Giorgi Dabliu ad esempio direbbe: "Bombardiamo la Francia" e sarebbe altrettanto logico. Poi mi chiedo se uno preferirebbe vivere a 5 o cinquecento chilometri da un incidente nucleare, e credo faccia un po’ di differenza (non molta forse, ma potendo scegliere...)

A questo proposito, discutiamo anche di dove fare queste centrali, iniziamo a parlarne subito. Non si riesce a trovare un posto dove costruire i termovalorizzatori, sarebbe interessante scoprire chi va a dormire con una centrale nucleare fuori dalla finestra. Magari non è troppo presto anche per discutere di dove butteremmo le fastidiose scorie: non basta rispondere con superficialità "In qualche paese del Terzo Mondo", bisogna anche trovarne uno che non abbia particolari flussi di immigrazione verso l’italia, o ci troveremmo tra qualche anno una generazione di clandestini radioattivi a minacciare la salute pubblica.

Discutiamone, però. Non basta fare la faccia scandalizzata ed appellarsi ad una volontà popolare espressa molto tempo fa, in una situazione emotiva fortemente influenzata da Chernobyl. Non basta arroccarsi dietro le posizioni acquisite e sperare che la gente non abbia cambiato idea nel frattempo. Non basta perché questi ci fregano un’altra volta.

[Il Lestofante scherza anche sulla possibilità di far promettere in ginocchio ai propri sgherri di seguire i principi di Amore & Libertà. Non mi sembrerebbe più così disgustosa l’idea di un esercito di Ken e Barbie inviati a battere il paese casa per casa, se davvero venissero a propormi il Libero Amore.]




19/1
2005

Possibilmente un avvoltoio

D: Crede in Dio, o comunque in una forza superiore?
R: Credo in una vita successiva. Vale a dire che l’idea della reincarnazione mi è congeniale.
D: In questa vita successiva, come vorrebbe reincarnarsi?
R: Un uccello... possibilmente un avvoltoio. Un avvoltoio non deve preoccuparsi del proprio aspetto o della sua capacità di trarre in inganno e piacere; non deve darsi arie. Nessuno comunque avrà mai simpatia per lui: è brutto, indesiderato, mal accetto dovunque. E questo lascia una libertà considerevole.

[Truman Capote, "Musica per camaleonti"]




19/1
2005

Disclaimer

Nel caso doveste occasionalmente riuscire a leggere questo bloggo, si tratta senz’altro di un errore di brinkster.




19/1
2005

Domenica nella Città Molto Grande

Quella volta avevo già deciso di non partire. Per quanto il viaggio fosse molto più breve di quello a Napoli, non avevo voglia di viaggiare di nuovo da solo ed i miei amici erano presi da impegni diversi. Pazienza, mi ero detto, ci saranno altre occasioni.
La sera sfoglio distrattamente il giornale e leggo che nella stessa città, la Città Molto Grande, era esposto un quadro del maestro, una tela che non vede l’Italia da due secoli e che potrebbe tornare ad ammuffire a Dublino per i prossimi due secoli. L’esposizione durava solo fino al giorno seguente, come l’altra mostra che intendevo visitare. Non ho in programma viaggi a Dublino, prossimamente. Il messaggio più chiaro che il karma potesse inviarmi senza disporre del mio numero di telefono.
Stampo cartine ed orari dei treni, non sono pratico della Città Molto Grande: l’ultima volta che ci sono stato, l’Inter non aveva ancora vinto il suo ultimo scudetto. Ci dormo sopra e parto con il primo treno, il viaggio è così breve che non vale la pena di raccontarne i dettagli, lo trascorro finendo di graffiare sul taccuino gli appunti dell’esplorazione di Napoli mentre una coppia di fidanzati si sbaciucchia sul sedile di fronte senza imbarazzo per la mia silenziosa presenza. La Città Molto Grande è brutta, mi chiedo se chi l’ha progettata abbia mai preso in considerazione l’ipotesi che degli esseri umani potessero viverci. Del resto, mi chiedo anche se chi ha progettato le mie clarks abbia mai preso in considerazione che la gente potesse usarle per camminare più di dieci minuti.
La stazione dei treni è enorme, imperiale, fascista, ne esco il prima possibile e mi infilo in metropolitana senza perdere tempo alla ricerca di autobus, stavolta. Mi piace la metro, a voler tralasciare l’odore di piscio. Mi faccio portare al centro di tutto e da lì mi sposto a piedi, guardandomi attorno, cercando di capire se ci sia un fascino nascosto in quel posto grigio sotto quel cielo grigio. Non ci riesco, la Città Molto Grande mi rende nervoso, lo sguardo dei passanti mi rende diffidente. Napoli la batte a tavolino, non c’è che dire.
Raggiungo il primo museo, non c’è fila alla cassa né ressa dinanzi al quadro del maestro e mi ci posso fermare tutto il tempo che voglio, ci vuole quasi mezz’ora prima che possa ritenermi completamente appagato. Inizio l’anno come ho finito il precedente, o meglio. Riesco a fare pace almeno con lui dopo che l’ultima volta c’eravamo salutati così scortesemente. E’ meraviglioso, spero che gli irlandesi lo trattino bene. Per quel che mi riguarda ora potrebbero anche nuclearizzare la città.
Alle altre tele riservo uno sguardo compassionevole, come possono non sbiadire di fronte alla bellezza che hanno accanto, sorrido solo di fronte ad una veduta settecentesca di Castel dell’Ovo. Ipertesti, penso agli ipertesti.
Mi incammino verso la seconda mostra, sulla cartina avrebbero dovuto specificare che le scarpe da dandy wannabe fanno raddoppiare le distanze, la Città Molto Grande si avvolge sempre di più nel suo lenzuolo funebre umidiccio e maleodorante e le strade si svuotano per l’ora di pranzo.
Mi fermo in una piazza più brutta delle altre a mangiare un panino, sarà destino che io ed il maestro ci incontriamo a stomaco vuoto. Giro l’angolo, attraverso il parco (non perché fosse necessario, ma il verde bagnato dell’erba mi attirava) ed entro nel secondo museo, se di museo si può parlare.
Neppure qui devo aspettare un minuto, entro ed ammiro un genio di stampo completamente diverso dal maestro. Un genio, comunque, che ha dipinto in più di un senso il secolo scorso e al quale gli artisti successivi dovrebbero pagare almeno un martini. Guardo, leggo, ascolto con attenzione. Tutti conoscono il genio, ma io non sono tra quelli che si possono vantare di conoscerlo bene e me lo gusto senza alcuna fretta, come si deve. Peccato scoprire che come al solito il catalogo costi decisamente più dei soldi che ho in tasca: best art sarà anche il business, ma nel mio portafogli non trovo arte né parte. Paz. Memorizzo.
Esco che l’ora di pranzo è ormai passata ed inizia a muoversi un po’ di gente, mi incammino verso il ritorno dispiacendomi di non aver avuto modo e tempo di avvisare alcune mie conoscenze riguardo la mia visita in città, forse mi avrebbe fatto piacere incontrarle. Passeggio fumando per il cortile del castello, entro in una libreria e provo angoscia nel sentire la metropolitana passarmi sotto i piedi. Terminata la tregua artistica, la Città Molto Grande ricomincia ad innervosirmi. Noto il manifesto di una terza mostra, sono un bel po’ in anticipo sui tempi previsti, la trovo e mi ci infilo. Piacevole sorpresa, ma vedo poco che mi colpisca veramente: l’artista giovane è bravo ma mancano l’esposizione si riduce a poche tele meravigliosamente tristi. Il quadro del maestro e le sue ombre rimangono insuperabili, capisco che per quel giorno la Città Molto Grande non può offrirmi nulla di meglio. Persino la famosa galleria sembra un’imitazione di poco gusto di quanto già visto a Napoli.
Raggiungo la metro e da lì arrivo direttamente in stazione, salgo sul primo treno che viaggia verso oriente. Tutto pieno, mi stringo in corridoio e pazienza, ormai mi sto abituando. Per la seconda volta in dieci giorni il maestro mi ha spinto ad abbandonare Villa Gelida ed il suo confortevole divano; tira più di un carro di buoi, anche lui.




18/1
2005

Alessandro Magno e la neve

Stavo quasi per mettermi a scrivere una recensione di Alexander quando ha iniziato a nevicare. Quindi per distrarmi dal lavoro è più che sufficiente guardare fuori dalla finestra.

Sarò sintentico:
Irlandese con parrucca bionda, gonnellino e gambe depilate tenta di conquistare la gloria con un lungo e noioso polpettone americano. Tra i suoi amici spiccano Tolomeo che da vecchio diventerà Anthony Hopkins, Efistione che funge anche da fidanzato, padre, fratello, generale e segretario ed infine Clito, ovviamente molto nervoso ed eccitabile. Assieme partono dalla Grecia, vanno a Babilonia, da lì in India, toccano l’Oceano e tornano indietro. Muoiono quasi tutti e vorrei ben vedere, sono passati duemila anni!

Oliver Stone è sempre Oliver Stone. Purtroppo questa è l’unica cosa che si possa dire di lui senza pigliare mazzate, dopo questo film.

Fine della recensione, torno alla neve.




18/1
2005

Scambio di prigionieri

Non mi fa piacere che abbiano rapito il signor Casmoussa.
Non mi fa piacere che il signor Ruini sia a piede libero.

Mmm, intravedo una possibile soluzione che invece mi farebbe piacere...

UPGRADE: ma l’hanno già liberato?! Ed ora cosa me ne faccio del Ruini nel portabagagli dell’auto?




17/1
2005

Notte (giorno) Notte [5]

Il viaggio di ritorno fu molto più breve di quello di andata. Presi posto dove avevo prenotato, iniziai a leggere sollevando ogni tanto lo sguardo sui miei compagni di scompartimento, una pesante signora dai capelli biondi tinti e due ragazzi più o meno della mia età; sentendoli parlare, al telefono e tra loro, dedussi che la signora fosse di Cassino e gli altri due veneti. In seguito scoprii che la prima era originaria di Nocera, ma abitava in quel di Treviso, mentre i secondi erano di Cesena: il fatto è che dopo una giornata a Napoli tutti gli accenti settentrionali sembravano uguali.
Iniziammo a conversare quando notai che i due romagnoli stavano sfogliando il catalogo della mostra di Caravaggio, il naturale istinto di conversazione ebbe la meglio sul desiderio di leggere. Anche loro, come me, approfittavano dei momenti liberi (dal lavoro o dallo studio) per girare l’Italia alla ricerca di mostre e musei; anche loro erano partiti all’ultimo momento, senza pianificare il viaggio, avevano visto Napoli per la prima volta ed avevano vagato per il centro rimanendo colpiti dalla sua bellezza. La signora di Nocera interveniva di quando in quando, esprimendo una perplessa ammirazione per i nostri interessi culturali che ci spingevano ad attraversare il paese in lungo e in largo ma pure l’imbarazzo dell’autoctono che sente i commenti ingenui dei turisti sulla propria terra natale.
Ci scambiammo opinioni e suggerimenti sugli eventi in corso e su quelli consumati: Kandinsky, Dalì, Monet, Picasso, snocciolavano nomi come tappe di una caccia al tesoro. Dall’arte, come spesso capita, il discorso migrò in breve verso le reciproche tradizioni ed esperienze enogastronomiche, vini e cibi della propria regione e di quelle visitate, pinot e sangiovese, baccalà e passatelli, focacce e formaggio di fossa.
I finestrini del corridoio non si potevano abbassare su quell’intercity, impossibile ricreare il rituale dell’andata; per fumare ci si ritrovava con gli altri passeggeri nelle zone di scambio al termine dei vagoni, dove il ricircolo dell’aria ci toglieva ogni scrupolo, attenti a non farsi cogliere di sorpresa. Si cominciò a parlare della propensione dei veneti a bere a bere troppo e di gusto, delle città d’Europa viste o da vedere, ci si addormentò da qualche parte tra Roma e Firenze, verso mezzanotte, esausti.
La peculiare forma di amicizia tra viaggiatori che si era formata si rivelò per loro una fortuna, alle tre di notte fui l’unico a svegliarsi, per caso, mentre il treno rallentava per entrare nella stazione di Bologna. Li scossi e fecero appena in tempo a prendere i bagagli e a scendere, lasciandomi un numero di telefono per incontrarci a Venezia, dove avevamo tutti e tre intenzione di andare attorno all’epifania. Mi riaddormentai, fu solo il destino a svegliarmi di nuovo due ore, mentre arrivavamo a Padova.
Alle cinque del mattino, la stazione ferroviaria di padova non merita particolari complimenti, migliorando peraltro di poco nell’arco dell’intera giornata. Per non manomettere il vassoio di paste napoletane gelosamente custodito nonostante la fame notturna, consumai una sostanziosa colazione al bar e mi sedetti in sala d’aspetto ad attendere la prima coincidenza, circondato dal solito bivacco di viaggiatori malmessi e spossati, addormentati, imprecanti, chissà se in partenza o di ritorno da qualche parte. Non mi rimaneva tempo per dormire ancora, rimasi a leggere e scrivere tra gente stravaccata di ogni razza. Un messaggio sul cellulare, alle cinque e mezzo del mattino, mi informò che un mio cugino soffriva di insonnia. Da lì a breve il mio treno arrivò, le ultime tratte verso casa non mi riservarono sorprese e ne fui contento, perché sarei stato troppo stanco per accorgermene. Tralasciando la seconda, generosa colazione che mi concessi, mi gettai a letto sfinito e considerando che ritornare, è sempre un po’ morire.




17/1
2005

Apocalypse Now

"Penitenziagite! Vide quando draco venturus est a rodegarla l’anima tua! La mortz est super nos! Prega che vene lo presidente santo a liberar nos a malo de todas le peccata! Ah ah, ve piase ista negromanzia de Domini Nostri Silvius Berlusconi! Et anco jois m’es dols e plazer m’es dolors. Cave el comunista! Semper m’aguaita in qualche canto per adentarme le carcagna. Ma Silvio non est insipiens! Bonum governum, et aqui se magna et se priega dominum nostrum. Et el resto valet un figo seco. Et amen. No?"

[estratto dal contributo del dott. b. alla kermesse di forza italia]