19/8
2014

Il Paese che lamo

E tre.
Se qualcuno di voi pensava che il delitto Montesi, l’omicidio di Mattei, la morte di Giangiacomo Feltrinelli, la strage di Piazza Fontana, dell’Italicus, di Piazza della Loggia, della stazione di Bologna ed il rapimento di Aldo Moro fossero troppo per una persona sola, è evidente che non avete mai sentito parlare di Andrea Sterling. E se non avete mai sentito parlare di Andrea Sterling, possano i vostri passettini innocenti non attraversare mai la strada del più grande figlio di puttana che la storia patria ricordi, con l’unica possibile e non dimostrata eccezione di Walter, il bullo che veniva in seconda media con me.

Come potete a questo punto immaginare, l’ormai solo parzialmente barbuto Simone Sarasso ha preso una pausa dalla sua versione alternativa della storia di Asterix per concludere con "Il Paese che amo" quella che tutti (ma soprattutto lui) chiamano la "trilogia sporca" italiana: la storia di come Andrea Sterling, giovane carino cresciuto tra le amorevoli torture di un ospedale psichiatrico, arruolato in polizia è salito di delitto in delitto ai vertici dei servizi segreti italiani, ha fatto carriera in Gladio, ha organizzato e/o eseguito materialmente e/o commentato entusiasticamente su facebook le principali stragi pubbliche e private avvenute nel nostro Belpaese per poi cadere in un vortice di depressione ed altri omicidi avendo realizzato che no, non ci sarebbe stato un colpo di stato fascista e no, non c’era veramente modo di uccidere Andreotti senza raccogliere tutti gli horcrux e soprattutto no, non importa quanti comunisti ucciderai, tua madre alla fine non verrà a prenderti perché non ti ha mai veramente amato.

Ora vi spoilero la trama, perché il taccheggio alla Feltrinelli è sempre più rischioso e dovete sapere che ne vale la pena. Ma prima, una doverosa precisazione: ancora una volta, il bravo Sarasso si mette d’impegno a fracassare i maroni cambiando tutti i nomi dei personaggi realmente esistiti per garantirsi migliore libertà creativa, quel genere di libertà che non puoi avere se Maurizio Costanzo ti fa causa perché hai scritto che a casa sua non si tromba dai primi anni Settanta. Ma poiché io non ho motivo di temere che gli avvocati di Maurizio Costanzo e di suo marito querelino Simone Sarasso, in questa rece raddrizzerò i nomi in modo che anche il lettore che non ha ancora familiarità con Sarassolandia possa capirci qualcosa. E se Sarasso non fosse d’accordo, in fondo cosa può farci?
Per dirlo con parole sue:
Un gran. Bel. Cazzo.
Procediamo.

Inizio anni Ottanta: il nostro amico Andrea Sterling, sconfitto nel capitolo precedente dal malvagio gobbo Andreotti, si è ritirato da qualche tempo a crimini privati organizzando la famosa "Pizza Connection" per l’esportazione di eroina negli Stati Uniti dentro i barattoli di pelati. Bettino Craxi, divenuto da poco Presidente del Consiglio, lo richiama a Roma e gli offre il suo vecchio ruolo di capo dei servizi segreti per usarlo come arma nella battaglia politica contro il vecchio divo Giulio, in un groviglio di vendette tramate in silenzio, parole non dette e rancori sopiti che ricordano tanto alcune delle mie migliori storie d’amore. Gli intrighi di palazzo, tuttavia, non spaventano Sterling: ci sono probabilmente nuovi attentati da organizzare e di certo tutti quei comunisti non si ammazzeranno da soli, per cui accetta l’incarico istituzionale per senso di responsabilità.
La delusione però è subito dietro l’angolo: Craxi non condivide le sue posizioni di politica internazionale e quando i terroristi palestinesi che hanno dirottato l’Achille Lauro vengono bloccati dagli americani nell’aeroporto di Sigonella, il Presidente del Consiglio decide di proteggere i palestinesi e la propria relazione con Arafat invece che lasciare mano libera agli americani o, come avrebbe preferito Sterling, uccidere sia i terroristi che gli americani, i carabinieri, il personale aeroportuale, i passeggeri e l’equipaggio della nave da crociera nonché i loro parenti ed amici più prossimi così da dare a tutte quelle zecche schifose una bella lezione.
Andrea Sterling deve così fare i conti per la prima volta con il tempo che passa: i settant’anni si avvicinano, i socialisti sono al governo, lui deve lavorare per loro e si dica quel che si vuole, sotto il centrosinistra non si uccide più bene come sotto la DC. Neanche le sue beneamate pasticche riescono a tiragli su il morale, neanche le sveltine con Ilona Staller alle feste dell’ambasciatore o i complotti con i servizi segreti polacchi per ammazzare il papa, neanche le improbabili gite in Belgio alla ricerca di supermercatini comunisti dove far strage di innocenti.

(Sì, Sterling è un settantenne in forma. Alla sua età mio nonno ci rimase secco solo a vederla su un giornalino, Ilona Staller.)

Proprio quando le cose stanno andando male, insomma, proprio in un momento qualsiasi della storia italiana, ecco poi arrivare a tradimento la vendetta di Andreotti. Da un covo delle BR di via Monte Nevoso a Milano il gobbo fa sbucare un memoriale di Aldo Moro in cui narra tutta la vicenda di Gladio, rovinando irrimediabilmente l’onore, la reputazione e la rispettabilità di Andrea Sterling: viene infatti grossolanamente sottostimato il numero degli omicidi, e si lascia intendere che abbia avuto un momento di esitazione prima di uccidere la madre di Bambi.

A questo punto, braccato assolutamente da nessuno per tutto il resto del libro, Andrea Sterling si comporta esattamente come io avevo predetto quasi tre anni fa: si ritira a coltivare cavoli in un orto sugli Apennini, con il solo conforto delle saltuarie visite dell’omai parlamentare Ilona Staller e di episodiche gite di violenza in cui dirige in azione il gruppo della Uno Bianca alla ricerca di gente qualsiasi purché vagamente di sinistra da far fuori.
Proprio così, piccoli amici, si conclude la parabola criminale di Andrea Sterling, il braccio armato più incazzato del padronato, massone, mafioso, fascista, tossicomane, ex capo di Gladio, ex capo dei Servizi Segreti Deviati e di quelli Non Deviati, esecutore materiale della morte di più gente della peste bubbonica del 1347, ideatore di innumerevoli colpi di stato nonché delle più prestigiose trame occulte della prima repubblica: finisce per incendiare i campi nomadi perché sono sporchi, ammazzare i benzinai negri perché sono negri e rapinare le coop perché francamente 50 bollini + € 4,90 per un bicchiere di cristallo colorato sono un furto. Da John Rambo a Calderoli in meno di duemila pagine, che fine agghiacciante.

Nel frattempo, il cerchio sta per stringersi attorno a lui per l’ultima volta: la mafia gli chiede un ultimo favore, la morte del giudice Falchellino, scampato miracolosamente all’attentato di Capaci (in questo libro Falcone e Borsellino sono stati riuniti in un unico personaggio per il gusto di poterlo ammazzare due volte). In realtà, il nuovo capo di Cosa Nostra è d’accordo con Andreotti per approfittare far fuori anche Sterling nell’attentato di via d’Amelio, contemporaneamente ma indipendentemente dai servizi segreti polacchi che a loro volta lo vogliono morto per ragioni non chiarissime ma sicuramente valide. In ogni caso, potete immaginare come va a finire?

No, non ve lo dico. Ma è un finale talmente ignobile per uno come Sterling, uno che per quarant’anni ha tenuto in mano le palle d’Italia e le ha usate come anti-stress, uno che se voleva sapere che ora fosse uccideva qualcuno a caso per sbirciare l’orario di morte sui referti, che a dire il vero se lo meritava proprio.

Storie collaterali che non ho citato: Ilona Staller povera ragazza dell’Est Europa che viene in Italia, diventa una pornostar famosissima e contesa da tutto il bel mondo, poi amica di Craxi e parlamentare ma sempre sotto ricatto da parte di un agente segreto polacco con l’alito che puzza ed il braccio finto, Matteo Messina Denaro che fa tutta la scalata a Cosa Nostra senza togliersi i rayban, l’integerrimo giudice Falchellino che lotta contro la mafia, Maurizio Costanzo che esplode acciso, Mauro Rostagno fugacemente citato e rapidamente ammazzato, Antonio Di Pietro giudice meridionale a Milano che scopre Tangentopoli a mani nude, Bettino Craxi che si gusta il potere per circa cinque minuti prima di essere nuovamente scaricato dal popolo bue, Silvio Berlusconi amico di Craxi che però si sgancia all’unico secondo. Insomma, roba che avreste potuto benissimo leggere sul giornale se foste stati in grado di leggere negli anni Ottanta.

Tra i dettagli minori di cui non ho capito il senso, devo citare tutto un casino per coinvolgere Ilona Staller nell’attentato al papa polacco al fine indebolire Solidarnosc, quando poi il ruolo della bella pornostar si limita a guardare la scena dalla finestra con il binocolo. Inoltre, Andreotti ha ripreso misteriosamente a fumare dopo aver scassato i coglioni per tutto il libro precedente cercando di smettere. Infine, il piccolo dettaglio trash che contribuisce a rendere "Il Paese che amo" un capolavoro: il giudice Falchellino che ascolta "Canzone per un’amica" dei Nomadi al momento della strage di Capaci: genialità pura distillata in inchiostro e messa nero su bianco, o forse sublime cazzatona, forse i posteri lo sapranno dire.



Resta solo un piccolo appunto personale, un dubbio insoluto alla fine del romanzo che potrebbe o non potrebbe richiedere un quarto capitolo per essere dipanato. E’ il Gennaio del 1994, Craxi è in esilio, Berlusconi è decisamente in corsa per prendere il potere in Italia, i servizi segreti polacchi sono stati debellati, Matteo Messina Denaro è costretto alla latitanza ed Andrea Sterling è omissis: allora chi cazzo ha detto ai miei dove nascondevo le sigarette?

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




23/7
2014

Per non perdere il vizio

Una domenica mattina qualunque, io e quattro conoscenti beviamo un caffè al bar della stazione. Un caffè, dice uno, o meglio un bicchiere di vino. Fuma e parla a ripetizione, ha perso se possibile qualche chilo. Sta per emigrare in Romania. Un altro dei quattro vive ormai in Lituania, il terzo non parla, l’ultimo gioca a ping pong con la Turchia dove pubblica articoli che nessuno gli paga. Le ultime menti della mia generazione stanno lasciando il paese, se la ridono dell’Europa e vanno dove li porta l’istinto di sopravvivenza, come tutti gli animali sani. Io mi verso un altro pastis e ricomincio a scrivere.

Un giorno, in questo triste borgo natio resteremo solo io e la gatta, e quando neanche la gatta ci sarà più potrò dire con una certa soddisfazione di essere il più intelligente in giro. Ogni bomba che cade, cade su di noi. Ogni aereo che cade è il nostro aereo. Si progettano vacanze, riforme, attentati, grotteschi e teneri monumenti digitali agli antenati, battute di caccia ai fantasmi, poi tutto cade. Se restiamo vivi, ci rialziamo in piedi. Se siamo in piedi, ricominciamo. Sarei solo felice di saperti felice, dice la ferita al coltello. Scioccamente, l’ama. Io mi verso un altro pastis e continuo a scrivere, lasciando aperta qualche parentesi per quando vorrai tornare.




4/7
2014

Your princess is in another castle

L’altro giorno, cioè in un momento indefinito del passato che non è oggi, ascoltavo questi due tizi mentre discorrevano pigramente di alcuni degli omicidi italiani più famosi degli ultimi anni esprimendo per ciascuno di questi la propria opinione sul presunto colpevole. Per uno dei due, l’assassino era sempre quello identificato dalle autorità competenti: di volta in volta il fidanzato, la madre, la coinquilina americana, il muratore. Per l’altro, non c’era niente che potesse dimostrare la colpevolezza del sospettato al di là di ogni dubbio. Fino a qui, sonnecchiavo senza prestare troppa attenzione. Scivolando un po’ goffamente dal caso di cronaca alla vita reale, uno dei due se ne esce ad un certo punto con l’osservazione che sì, però, le ragazzine d’oggi come se ne vanno in giro vestite? Anche vicino a casa sua c’è un cantiere, e lui li vede i muratori come guardano queste ragazzine di tredici anni con gli short sempre più corti e le magliette attillate, bisognerebbe che imparassero, le ragazzine, come vestirsi. Che stessero più attente.

Se c’è una cosa che accomuna certi deserti pietrosi del medio oriente alle industriose città dell’Europa Occidentale, è che gli uomini sanno benissimo come dovrebbero vestirsi e comportarsi le donne per vivere serene evitando, chessò, di essere stuprate ed uccise. Se solo imparassero! Per il loro bene!

Naturalmente, non conosco nessuno che guardi le gambe alle ragazzine. Ci mancherebbe, sarebbe un maniaco. Conosco però un sacco di gente che vede altri uomini guardare le gambe alle ragazzine, il che francamente dal punto di vista statistico mi lascia basito. Allo stesso modo, non conosco nessuno che sia sessista o discrimini le donne o le giudichi solo come fastidiose petulanti estensioni della loro vagina, ma non posso fare a meno di notare come i miei colleghi di bunker se devono insultare una donna la chiamano "maledetta puttana", se ritengono sia di cattivo umore danno la colpa alle mestruazioni o al fatto che non ne prende abbastanza (di cazzo) e se proprio non la sopportano sperano che rimanga incinta e si levi dalle palle. Se solo imparassero, queste donne, a comportarsi bene anche sul lavoro! D’altra parte una donna intelligente, capace e che svolge il proprio lavoro con determinazione nel migliore dei casi è uno squalo, molto probabilmente lesbica e quasi sicuramente frigida. Una donna che fa politica o che fa carriera è di certo una zoccola, zoccola al cubo se non è sposata. Ancora una volta, sembrerebbe che l’unica costante nel valutare le capacità o il valore di una donna sia la sua capacità di soddisfare il desiderio sessuale maschile e in seconda battuta di sfornare qualche pargolo per assicurare il proseguimento della specie. Tranne che poi, naturalmente, non si capisce perché queste ragazzine se ne debbano andare in giro con le braghette cortissime, arrapando i muratori allo stato brado.

(Pur non essendo un esperto di moda né un indossatore di short, provo a buttar lì un’ipotesi: forse hanno caldo?)

Al mio collega che s’interrogava sulla moralità delle giovinette, non volendo rovinare la mattina ad entrambi con un lungo sermone, ho riservato solo un’alzata di sopracciglio ed un’osservazione: imparassero gli uomini il rispetto e le ragazzine il muay thai, che con gli short le ginocchiate sulla faccia di certi maschietti riescono da dio, molto meglio che con le gonne lunghe.




1/7
2014

La fauna delle dolomiti

Pur avendo diversi quarti di sangue cimbro nelle vene, non sono mai stato un amante delle montagne. Da piccolo ci sarei andato se solo fosse stato possibile camminare leggendo, durante l’adolescenza me ne allontanai come gesto di ribellione contro il sistema patriarcale, nel corso della giovinezza la vita all’aria aperta interferiva spiacevolmente con la mia rigorosa routine di alcol e spezie. Ora che ho una certa età di quando in quando mi piace fare una scampagnatina da anziano, confrontarmi con la natura selvaggia ed incontaminata, respirare l’aria buona e poi tornare a casa a guardare come procedono i lavori nei cantieri pubblici. Nel corso di queste mie sporadiche escursioni ho messo a frutto i miei studi sochologici osservando i miei contemporanei e giungendo alla conclusione che la fauna tipica delle Dolomiti si può dividere rozzamente in tre specie, in lotta per il possesso del territorio: l’uomo Quechua, l’uomo Montura e l’uomo delle Dolomiti.

L’uomo Quechua vive solitamente in città, fa un lavoro sedentario e pratica sport occasionalmente, un po’ per la salute e un po’ per confrontare le statistiche di runtastic con quelle del cognato, perché nel 2014 conta soprattutto la prestazione. Va in montagna due o tre volte all’anno, preparando l’escursione all’aria aperta con una ben più impegnativa nel settore trekking del decathlon, dove si rifornisce di tutto il necessario e buona parte del superfluo: berretto tecnico, canotta tecnica, camicia a quadrettoni tecnici, giacca antivento tecnica, pantaloni tecnici, calzini tecnici, scarponcini, bastoncini, occhialini, zaino, bussola, gps, altimetro, binocolo, torcia, crema solare, borraccia in alluminio, gavetta per le razioni k in caso di attacco nucleare, smartphone di penultima generazione per fare le foto ai paesaggi ma soprattuto a se stesso. L’uomo Quechua trascorre di solito unghe ore a pianificare su Internet percorsi e tappe, calcolare quantità di calorie necessarie al percorso ed indice di disidratazione, confrontare i commenti sul vitto delle diverse malghe espressi nei principali social network. A causa dell’eccesso di pianificazione, spesso esce di casa in ritardo, non trova parcheggio e, preso dallo sconforto, sale con la funivia o il bus navetta fino al rifugio, ciondola lì attorno per un po’, consulta l’altimetro, si compiace del panorama, mangia e scende, che tanto le dolomiti ormai sono tanto comode e le foto escono belle uguali.

L’uomo Montura è uguale all’uomo Quechua, ma ha speso quattro volte tanto per l’attrezzatura e questo lo fa sentire molto più sportivo. Se potesse, arriverebbe al rifugio direttamente con l’Audi, sgommando il proprio disprezzo in faccia all’uomo Quechua, che a suo dire involgarisce località altrimenti amene, impedendogli di rilassarsi come merita.

L’uomo delle Dolomiti abita nei paraggi dal tempo dei Reti e detesta gli invasori con la stessa cheta, viscerale passione. Non potendo gettarli nei dirupi, si limita a depredarli ferocemente facendosi pagare diciassette euro per un piatto di polenta coi finferli. Se deve andare in montagna, ci va in canottiera e con gli scarponi del nonno alpino, in groppa ad uno stambecco. Da vecchio diventa il nonno di Heidi.




23/6
2014

Dance like it’s 2004

Dice l’amico Nello che lo disgustano ed intristicono i trentenni tristi malati di nostalgismo, quelli che ricordano malinconicamente i cartoni animati, i baretti, le fidanzate della loro infanzia sospirando il loro disappunto per la degenerazione e la noja dei tempi moderni, quelli che nascondono il terrore del futuro barricandosi dietro i ricordi di un’adolescenza idealizzata, quelli che già ai tempi di Ramsete II dicevano che però il primo era meglio e comunque il libro tutt’un’altra cosa. Ma allora com’è che poi Nello mi manda i messaggini chiedendomi di rimestare ancora negli scatoloni virtuali, frugare tra vecchi file impolverati e ripubblicare i suoi articoli su Lain pubblicati all’alba dei tempi su questo bloggo?

La risposta che mi sono dato io è che c’è lì fuori, da qualche parte, tra un tweet e un post e un selfie, un’intera generazione di sbarbi che non ha ancora letto gli articoli di Nello su tutto lo scibile umano e perché catso noi abbiamo dovuto soffrire tanto e loro no?

Di seguito tutti gli articoli scritti da chiunque e pubblicati originariamente a margine di KarmaChimico ai tempi dell’ultimo concerto dei Rolling Stones al Circo Massimo, qui rigorosamente riproposti nella loro formattazione originale:

Serial Experiments Lain Lain
Matrix Reboiled Matrix Reboiled
Di una certa tendenza dell animazione giapponese Di una certa tendenza dell’animazione giapponese [1]
The Dreamers Il Sessoantotto
Di una certa tendenza dell animazione giapponese Di una certa tendenza dell’animazione giapponese [2]
Matrix Revolutions Dragonball Revolutions
C era una volta il Messico C’era una volta IL Messico
C era meno entropia una volta in Messico C’era meno entropia una volta in Messico
Spirited Away La recensione incantata
Guida per vegetariani dilettanti Guida per vegetariani dilettanti
Il ritorno del re edizione espansa Il Ritorno del Re: Edizione Espansa e contenuti speziali
Boogiepop phantom Boogiepop Phantom
Bruciamo Troy Bruciamo Troy!
potere alla parola? Potere alla parola?
Kill Bill vol.3 Kill Bill vol.3
Star Wars La mia vendetta sulla vendetta dei Sith



"Odio i giovani. Farei qualunque cosa per danneggiarli."




16/6
2014

Niente da vedere [8]

Questo fine settimana, uno dei pochi in cui potevo stare a casa tra uno stage di taiji ed un esame di tuina e le varie e le eventuali, mi sono dedicato alle pulizie domestiche. Le pulizie di primavera, ad essere precisi: quelle del 2011. In particolare, lo sgombero di una stanza che sembrava ospitare tutto il secondo principio della termodinamica, il residuo multicolore ed inorganico di anni di vita, indistruttibile, inestimabile, come le cartacce e i mozziconi che si accumulano in fondo ai fossi, sul ciglio delle superstrade.
Da un punto di vista razionale, il modo migliore per ripulire certe stanze è quello di dotarsi di una buona assicurazione sulla casa e bruciare tutto col lanciafiamme. Fortunatamente, non sono una persona completamente razionale e liberarmi di tanti preziosi cimeli è un’operazione che va fatta per gradi, separando progressivamente il grano dal loglio, fino a raggiungere un distacco emotivo sufficiente a gettare nel rusco quelle maledette musicassette di Alice Cooper che stanno a prendere polvere dal ’92, per esempio. Tra il grano ed il loglio saltano fuori sorprese incredibili: da una cartellina rossa che non ricordavo assolutamente di avere, praticamente nuova, sono sbucati tutti i reperti del viaggio a Belgrado di dieci anni fa, con l’amico Nello e l’amico Grifo. Biglietti del treno, del bus per Mostar, ricevute degli alberghi, appunti scritti velocemente su un foglietto, istruzioni ed ispirazioni scritte da persone informate sui fatti, ipotesi di viaggio poi venute a mancare, improbabili traghetti che avremmo dovuto prendere, niente niente ci saltano fuori pure gli scontrini del ristorante, con la mia improbabile fissazione di non mangiare carne neanche nei Balcani. Io non conservo mai niente, dei posti dove vado, credo che quella sia stata la prima e l’ultima volta. Sfoglio stupito, stendo tutto sul tavolo, scatto due foto per il Nellino. Mi cade l’occhio su un biglietto del treno, la fotocopia di un biglietto del treno, noto l’incongruenza: Gennaio 2004. Noi abbiamo fatto il viaggio in Agosto, perché un biglietto di Gennaio? Tre secondi di caduta nel pozzo della memoria, poi ricordo: era il biglietto di un altro viaggio, fatto da qualcun altro. Chissà perché me lo sono fatto spedire, forse per la paranoia di prendere il treno giusto da Venezia a Ljubljana. Il viaggio di qualcun altro, un racconto di viaggio letto per caso su un blog che non esiste più, il desiderio di compiere un viaggio a mia volta, un viaggio che forse lì per lì è servito a poco, ma ha messo in moto una catena di eventi che forse hanno cambiato molto nella vita mia e di altri. Chissà se, poi. Magari certi episodi casuali non cambiano nulla, se uno deve diventare professore a Tuzla o perdersi o innamorarsi o morire o aprire un bar in Montenegro in qualche modo ci arriva e basta, ma sono contento che quella fotocopia di biglietto del treno sia lì in mezzo al resto, sono contento di essere andato a Belgrado, di aver preso un bus notturno per la Bosnia e di aver conservato per chissà quale motivo quelle tracce, sopravvissute a traslochi ed a furie iconoclaste, per quei dieci secondi di viaggio a velocità luce nel buco nero del tempo, e poi via.




11/6
2014

Game of drones

Domani cominciano i campionati mondiali di calcio, quale migliore occasione per comunicarvi il mio più desolato stupore di fronte alla vostra ostinata passione per questo sport insulso e corrotto?

Peraltro, grazie agli scempi sociali e non solo che si stanno compiendo in nome dei mondiali in Brasile ed in Qatar, quest’anno la mia perplessa indifferenza si è tramutata in aperta ostilità. Certo, si può sempre fare finta di niente, pensare solo alla partita in campo, all’emozione agonistica ed all’esaltazione collettiva, all’abbraccio nazionalpopolare che supera le divergenze di razza, classe sociale ed interessi personali, perché il calcio è lo sport di tutti come in un’appassionante spot della cocacola. Il conflitto sociale, gli sprechi economici, gli immigrati schiavizzati e lo schifo di impero economico e massmediatico che fa girare tutto questo con il vostro esplicito consenso, con la vostra complicità di tifosi non vi riguardano, o per lo meno non vi riguarderanno per le prossime settimane. Beh, dai pazienza, si può essere brave persone, magari anche di sinistra, ed amare lo stesso un sistema marcio che sfrutta e distrugge per il divertimento estivo degli abitanti del primo mondo.

Non voglio tediarvi oltre, in fondo è solo un gioco no?




10/6
2014

Un nuovo sceriffo in città

E’ facile adesso dar contro al PD riguardo i risultati delle amministrative, per cui mi ci metto volentieri. Nel Triste Borgo Natio, che i più non conosceranno*, da che io ho memoria ha sempre governato il PD. Anche venti anni fa, quando il PD si chiamava ancora Democrazia Cristiana, forse anche prima, quando non c’era wikipedia e la storia non esisteva, già il Borgo era governato dal PD. Non è che il PD sia in generale privo di meriti, per esempio è un partito molto buffo, e sarebbe ingeneroso dire che in questi anni di amministrazione locale non ha fatto nulla di buono: per esempio ha gestito molto bene il trapasso dell’industria locale, ha debellato la pellagra e mantenuto la pax romana. Soprattutto l’ultimo sindaco, che è rimasto in carica appena dieci anni più del necessario, si è molto speso per rivoluzionare l’urbanistica e la viabilità cittadina creando grandi strade e parecchie graziose rotonde. Impossibile comunque far contenti tutti: a discapito della fama del primo cittadino uscente ha inciso, a detta di molti, il suo atteggiamento arrogante e scostante nei confronti dei concittadini. In altre parole, stava sulle balle a tutti perché non salutava per strada.
In ogni caso, il PD per queste amministrative aveva la strada spianata: mentre gli avversari litigavano e si insultavano senza riuscire a presentare un candidato condiviso, loro si sono organizzati delle belle primarie, cooptando persino un giovane-carino-benestante filosofo musicista di SEL, hanno fatto vincere (ovviamente) un volto rassicurante con lunga esperienza d’apparato, ex PCI (ci stanno anche loro nel PD, a quanto pare) e lo hanno mandato avanti sicuri della vittoria. Sui manifesti elettorali il candidato sindaco campeggiava a braccia conserte, con un sorriso sicuro ben stampato in volto. Al primo turno è stato un successo eclatante: più del 45% dei voti, il venti percento in più rispetto al primo degli avversari, sostenuto solo da alcune liste civiche. In casa PD già si stavano spartendo gli assessorati, come da tradizione. I rivali, dalla lega a forza italia, ancora si rifiutavano di dare il proprio appoggio all’altro candidato, ex leghista, sostenuto a questo punto solo dai parenti e dai fascisti di fdl-an. Il risultato del ballottaggio sembrava scontato, e invece...

Beh, se c’è qualcuno che riesce a sbagliare un gol a porta vuota con la squadra avversaria già negli spogliatoi potete stare sicuri che è il PD.

Con meno di cinquecento voti di scarto, per la prima volta nella storia dell’umanità il Triste Borgo Natio passa sotto il controllo della destra, rappresentata per l’occasione da un tizio che si chiama Valter con una V sola e sembra un assicuratore, ma va a braccetto coi peggio fasci ed ha messo come unico punto verificabile del programma lo sgombero degli accampamenti di zingari, che messa così pare che siamo invasi dai tuareg. Il cosiddetto centrosinistra non rilascia dichiarazioni, stordito dalla gran botta sui denti che si è preso. La sinistra vera e propria, quella che non era ancora saltata sul carro del presunto vincitore, si sputa nelle mani preparandosi ad anni di dura lotta, ammesso che gli anni e la prostata non facciano troppo male.

Così va la storia: l’hubris e l’arroganza di alcuni, ma non dimentichiamo l’inefficienza, l’incapacità o almeno la scarsa capacità di comunicare i propri meriti, dovremo ora scontarli con almeno cinque anni di amministrazione destrorsa ed i commenti gongolanti su feisbuk dei bimbiminkia fascisti**. Dal punto di vista pratico, rispetto all’esperienza piddina, non è ben chiaro cosa perderemo: complice anche il famigerato patto di stabilità, per quanto riguarda il sociale si vive alla giornata già da anni, senza politiche chiare di lungo periodo, e lo stesso si può dire per la salute pubblica grazie ad un poderoso inceneritore. L’industria è un ricordo che tende ad affievolirsi nelle glorie del passato, ed i quartieri fuori dal centro sembrano sempre più spesso a dei dormitori di campagna per operai disoccupati. Sul piano culturale, come ha riassunto egregiamente il mio compagno di sventure politiche Dr. Nello, negli ultimi anni siamo passati da Azioni Inclementi a Miss Schio, il che è come dire da Wu Ming a Pegga Pig. Margini di ulteriore peggioramento non è che ce ne siano molti, per cui si divertano i nuovi arrivati a dimostrare di cosa sono capaci dopo tanti anni di chiacchiere a vuoto. Alla peggio, da noi i fasci di solito non si trovano bene a lungo.




* o conosceranno solo attraverso la definizione che ne diede il nostro illustre concittadino Luca Cielocamminatore: "Se c’è un centro luminoso dell’universo, questo è il punto più lontano."

** nuovamente vergini dopo l’abbandono del pdl.




7/6
2014

Quello che i vegetariani non dicono

Un conflitto serpeggia da anni nel ventre della nostra società, ignorato dai mezzi di comunicazione di massa, taciuto dai politici e disconosciuto da tutti i sochologi tranne uno: la lotta atavica tra vegetariani e mangiacadaveri. Con sprezzo del ridicolo ho deciso di squarciare il velo su questa faida, anche approfittando della posizione di privilegio offertami dall’aver giocato in entrambe le squadre seppure, sia chiaro, in momenti diversi.
Cresciuto in una famiglia eterosessuale e timorata di dio, infatti, fino ai ventun’anni ho mangiato senza troppi patemi ogni genere di animale fossi in grado di cacciare o, più spesso, trovassi già cacciato e cotto sul piatto. Alle soglie della pubertà venni però colto da una crisi di coscienza, e per motivi esaurientemente spiegati in questo articolo decisi di eliminare completamente la carne dalla mia dieta. La carne ed il pesce, beninteso. Rimasi in quella condizione per sette anni, più o meno per tutta la permanenza di Carlo Azeglio Ciappi alla presidenza della Repubblica, per quanto il collegamento tra i due fatti sia ancora tutto da dimostrare. Dopodiché, per motivi personali, dovetti lasciare e ricominciai a mangiare carne e compagnia grufolante. Poi ricominciai a smettere. Poi smisi di smettere. Ora non so più neanch’io che diavolo mangio, sono l’incubo di chi mi invita a cena ma proprio per questo mi sento perfettamente titolato a scrivere...

[rullo di tamburi scenico]

10 COSE CHE HO SCOPERTO SULLA RELAZIONE TRA VEGETARIANI E MANGIATORI DI CADAVERI

1. Cinquanta sfumature di verde
Partiamo dai fondamentali. Com’è ben noto ci sono vari livelli di vegetarianesimo, da quelli che non mangiano carne a meno che non abbia l’aspetto veramente appetitoso ai pescetariani ai vegani ai fruttariani a quelli che non mangiano niente che proietti ombra, in rigoroso ordine di avvicinamento al Nirvana ed alla sociopatia. Siate pronti a tutto, cauti chiedere spiegazioni e ricordate che ogni scelta è rispettabile, compresa la scelta degli altri di mandarvi a cagare di quando in quando.

2. Tutto quel che cammina, nuota, vola o striscia
Se uno vi dice che è vegetariano, generalmente intende dire che non mangia carcasse di animali, di qualsiasi provenienza esse siano. Nel caso foste distratti quel giorno alle elementari, anche il pesce è un animale, anche i cosiddetti frutti di mare (la frutta secca no) quindi evitate domande idiote. Qualunque sia la motivazione del vegetariano, e persino se non la condividete, non partite dal presupposto che sotto sotto sia un capriccio e che sia comunque disponibile a fare un’eccezione perché stasera non avete proprio voglia di pensare ad un sugo di verdure per la cena tra amici. Piuttosto ditegli che si porti da mangiare da casa.

3. Eh ma quella volta nel deserto hai detto che avresti mangiato qualsiasi cosa
Pure se un vegetariano in via eccezionale fa uno strappo alla regola, magari perché ci si trova bloccati alle undici di sera in un villaggio silvestre della Provenza, tutti stanno morendo di fame e l’unico ristorante aperto nel raggio di venti chilometri offre solo piatti di zuppa con la salsiccia, non deducetene che da quel momento in poi comincia il carnevale. Un’eccezione è un’eccezione a cui una persona ragionevole può anche prestarsi, ma non basta un singolo assaggio di salsiccia per cancellare anni di vegetarianesimo, a differenza di altre virtù.

d. Sento odore di carne in questo ristorante turco
D’altra parte, anche se sei uno di quelli che si sentono investiti da una sacra missione e che mai cederebbero al vizio della carne neppure su una zattera alla deriva nell’oceano, sarebbe utile ricordassi che finché il tuo status di martire non verrà ufficialmente riconosciuto dal resto della società niente obbliga i tuoi amici a girare tutta la notte per Budapest alla ricerca di un ristorante dove servano una verdura. Se lo fanno, bontà loro, evita almeno di lamentarti che la zuppa di cavolo amaro e licheni del Volga che sorbisci con aria spocchiosa non è all’altezza di quella che mangiavi a Murmansk durante l’erasmus.

e. Gli esami del sangue non finiscono mai
Un grosso mito da sfatare è quello degli effetti della dieta vegetariana sulla salute, in positivo o in negativo che siano. Personalmente, e su questo bloggo la mia esperienza personale gode di validità scientifica indiscussa, non ho notato alcuna differenza tra i periodi in cui mi ingozzo moderatamente di cadaveri e quando no. Non mi sento più debole. Non mi sento più sano. Non mi ammalo né di più né di meno. Non provo più (o meno) attrazione per i maschi della specie. A parte questo, se la vostra dieta è costituita per più dell’80% di carne rivolgetevi ad un oncologo per un secondo parere.

η. Niente da fare per quanto riguarda il tofu
Un fatto che ho scoperto solo recentemente, invece, e che stupirà la maggior parte di voi (dando per scontato di avere più di un lettore, altrimenti stupirà la maggior parte di Pornorambo) è che anche non essendo vegetariani è possibile apprezzare la soia ed i suoi derivati. Compreso il seitan, pazzesco! A patto di saperli cucinare, certo, ma questo vale anche per la costata. Inoltre, non è neppure vietato comprarli, anche se ovviamente il bravo mangiacadaveri al supermercato ci entra solo per comprare i barattoli di trippa, le salsiccie in cartucciere da duecento colpi come Rambo e lo strutto in comode lattine apri e chiudi.

Golf. I veri uomini amano la carnazza
Fino alla fine degli anni Novanta, essere vegetariani era considerata una cosa interessante e di sinistra. Ora è considerata una cosa da hipster, grillini e fessacchiotti (scusate la ridondanza). Nel mezzo c’è stato ovviamente il governo D’Alema, che ha trasformato in incubi tutti i sogni della nostra infanzia, ed Internet, che ha permesso alla maggioranza silenziosa di acquisire il diritto di parola ed usarlo per dire cazzate. La guerra tra vegetariani e carnivori è la forma che ha assunto nel nostro tempo l’antica lotta per la supremazia sessuale: poiché in molti ambienti è oggi considerato volgare vantarsi di quante donne si sono conosciute in senso biblico ed in quegli stessi ambienti sono ben pochi i maschi a svolgere lavori tradizionalmente considerati virili (sradicare alberi, asfaltare strade, uccidere piccoli animali), l’unico metro socialmente disponibile per vantare la propria mascolinità è quello di sottolineare la propria passione per le braciole al sangue ed irridere chi invece preferisce le zucchine trifolate. In pratica, quando sul forum di "Donne & Motori" prendete in giro un vegetariano alludendo educatamente alla sua potenziale effeminatezza (o accusandolo di votare SEL, che è uguale) non è della salsiccia che avete nel piatto che state parlando. A causa della ben nota teoria dell’omosessualità repressa, peraltro, questo vi pone a metà strada tra l’uomo di Neanderthal e, beh... Neanderthal.




26/5
2014

Invernomuto

Proseguo, mentre percorro gli spalti fino all’alba senza sonno su e giù, questo mio silenzioso dialogo con un dolce ma soprattutto presunto pubblico, freddo, invisibile e muto come un inverno sulla luna. Vedo fioccare attorno a me risultati elettorali, squarci di un futuro luminoso come granate al fosforo bianco. L’estrema destra che avanza, il centrosinistro che si congratula addosso, la disillusione che si trasforma in disperazione. Cerco un senso altrove, ai margini di questo paesaggio desolante, nelle persone luccicanti che ho conosciuto e in qualche modo, forse, conosco ancora. Gli amici barbudos, gonfi di rabbia. L’Astronomo family, che nonostante i guai trova il coraggio di dare vita a una creatura. Splendide donne, fiere, ferite ma indomite. Ragazzi che cercano strade nuove. Fricchettoni impenitenti, vecchi pazzi. Pochi, pochi. Lontani. La vita non li ha sconfitti, i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna li hanno solo fatti incazzare di più. Siamo pochi, ma non siamo niente. Lontani, ma non dimenticati. E non possiamo permetterci di ripetere gli stessi sbagli, con tutti gli sbagli nuovi che dobbiamo ancora commettere. Se i telefoni tradiscono la nostra integrità morale ed i computer si rivelano inefficaci, vorrà dire che torneremo al ciclostile. Se vana e insulsa è stata la vicenda, gentile pubblico, faremo ammenda.