17/5
2019

Due parole d’amore per i posteri

Più lo guardo, e meno capisco il fascino misterioso che Salvini pare esercitare su certa gente. Capisco lo sfogo, l’incazzatura, la rabbia primordiale ed antropofaga che spinge i suoi seguaci ad applaudirlo ai comizi: l’urlo e la bestemmia che ti assale dopo esserti chiuso il dito nella portiera dell’auto, qualcosa di istintivo ed animalesco che non risponde alla ragione. Capisco l’adorazione cieca di chi si è abbeverato per anni alla fonte della propaganda ed aspira solo a qualcuno che lo guidi per la cavezza. Capisco affidarsi a Salvini come la pecora si affida fiduciosa alla mano ferma del macellaio. Ma credere in lui? Persone intelligenti che affidano a lui il proprio destino? Salvini stesso non sa che farsene, del vostro destino.

Dai discorsi di Salvini non traspare una sola parola di speranza nel futuro, una sola possibilità di miglioramento, un barlume di prospettiva: né per l’Europa, né per l’Italia, né per il paesino a cui di volta in volta alliscia il pelo. Solo paura, odio, disperazione, frustrazione, solo volontà di distruggere, di reprimere, di rinchiudere, di eliminare. Non per niente ha fatto della ruspa il suo simbolo.

Salvini non è uno statista, non è neanche un politico. Non è neppure un oratore e gli mancano persino quei due soldi di carisma da venditore di tappeti che aveva quel dittatore pelato a cui molti lo accostano. Non arriva neppure alla scarsa statura morale del peggior farabutto che abbia calcato il suolo di questo Paese. È solo un opportunista capitato al potere per caso che cerca di rimanerci il più a lungo possibile, interessato solo al trogolo in cui caccerà il muso la sera. Salvini non farà la storia, perché non conosce la storia e non crede nella storia. Salvini è una pulce sul mantello della storia, un uomo meschino, con una visione politica meschina, adatto a tempi meschini.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




25/3
2019

Persi di vista

Per chissà quale motivo, associo sempre questo vecchio bloggo all’insonnia. Forse perché ho scritto alcuni dei pezzi che mi piacciono di più subendo i postumi confusi di una notte insonne, una notte insonne come la scorsa notte.

Con stupore, mi sono accorto di non avere pubblicato niente dallo scorso settembre. Chissà che fine avevo fatto. Mi ero dedicato ad altro, progetti anche graziosi.

Alla fine, ho dimenticato anch’io. Ho dimenticato di scrivere, ho dimenticato perché scrivevo e per chi scrivevo. Non penso andrà meglio prossimamente: ho altri progetti, alcuni dei quali anche graziosi.

La vita, tuttavia, è un labirinto di opportunità che sfuggono alla nostra capacità di comprensione. Non pianifichiamo troppo, magari ci si rivede da queste parti.




28/9
2018

Nostalgia e barbarie

Avevo sempre pensato, e a maggior ragione negli ultimi mesi, che a Matteo Salvini interessasse solamente il potere. Alla fine le motivazioni che spingono gli uomini ad agire si possono ricondurre ad un numero piuttosto ristretto: potere, edonismo, amore, ideologia, poco altro. Escludo che Salvini si stia sbattendo così tanto trascinato dalle proprie idee, ha più volte dimostrato di poterle adattare all’interesse del momento con una certa flessibilità ed apparentemente gli manca del tutto la spinta passionale, le sue ossessioni mediatiche sembrano platealmente calcolate a tavolino. Il potere, quindi. La bramosia di esercitare un’autorità, di dare ordini, di indirizzare i destini di una nazione. È presto per dire se questo mio pregiudizio nei suoi confronti fosse infondato, ma nelle ultime settimane si sta insinuando un dubbio nei miei pensieri. Salvini è al comando, ha piegato il sistema politico ai suoi piedi ed ipnotizzato una nazione molto propensa a farsi ipnotizzare. Anche se formalmente è solo un numero 2, di fatto al momento è una delle persone con maggiore potere in Italia. Un potere effimero, forse, ma a maggior ragione mi aspetterei che cerchi di trarne il maggior vantaggio personale possibile. E cosa se ne fa? Anche se il culto della sua personalità continua a crescere prepotentemente alimentato dalla sua abile rete mediatica, non risulta che ne stia approfittando per girare in cadillac d’oro, costruirsi ville con vulcano o intitolandosi strade e piazze. Ha trascorso l’estate giocando a gavettoni in spiaggia e facendo il tour di tutte le feste locali della lega, quel genere di feste dove si mangiano panini con la soppressa e si beve vino alla spina di cattiva qualità. Può darsi che stia ancora investendo sulla propria immagine di uomo comune, prima di far erigere una statua con le sue orrende fattezze in piazza del Duomo. Ma se invece fosse proprio quello il suo obbiettivo finale, l’impulso primordiale che spinge le sue azioni? Il piacere di girare spensieratamente di sagra in sagra, mangiare sui piatti di plastica ed ubriacarsi di alcolici scadenti, libero di ruttare e farneticare di politica mentre una cover band di Vasco Rossi suona in sottofondo? Ne conosco tanti, così: capelli lunghi nonostante la stempiatura, maglietta dei guns n’ roses tirata sulla pancia, orgogliosi di assistere al concerto di Ligabue o di riuscire ancora a far tardi in birreria. In questo caso, anche il tentativo di Salvini di spingere il Paese verso l’autoritarismo e persino i suoi beceri appelli al razzismo non sarebbero la strategia di un politico ambizioso e spietato, ma solo i sintomi di una malcelata sindrome di Peter Pan che tende ad identificare negli anni dell’adolescenza un passato glorioso a cui ritornare. È solo una sfumatura socialmente più pericolosa di chi rimane patologicamente affezionato ai cartoni animati degli anni Ottanta, chi ricomincia a giocare ai Pokemon a quarant’anni o vorrebbe un mondo senza smartphone. Anche senza negri, perché i negri non c’erano quando eravamo giovani, ma questo è più che altro un effetto collaterale.

Forse lo abbiamo giudicato frettolosamente, il Salvini. Forse ha più bisogno di cure di quello che si pensa. Ai posteri, come si suol dire, l’ardua sentenza.




12/7
2018

Il nostro problema è il traffico

Negli ultimi mesi ho sviluppato una crescente repulsione nei confronti della scrittura. Realizzarlo ed ammetterlo con me stesso mi è costato molto, così come mi costa ora battere i polpastrelli sulla tastiera, cercare le parole giuste, trascrivere quello che penso. Attività che per la maggior parte della mia esistenza sono state gioiose, ora si rivelano un peso. Devo interrompermi spesso, trascuro la forma e gli inevitabili errori ed approssimazioni. Non ho ancora ben chiare le ragioni di questo disamore, forse ha a che fare con la mole ributtante di parole che mi tocca inghiottire ogni giorno, ragionamenti ben esposti per giustificare il male che ci circonda. Incespico su ogni parola, e procedo con estrema riluttanza.

Piuttosto che produrre altre inutili parole, passo ore a spulciare le piaghe di questa marcescente società dell’informazione abbeverandomi del peggior veleno che riesce a produrre. Social network e quotidiani online ribollono di articoli e commenti carichi di odio, crudeltà ed ottusità, cerco di leggerne il più possibile fino a diventarne assuefatto, guardo le facce, i profili di chi si augura la morte di altri esseri umani, di chi giustifica lo squallore della propria esistenza addossandone la colpa ad altri, di chi cerca un capro espiatorio, invoca la dittatura ed i campi di sterminio, rifiuta qualsiasi capacità di pensiero critico. Guardo quelle facce e mi convinco che siano in gran parte persone normali, ne deduco che la normalità sia diventata, o più probabilmente sia sempre stata, aberrante. Penso ai pogrom, ai flagellanti, la caccia agli eretici, la guerra dei boxer. Tutta questa nostra presunta civiltà non è altro che una maschera, la gente comune vuole il machete, vuole lasciar sfogare la propria belva interiore, vuole cibarsi di carne umana.

Oppure, semplicemente, sono stato anch’io contagiato dalla narrazione collettiva, dalla paranoia telecomandata che ci spinge a cercare un nemico ovunque, a vedere gli altri non come persone ma come creature pericolose. Ad ingigantire le mie paure fino a lasciare che occupino tutto l’orizzonte.

L’altra notte ho fatto un sogno. Si era scatenata una pandemia mortale, tutti ci affrettavamo verso i supermercati per fare scorta di beni di prima necessità, un po’ per barricarci in casa ed un po’ per il timore che la società sarebbe collassata e non sarebbe più stato possibile trovare di che sfamarci. Ci aggiravamo tra gli scaffali già semivuoti e buttavamo nel carrello qualsiasi cosa sembrasse appetibile nel caso di un lungo assedio: bottiglie di passata, pan biscotto, pasta. Ormai erano rimasti solo i barattoli giganti di cetrioli sottaceto, che nessuno voleva. Non si percepiva vero e proprio panico, solo una sorta di calma ansiosa, mentre ci mettevamo diligentemente in coda alla cassa. Solo a quel punto mi rendevo conto con una certa inquietudine che qualcosa non tornava, in quello scenario preapocalittico: non c’era in effetti nessuna traccia della pandemia di cui tutti parlavamo. Nessuno sembrava realmente ammalato, nessuno tossiva o starnutiva. Nessuno affermava di aver visto realmente dei cadaveri per la strada, nessuno conosceva nessuno che fosse stato veramente colpito dal morbo. C’era solo la paura... e tanto era bastato per farci correre a comprare della roba, per proteggere noi stessi e le nostre famiglie. Un sogno non è un oracolo, ma a volte può essere uno strumento irrazionale per dare un senso razionale a quello che già si pensa.

Proprio quando stavo iniziando a perdere la fiducia nel valore dell’anarchia e della specie umana in generale, a causa di un banale guasto si è spento un semaforo vicino a casa mia. È rimasto spento per quattro giorni, e sono stati gli unici quattro giorni in cui il traffico in quell’incrocio scorreva rapido e regolare in tutte le direzioni.




20/3
2018

Arrivederci amore, addio

C’è un momento, nel romanzo "Arrivederci amore, ciao" di Carlotto, che ha rappresentato per me uno spartiacque nel rapporto con il crudele protagonista. La scena avviene ad epilogo di una rapina, a cui Giorgio Pellegrini prende parte assieme ad un gruppo di complici malamente assortito per l’occasione: due ex ustascia croati ed una coppia di anarchici spagnoli. Appena portato a segno il colpo, venuta meno la ragion d’essere di una temporanea tregua politica, l’odio tra le due fazioni esplode e si scatena una feroce resa dei conti in cui gli anarchici hanno la peggio. I fascisti riescono a catturare la donna dopo averne ucciso il compagno, sono in procinto di seviziarla, stuprarla ed ucciderla. Il protagonista Pellegrini, proveniente da un gruppo armato di estrema sinistra, potrebbe intervenire per aiutarla: per solidarietà politica o umana, per impedire un atto orribile. Decide invece di abbandonarla e di andarsene con la propria parte di bottino, lasciandola in balia dei fascisti e di un destino che riesce benissimo a immaginare.

Fino a quel momento, anche se aveva già compiuto azioni vili e meschine, per me Pellegrini era un personggio che poteva ancora in qualche modo redimersi. Da lì in poi ho capito che non lo avrebbe fatto, era solo un essere abbietto ed odioso, alieno ad ogni possibilità di riscatto morale. Molti lo amano per questo, per quel fascino inspiegabile che esercitano presso alcuni le persone più squallide, io dopo una decina d’anni provo ancora fastidio al solo ricordo. È letteratura, ovviamente, e volendo avrei pure potuto chiudere il libro e lasciarlo cadere nel cestino. Il prosieguo della lettura è stato un fastidio deliberatamente accettato da parte mia.

Fino a qui, letteratura.

Quello che è successo negli ultimi giorni ad Afrin, quello che sta ancora succedendo, mi provoca un disgusto simile e non a caso: la situazione in quell’angolo di Siria mi sembra ricalcare in modo fin troppo fedele quelle pagine di Carlotto. Il tradimento, i compagni abbandonati consapevolmente nelle mani dei fascisti, le sevizie, le torture e gli assassinii. L’Europa, gli Stati Uniti, hanno girato la testa dall’altra parte per cinismo e gretto interesse, hanno lasciato che il destino dei curdi si compisse: alleati scomodi, troppo difficili da salvare senza una valida contropartita. Non sono un esperto di politica internazionale, guerra e resistenza, la mia coscienza politica è tutt’altro che immacolata e la storia è certamente più complicata delle pagine di un romanzo, mi diranno. Tuttavia, la percezione rimane. La terribile sensazione che anche se la lotta continua, anche se la sconfitta attuale dovesse un giorno essere riscattata, la viltà e la complicità di cui il cosiddetto mondo libero si è reso colpevole rimarranno come macchie aberranti nella sua storia. Siamo diventati Giorgio Pellegrini.




14/3
2018

Welcome to the tundra

Da un paio di settimane Amormio ha deciso di affittare l’ala ovest della domus, affidandosi tra l’altro ad un un noto sito di prenotazioni online. Non avevamo grandi aspettative, era più che altro un’idea per tirare su due spicci ed utilizzare meglio due stanze che per motivi vari non possiamo affittare per lunghi periodi. Sappiamo che qui nella tundra vicentina nessuno probabilmente viene per turismo, a parte qualche nichilista francese del secolo scorso o qualche straniero che cercandoci sul mappamondo ci reputa sufficientemente vicini a Venezia o altre mete degne di nota; contavamo più che altro su qualcuno che venisse da queste parti in trasferta di lavoro: tecnici, consulenti, cose così.
In effetti, in queste due settimane abbiamo ricevuto diversi ospiti e tutti erano qui per lavoro. In cerca di lavoro, fondamentalmente, o ad accompagnare qualcuno che ha deciso di trasferirsi a qualche centinaio di chilometri da casa per lavorare - nella scuola, in ospedale, in fabbrica. Tutti giovani. Tutti dal centro-sud di questa ingrata penisola, spinti dalla necessità ad abbandonare luoghi più attraenti per venire in questo paesotto dimenticato dagli dei e ultimamente pure dagli uomini, infossato in una tetra umidità perenne e la cui unica attrattiva rimane una baraccopoli di capannoni industriali.
Isolato in questo contesto di corte vedute, io in tutta onestà pensavo che questa migrazione interna fosse in gran parte un ricordo del passato. Penso ai giornali che parlano di disoccupazione in calo e crisi finita, penso ad un paesotto di provincia che la situazione economica e sociale ha spinto pure a dimenticare la propria storia operaia e partigiana, rifugiandosi in un razzismo paranoico che spesso accusa questi stessi ragazzi di essere terroni senza voglia di far niente. Vedo la frustrazione nei loro occhi, la voglia di darsi da fare, di affrontare questo ambiente ostile ma anche di tornare a casa. Penso che queste persone meriterebbero qualcosa di più, che tutto questo paese meriterebbe qualcosa di meglio, e mi sale la solita rabbia e la solita tristezza.




7/3
2018

Biglietti di ultima classe

L’elettore di sinistra, il progressista, lunedì mattina si è svegliato con una comprensibile voglia di emigrare. Le elezioni hanno fotografato, dice, un Paese razzista, omofobo, sessista, rozzo ed ignorante. Lo stesso Paese del venerdì sera immagino, ma con l’aggravante del lunedì mattina. I risultati sono effettivamente sconfortanti: la Lega, nella sua ultima incarnazione salviniana e fascistoide, ottiene percentuali bulgare al Nord e comunque molto alte a livello nazionale; i populisti bipolari del Movimento 5 Stelle sono il primo partito, Berlusconi è ancora in grado di far numeri, il PD paga pegno. Forze e movimenti di sinistra: non pervenuti. Capisco il desiderio di emigrare.

Emigriamo dunque, compagni. Emigriamo dalle università, dai social network, dalle serie tv su Netflix, dai locali alternativi che ormai di alternativo hanno solo la trovata creativa per ritagliarsi una nicchia di mercato. Emigriamo in periferia, emigriamo in provincia, nelle zone industriali più grigie, tra i capannoni in affitto, emigriamo nelle grandi fabbriche e nei laboratori artigiani, emigriamo pure nei campi che l’aria aperta fa bene. Emigriamo tra gli italiani e tra i migranti, tra le minoranze e sparpagliamoci pure tra le fila delle maggioranze. Studiamo, con tutta questa intelligenza d’avanzo, torniamo a studiare il lessico di questi territori che conoscevamo meglio di tutti e poi abbiamo dimenticato. Troviamo e sosteniamo quelli di noi che sono già lì, che ci sono sempre stati, gli ultimi mohicani ed i carbonari abbandonati. Impariamo, prima di voler insegnare.

Ogni volta che vi lamentate con arroganza del suffragio universale vi odio un po’, compagni. Vi atteggiate ad intellettuali disgustati nella vostra torre d’avorio, quando nella maggior parte dei casi siete solo dei pomposi snob arrampicati su un mucchio di macerie. State in piedi solo perché sedendovi vi sporchereste i pantaloni, e mai sia che qualcuno vi scambi per un poveraccio.

Abbiamo testa e cuore dalla parte giusta, abbiamo rabbia, energia e ragione da trasformare in azione, mani per lavorare e piedi per camminare ed assestare calci. Emigriamo, dunque. Torniamo a casa.




8/2
2018

È una questione politica

Accendo una serie tv e ci sono tutti questi tizi/e che si alzano alle sei del mattino, fanno dieci chilometri di corsa, una doccia, colazione con affettuosi scambi di battute con il resto della famiglia, giacca e cravatta e figli a scuola, un lavoro fighissimo e/o super pagato, pranzo di lavoro dall’altra parte della città con cliente importante o potenziale partner sessuale, lavoro, allenamento in palestra, seratona al bar o costruzione di relazioni emozionali con il partner o la famiglia, gran sesso e poi a dormire.

A me suona la sveglia alle 6.45, passo un minuto a congratularmi con me stesso per essere ancora vivo ed un quarto d’ora per ricordarmi su che pianeta ed in che epoca vivo, il resto della giornata a sbattermi e a odiare il capitalismo. Pur essendo una persona assai poco razionale mi rendo conto che non ha senso confrontarmi con modelli inarrivabili imposti da Babilonia per esigenze narrative oltre che per minare la mia già risicata sanità mentale, ma non posso fare a meno di chiedermi che droghe prende questa gente e soprattutto quando va al cesso*.


* Nelle serie tv la gente va in bagno solo per scambiare qualche sagace battuta con un collega mentre si lava le mani.




5/2
2018

Cosa è veramente successo il 6 gennaio 1995

Qualche giorno fa ho avuto un momento di smarrimento: ho improvvisamente realizzato di non ricordare più cosa fosse successo il 6 gennaio 1995. Non che io ricordassi cosa fosse successo il giorno dopo, o il giorno prima, ma il 6 gennaio 1995 per me aveva sempre avuto un significato particolare.
Per molto tempo so di aver accarezzato il ricordo di quel giorno - anzi, di quella sera - attribuendogli probabilmente anche un eccesso di importanza; scoprire di averlo perso mi ha fatto sentire a disagio, come se mi fosse improvvisamente tornato in mente un vecchio parente a cui ero stato affezionato e che da troppo tempo avevo dimenticato. Anche il dubbio che le mie famigerate capacità mentali stiano cominciando ad abbandonarmi, peraltro, non è stato piacevole.

Stretti tra norme di bilancio sempre più iperliberiste e leggi elettorali machiavelliche, ci stiamo lentamente facendo trascinare verso le elezioni politiche meno appassionanti di sempre. Chiunque vincerà, avrà perso. E chiunque perderà dichiarerà comunque di aver vinto, come da tradizione. I partiti, o meglio, i loro capibastone da quattro soldi, fanno a gara ad elargire promesse che non potranno mantenere, mentre i picchiatori fascisti si mettono la cravatta pronti ad approdare in parlamento. Come se fosse la prima volta, poi. Ancora una volta sono combattuto tra andare a votare una cosa qualsiasi purché vagamente di sinistra, tanto per avere la coscienza a posto, o chiamarmi fuori da questo patetico gioco della crocetta sulla schedina per un mondo migliore.

Il 6 gennaio del ’95, faceva freddo. Quell’anno così importante per me era appena cominciato, ed io decisi di andarmene al club con l’amico Alex, futuro stimato spingitore di droghe e molto altro. Il club era un posto angosciante dove si andava a giocare roba innocua con uomini più grandi affetti da una sindrome di Peter Pan già patologica. Giochi in scatola, giochi di ruolo, qualsiasi forma la sfiga avesse scelto per cristallizzarsi in quel momento. Noi diciassettenni eravamo tra i più piccoli, la serata era moscia e gli uomini più grandi si erano appena inventati la regola che i minorenni non potevano frequentare il club la sera. Io ed Alex iniziavamo ad avvertire il sentore che da un momento all’altro qualcuno si sarebbe improvvisato questurino e ci avrebbe chiesto la carta d’identità, per il gusto destrorso di sbattere fuori qualcuno. Essere cacciati persino da quel covo di sociopatici avrebbe rappresentato un’umiliazione troppo forte per me, perciò preferii giocare d’anticipo e convinsi l’amico ad andarcene in centro a bere. Faceva molto freddo, non avremmo voluto uscire, ma bere, di bere a quel tempo avevamo sempre voglia.

Zio dice di votare Potere al Popolo, se non altro per salvare la faccia consapevoli di non aver ottenuto un cazzo. Quanto è buono, Potere al Popolo. Giusto un po’ presenzialisti, vanno ai dibattiti in tivù con Casabau e si dice abbiano fatto stampare le spillette e gli shopper ancora prima di scrivere il programma, ma di questi tempi, Signora Mia, va’ a cercare il pelo nell’uovo. Ci sono loro o quel partito dove c’è D’Alema e lo so che non riuscirei mai a votare un partito dove c’è Minimo D’Alema, neppure se si chiamasse Liberi e Uguali per l’Abolizione della Proprietà Privata dei Mezzi di Produzione Now. Quindi, al momento la linea Zio è quella vincente.

Ricordo in che bar andammo, o volevamo andare, ma poi stavamo camminando quindi per qualche motivo volevamo spostarci, andare da un’altra parte a bere qualcos’altro. Ho ricostruito i passaggi salienti, ma è tutto ancora avvolto nella nebbia. Era ancora presto, incrociammo qualcuno che lui conosceva ed io no. Ragazze, probabilmente. Ci invitarono ad una riunione di un collettivo comunista e noi reagimmo con tutto l’entusiasmo che l’impegno politico, l’alcol e gli ormoni potevano alimentare. Un collettivo comunista nel Triste Borgo Natio, che scoperta eccezionale, che opportunità di crescita politica. Chiaramente le abbiamo seguite, cos’altro avevamo da fare, in fondo.

Una delle cose che mi fanno più rabbia di Casabau, a parte il loro essere fascisti, sparare alla gente ed essere sommamente disgustosi, è la loro appropriazione politica della tartaruga. Lenta, saggia e simpatica, la tartaruga come animale è sempre stato di sinistra. Io amavo le tartarughe, ed un paio di anni fa sono stato a due birre dal farmi tatuare una tartaruga fa qualche parte. Ora per colpa di Casabau mi stanno sul cazzo pure le tartarughe. Non potevate prendervi uno di quegli animali fascisti come l’aquila, il lupo, il ratto?
Per riscuotere e liberare la tartaruga da questa odiosa campagna di diffamazione, ho inviato a vari produttori il soggetto di un film impegnato dal titolo T.M.A.T., la storia di un gruppo di tartarughe anarchiche militanti che combattono le tartarughe fasciste nelle fogne di Roma. Vi terrò aggiornati.


La serata del 6 gennaio del ’95 era iniziata come mille altre prima e finita come mille altre dopo. Uno di quei giorni, non ne capitano poi molti, in cui un piccolo ingranaggio si è messo in moto per causare cambiamenti molto più grandi a mesi, anni di distanza. Un milione di sigarette, bicchieri di vino, discussioni e a cascata incontri, scoperte, passioni, scontri. Vita as usual. I ricordi, si sa, sbiadiscono, i dettagli si perdono, ma le cicatrici e le rughe restano a ricordarci per dove siamo passati. Magari non era neppure il 6 gennaio, poi, che differenza vuoi che faccia.




18/1
2018

Cenni di pedagogia cimbra, vol. 2

Quando leggo o racconto una favola a Bustina, spesso mi piace introdurre cambiamenti nel racconto ambientandolo in un contesto differente, scambiando di ruolo ai personaggi o invertendo completamente il senso della storia. Ad esempio, in una versione Cenerentola era trattata benissimo dalle sorelle, non voleva saperne di andare al ballo ma vi veniva costretta da un fata madrina troppo invadente. Cappuccetto Rosso si presta ad innumerevoli variazioni: in una la nonna abita su un’isola dall’altra parte del mare e la protagonista deve stare attenta allo squalo, in un’altra il lupo se ne intende di medicina e precede la bambina a casa della nonna per curare quest’ultima... Senza nessun particolare intento pedagogico, just fun.

Ogni tanto si cimenta anche Bustina in questo gioco. Nella sua ultima variazione, ad esempio, Cappuccetto Rosso prende il fucile della nonna e ammazza il cacciatore che voleva aggredirle.

Un punto per Sorellanza, un altro punto per la militanza, meno dieci punti per la mia possibilità di diventare un padre modello.