14/3
2016

Ceci n’est pas une marchetta

Spesso a notte fonda, tra il sonno e la veglia, mi chiedo cosa uscirebbe se i Toys Orchesta ed i Black Keys si incontrassero e, travolti dalla passione, usassero un ukulele al posto del preservativo. So di non essere l’unico a chiederselo. Beh, pare che la risposta sia "Lost and Found", il nuovo disco di GmG & the Beta Project.

Ma non è tutto qui, il disco spazia dal funk al rock, dal folk al lounge fino ad altre parole di cui non sono sicuro di conoscere il significato, e gode di tutte le contaminazioni linguistiche di cui è capace l’eclettico GmG con la singolare eccezione del latino ed il greco antico studiati al classico. Personalmente ho avuto qualche difficoltà nell’approccio iniziale a questo disco, perché alcune canzoni hanno le parolacce e non sapevo come sbloccare il fottuto controllo parentale del telefono, ma sono stato ripagato di tutti i miei sforzi da quasi cinquanta minuti di ottima musica. Non li ho contati, dico ad occhio.

Da cinque giorni ce l’ho in loop sull’autoradio e secondo me ora dovreste andare dove comprate di solito la musica ed ascoltarvelo tutti e ballare, o almeno fare tac tac tac col piede ed annuire come faccio io quando sono particolarmente coinvolto. Non lo dico perché GmG è mio amico e qualche volta abbiamo dormito insieme (seppure in letti separati), ma per farvi un favore. Tra l’altro sta scalando le classifiche europee di musica indie per cui adesso magari non li conoscete ma se cominciati ad ascoltarli subito fate ancora in tempo a dire che voi li conoscevate da prima che diventassero commerciali.

Fermo restando che secondo me il gruppo dovrebbe chiamarsi The Beta Maria project.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




10/3
2016

Sette piccole differenze tra cattivi e buoni

​Gli auguri per l’ottomarzo. La colonnina di destra di repubblica. Le notizie pubblicate da repubblica. Le notizie non pubblicate da repubblica. I veneti che scrivono in romanaccio su twitter per darsi un tono. I ragazzi che imparano l’amore su pornhub. I chilometri di filo spinato al confine. I chilometri di filo spinato tra affini. Un tizio che si sposa ed era stato un amico ed ora non è niente. La distanza che mi separa da chi mi è vicino. La reazione occidentale all’emergenza profughi. Il freddo. La pioggia. L’emicrania. La crisi ambientale. Le misteriose malattie della pelle. Il governo e l’opposizione. I politici confessionali. Le battute sessiste. I comitati Prima noi. La paura di farsi male. Gli interessi economici delle multinazionali. Il tempo che passa. I regimi amici. Il capitalismo. Il ginocchio che mi duole. La comfort zone. I talent show. Quelli che insultano i vegani per divertimento. Quelli che insultano chiunque per divertimento. I cinici. Il lavoro salariato. Le persone senza speranza. Chi è passato ed è per sempre. Le cose brutte che succedono alle persone a cui voglio bene. Le presidenziali americane. Le commedie all’italiana. I bambini kamikaze. I piccoli segreti meschini e le omissioni. Le bufale razziste su facebook e facebook in genere. Il senso del dovere. Le risposte formali. La soddisfazione dolciastra e snob dello scrivere questa lista. La routine. Le call conference all’ora di pranzo. Le opportunità, sfumate. Il non poter risentire la tua voce. Le feste comandate. L’attimo che viene dopo l’attimo in cui pensi di poter realizzare qualsiasi cosa. La mia incapacità di evolvere. Le persone che si ritengono furbe e lo ritengono un pregio. I ristoranti a buffet. Le colazioni in piedi. Le primarie del PD. Le presentazioni in powerpoint. Il beige e tutti i colori pastello. Michael Moore. Il Bauhaus. I rifiuti nei fossi lungo le strade. Il cielo nuvoloso. Le immagini motivazionali. I cracker "di riso" che però sono pieni di glutine lo stesso perché il riso è tipo il quinto ingrediente. I quartieri dormitorio. I libri prestati e restituiti senza che siano stati letti. Un’oca che cammina sopra la mia tomba. La gente arrivata e quella che vuole arrivare. Il mio essere un pessimo padre. La neve sporcata dai gas di scarico. I centrotavola all’uncinetto. Le guerre coloniali. La memoria corta. I vuoti di memoria. Quelli che chiamano cuccioli, i figli e bambini, i cani. I golpe militari. Il pinyin senza toni. Quelli che si credono Don Draper e sono irrimediabilmente Pete Campbell. Scrivere per nessuno. La carenza di serotonina. Il Qi di Fegato che risale ed indebolisce il Polmone.

A parte questo, qualche canzone e poco altro non c’è niente al mondo che mi renda triste. Un nonnulla, rispetto alla incommensurabile bellezza del cosmo. Basta poi un battito di ciglia per spazzare via tutto, e sentir fremere dentro di me solo un’invincibile estate.




8/3
2016

Adozione, istruzioni per l’uso [7]

Volevate un figlio, o dare la possibilità di crescere decentemente ad un bambino rimasto da solo. Avete seguito corsi, preparato documenti, discusso con assistenti sociali, giudici e decisamente più psicologi di quanti l’organismo umano possa sopportare. Avete ricevuto un decreto di idoneità sudatissimo, che vi aspettavate fosse almeno scritto a mano su una pergamena col sigillo in ceralacca ed invece è solo una fotocopia fatta male. Avete scelto oculatamente un ente autorizzato a gestire le adozioni internazionali e vi è stato assegnato un Paese, o siete stati assegnati ad un Paese, o quel che è. Bene, siamo arrivati al punto in cui le nostre strade si dividono.

Non che siate arrivati: posso mancare ancora mesi, o anni, prima di riunire tutta la famiglia sotto lo stesso tetto. Dipende dalle varie normative internazionali, dalla rapidità vostra e dell’ente e soprattutto dalla sorte. Ponete il caso che a procedura quasi ultimata cambi la legislazione nel Paese di origine del pinzio. Ponete che scoppi una guerra. Ponete che il Paese sospenda del tutto le adozioni, magari per ragioni politiche. Ponete che sia l’Italia a sospendere le relazioni con quel Paese, magari per ragioni politiche. Pensate a Congo, Ucraina, Russia, Thailandia, Nepal, per fare solo alcuni esempi dove questi accidenti si sono verificati davvero, bloccando o ritardando enormemente le possibilità di adozione internazionale, costringendo coppie in attesa a dover ricominciare le pratiche da capo con altri Paesi. O ad aspettare, con una foto in mano. Per questo devo fermarmi qui, ogni Paese è storia a sè ed ogni storia è diversa.

In ogni caso, per tutti il percorso prosegue più o meno così: dovete preparare un altro mucchio di documenti, superiore a qualsiasi mucchio di documenti abbiate preparato finora. Tutti questi documenti dovranno avere firma autenticata e dovranno essere legalizzati, che è una cosa che non sapete neanche cosa voglia dire fin che non dovete affrontare un’adozione internazionale. Infine dovranno essere tradotti ed inviati all’estero. L’ente che vi segue, se è un bravo ente, vi darà tutte le istruzioni del caso. Poi si tratta di aspettare ancora, per un tempo lunghissimo. Ad un certo punto vi chiameranno, e vi faranno leggere una scheda con la storia di vostro figlio. Un giorno magari vi racconto com’è andata a noi, ma non oggi.

Qualche volta le schede sono un sintetico raccontino horror scritto in burocratichese stretto. Qualche volta si dilungano sullo stato di salute, la personalità, la storia (quello che gli psicologi chiamano "il vissuto", perché sono psicologi). Potete fidarvi fino ad un certo punto, dipende dal Paese. Nella migliore delle ipotesi potrebbe capitarvi una foto. In ogni caso, è sempre troppo poco.

Infine, dovrete probabilmente salire su un aereo. Non ho mai sentito nessuno che abbia adottato in nave, ma non si sa mai. Il numero di viaggi ed il tempo di permanenza all’estero dipendono ancora una volta dal Paese, l’unica cosa importante è che per l’ultimo viaggio avrete bisogno di un biglietto di ritorno in più. E non sarete preparati, per quanti corsi e quanti colloqui e quanti viaggi e quanti stupidi blog avrete letto. Se vi può consolare, cambiare un pannolino è molto più semplice di quanto il luogo comune voglia far credere. E’ l’unica cosa facile, forse, ma di solito ne vale la pena.

Ora comincia il divertimento.




4/3
2016

Adozione, istruzioni per l’uso [6]

L’arrivo del decreto di idoneità è un momento importante nella corsa ad ostacoli che vi separa dal vostro figliolo-nato-altrove. Ora avete il timbro ufficiale di garanzia da parte dello Stato che dimostra che sareste genitori modello, o almeno genitori decenti, e siete a tanto così dal diventarlo veramente. A tanto così, eh! Roba che potreste riuscirci prima della pensione, senza esagerare. Prima, però, è necessaria una pausa di riflessione perché è il momento di compiere alcune scelte fondamentali che avevamo rimandato.

Innanzi tutto, vi basta l’adozione nazionale? In questo caso, non dovete fare altro che mettervi comodi ed aspettare che qualcuno vi chiami per dirvi che hanno sfornato un pupo e voi potreste essere i genitori più adatti, magari poi scelgono qualcun altro perciò dovrete aspettare una seconda chiamata, ma sicuramente prima o poi arriverà il vostro turno. Ci vuole di solito qualche anno, per quello vi ho detto di mettervi comodi, ma nel frattempo potete ripassare la faccenda del rischio giuridico ed essere sicuri di averla digerita bene.

Mentre aspettate, potreste anche proseguire con le pratiche per l’adozione internazionale, le due cose non si escludono (ancora) a vicenda. Almeno non vi annoiate. In questo caso è arrivato il momento di scegliere l’ente più adatto alle vostre esigenze. Ovviamente dev’essere un ente autorizzato dallo Stato, ma non tutti gli enti autorizzati operano con gli stessi Paesi ed hanno la stessa organizzazione, perciò date un’occhiata al sito della Commissione Adozioni Internazionali per vedere quali sono gli enti con una sede a portata di mano, date un’occhiata ai loro siti, fissate un incontro conoscitivo. Vale la pena di sbattersi un po’, visto che questa gente sarà poi incaricata e pagata da voi per farvi incontrare vostro figlio.

[A scanso di equivoci: no, non potete andare voi in un qualsiasi Paese del mondo, trovare un bambino bisognoso e portarvelo a casa. Non siete Angelina Jolie. Non potete affidarvi a qualcuno, in Italia all’estero, che vi dice di avere un sistema più rapido ed economico. Non potete arrangiarvi, non potete scegliere, non potete aggirare leggi nazionali ed internazionali che per quanto discutibili servono soprattutto a tutelare i pargoli scoraggiando pratiche criminali quali compravendita di bambini, rapimenti, truffe.]

A voler essere rigorosi, non potreste in realtà scegliere neppure il Paese di provenienza del pupo, ma è chiaro che se avete delle preferenze vi conviene orientarvi verso un ente che sia autorizzato ad operare con quel Paese e verificare che lo faccia veramente, dati alla mano. Per esempio, se siete innamorati del Brasile, ne parlate la lingua e ne conoscete la cultura e pensate che non vi dispiacerebbe un figlio brasiliano, magari cercatevi un ente lavori (anche) con il Brasile. Siete stati in Nepal e la condizione di vita dei pargoli vi ha spezzato il cuore? Cercate un ente eccetera eccetera. Volete essere sicuri che non vi capiti in sorte un marmocchio con la pelle più scura della vostra, coi capelli crespi o magari con gli occhi a mandorla? Uscite da questo blog, cospargetevi di benzina e datevi fuoco. Considerate che non tutti i Paesi hanno necessità o voglia di ricorrere all’adozione internazionale, non tutti quelli che hanno necessità cooperano con l’Italia ed anche per quelli che sulla carta lo fanno esistono grandi differenze sul numero di bambini dichiarati adottabili. Informatevi bene.

Cercate di capire quanto grande sia l’ente, com’è organizzato e soprattutto quante adozioni riesca a portare effettivamente a termine, sono tutti dati ufficiali che dovreste trovare anche sui vari siti. Verificate i costi, i tempi, l’assistenza che vi potrà fornire quando sarete all’estero e tutto quello che vi passa per la testa. Io et Amormio ci abbiamo messo un po’ ed alla fine abbiamo scelto con enorme difficoltà un grosso ente di ispirazione cattolica, nonostante questo facesse a botte con molti nostri principi. Ciononostante, aveva altre caratteristiche determinanti quali la presenza di una pediatra italiana nel Paese estero, una struttura efficiente ed un’assistenza impeccabile, e la filosofia di fondo non si dimostrava in effetti molto invasiva.

Una volta trovato l’ente che fa al caso vostro, dovrete conferirgli ufficialmente un mandato ed iniziare finalmente a pagare qualcosa. Qualche volta gli enti richiedono anche un ulteriore corso di approfondimento, magari un colloquio con una psicologa e sicuramente dovrebbero chiedervi qualche informazioni personale. Ancora una volta, non potete scegliere le caratteristiche di vostro figlio, neppure il genere o l’età, non esiste e spero non esisterà mai un "catalogo" di bambini bisognosi nel mondo, ma alcuni enti vi chiedono un’opinione di massima sulle vostre aspettative. A questo punto, comunque, sarete già stati informati che i pargoli sono generalmente piuttosto grandicelli, perché giustamente il Paese di origine considera l’adozione internazionale l’ultima spiaggia per prendersi cura dei propri minori dopo aver tentato di sistemare le cose in famiglia, dopo aver cercato parenti disposti a prendersene cura, magari persino dopo averli proposti per l’adozione nazionale in modo da mantenerli in un ambiente che conoscono. Alcuni enti vi lasciano esprimere una preferenza sul Paese, se avete validi e fondati motivi, anche se ufficialmente questa scelta spetta a loro. Sicuramente, l’ente vi chiederà una serie di dati necessari a capire se rispettate i criteri dei diversi Paesi, dal reddito allo stato di salute, dall’età al patrimonio fino all’indice di massa corporea ed altri dettagli curiosi che permetteranno loro di inquadrarvi in un Paese di destinazione. Di solito questa fase è abbastanza veloce: qualche documento da spedire, una breve attesa, una telefonata e sapete per lo meno in che parte del mondo è nato vostro figlio. Perché é già nato, anche se non lo conoscete ancora. L’idea vi terrorizza? Freccia a destra ed uscite, siete ancora in tempo. Altrimenti, preparatevi ad andare a prenderlo.

[continua]




2/3
2016

Adozione, istruzioni per l’uso [5]

Improvvisamente, incredibile, tutti si intendono di adozioni. Tutti si impegnano, tutti soprattutto si indignano per le adozioni. Strano, io et Amormio abbiamo combattuto una lunga battaglia burocratica, con gli altri, e psicologica, con noi stessi, e nessuno sembrava sapere un bel niente di adozioni ed ora tutt’a un tratto scopro di essere circondato da esperti. Allora lo facevate apposta, eh? Per metterci alla prova? Per misurare la nostra tempra?

Per esempio, quella volta del colloquio con il giudice del tribunale dei minori. E’ lì che eravamo arrivati, avete concluso i colloqui con i servizi sociali deviati, quelli hanno scritto una relazione su di voi e l’hanno spedita al tribunale. Voi avete aspettato un tempo ragionevole, poi un altro pochino di tempo irragionevole ed infine vi è arrivata a casa una lettera che vi convoca a colloquio con il giudice tale il giorno tal’altro per discutere della vostra disponibilità all’adozione. O della vostra idoneità. O altro eufemismo a scelta. E voi andate, magari fieri del fatto di avere una relazione positiva e sicuri che il peggio sia già passato.

Errore.

Considerate il giudice del tribunale dei minori come il boss di fine livello. Non è facile arrivarci, è difficile superarlo. Poi dipende, non vorrei generalizzare, i giudici sono esseri umani come voi e possono essere di vari formati, mica sono crudeli macchine per triturare gli zebedei come gli psicologi. Fatto sta che il giudice vi concede circa mezz’ora di colloquio ed in quella mezz’ora discute con voi della relazione, soprattutto di quello che i servizi hanno evidenziato come vostre carenze o degli aspetti che non lo convincono, e cerca di capire se alla fin fine siete adatti o meno a far crescere un figlio senza che diventi uno psicopatico o si iscriva a scienze della comunicazione. Poi di fatto il giudice la relazione spesso non ha avuto il tempo di leggerla, per cui salta direttamente alle conclusioni sia in senso letterale che figurato. Anche qui, sarebbe d’uopo mantenere un basso profilo, simulare disperazione e baciare le mani, ma sono sicuro che in realtà non avrete nessun problema. A differenza nostra.

Il nostro giudice ci ha accolti calorosamente, ci ha fatto mettere a nostro agio, ha rotto il ghiaccio parlando di un argomento che ci interessava e poi ci ha trivellato il cuore senza pietà. Ha messo in discussione le nostre motivazioni, la nostra relazione e la nostra capacità di addestrare piccoli esseri umani, ci ha accusato di aver preso la faccenda alla leggera, di non aver riflettuto abbastanza sulla situazione ed ha infine espresso serie perplessità sulla possibilità di concederci l’idoneità. Il tutto perché avevamo commesso solo un piccolo, risibile errore: sovrappensiero, quando ci aveva chiesto di esprimerci sinceramente e non dargli semplicemente le risposte che avrebbe voluto sentirsi dire, gli avevamo creduto. Per fortuna, mentre il pavimento ci cedeva sotto i piedi ed il cielo ci cadeva sulla testa, siamo riusciti ad approfittare dei pochi minuti che restavano per fargli cambiare idea grazie ad una performance di improvvisazione teatrale degna della migliore scuola melodrammatica. Questo tizio voleva il sangue, voleva il dolore, voleva che gli facessimo vedere che avevamo sofferto per la mancanza di un figlio e voleva assaggiare la nostra sofferenza, non gli andava bene che due persone potessero non uscire di testa e lo stesso desiderare un bambino. Gli abbiamo dato quello che voleva ed è stato soddisfatto, alla fine ci ha congedato con un’apertura possibilista e noi siamo stati altri due mesi ad aspettare il responso a casa, con un macigno sul cuore. Che razza di professionista, che razza di persona può comportarsi in modo così ignobile, vi state chiedendo?

Beh, abbiamo googlato il suo nome, una volta tornati a casa. Ci serviva per le messe nere.
Non era un vero giudice, era un giudice onorario, pro tempore, salcazzo. Normalmente faceva lo psicologo.

Trascorso quel paio di mesi, comunque, l’idoneità ci è arrivata e com’è arrivata a noi, arriverà anche a voi. Se non vi arriva dovrete fare ricorso, ma su questo terreno non so addentrarmi. Ed ora? Sconfitto il boss, si passa al livello successivo.

[continua]




29/2
2016

Contronatura

Stamattina avevo scritto qualche riflessione sul concetto di contronatura, recentemente tornato sulla bocca di alcuni buzzurri in riferimento alla stepchild adoption. Arrivato alle conclusioni, poco prima dell’ultima riga, ho capito che non lo volevo pubblicare. Per me, era un esercizio di retorica. Per le persone a cui mi rivolgevo, parole inutili perché alla fin fine l’unica cosa che importa loro è impedire ai finocchi di avere figli perché l’idea li infastidisce. Entrare nel dibattito alle loro sporche condizioni sarebbe umiliante.

E allora chi se ne importa di cosa sia o non sia contronatura, di cosa voglia la natura, ammesso che voglia qualcosa. Impedire per legge e per ignoranza a due persone di amarsi, a due persone che si amano di avere un figlio o ad un figlio di avere qualcuno che se ne prenda cura, è prima di tutto inumano.




25/2
2016

Adozione, istruzioni per l’uso [4]

Leggevo giusto ieri da qualche parte che il PD ha già pronta una nuova bellissima legge sulle adozioni che renderà probabilmente obsoleta questa guida, e tanta è la mia fiducia negli impegni del PD che proseguo il lavoro sicuro che manterrà una parvenza di utilità ancora per i prossimi vent’anni. Sarebbe bello che no, eh. Sarebbe.

Gli incontri con i servizi sociali sono la parte del percorso adottivo che tutti temono di più, perché stranamente il momento dell’emissione dei bonifici viene relegato in uno stanzino ermetico del subconscio. In realtà, ovviamente, le esperienze sono molto diverse da caso a caso perché anche gli assistenti sociali sono esseri umani - a differenza di carabinieri e psicologi, che fanno selezione all’ingresso. Scopo di questi incontri è permettere ai servizi di scrivere una relazione su di voi, sulle motivazioni che vi spingono ad adottare un pinzio e sulle vostre capacità genitoriali; questa relazione verrà poi inviata al tribunale dei minori che la userà per valutare se concedervi o meno il famoso decreto di idoneità, ovvero l’unico documento legale che attesta il vostro diritto a diventare genitori. Un mucchio di cazzate, secondo la mia modesta opinione, ma un mucchio di cazzate che la legge rende necessario e può quindi rovinare la vita a voi e ad un pargolo da qualche parte nel mondo.

La maggior parte degli incontri si svolge in un ufficio dei servizi sociali, un posto ameno pieno di disegni di bambini e dolore a mezz’aria. Dovrete parlare con un’assistente sociale ed una psicologa, una alla volta o tutte e due insieme, e raccontare la storia della vostra vita, della vostra relazione, com’è nata in voi l’idea bizzarra di prendere un bambino usato e mille altri dettagli sulla vostra famiglia, il vostro rapporto con i bambini, il vostro lavoro, la vostra casa e la vostra igiene personale. Non è così terribile, ma dipende molto dalle persone che vi trovate davanti. Ho sentito casi di assistenti sociali più pignoli dei profiler dell’FBI, che davano i compiti da svolgere a casa, che imponevano pause di riflessione di mesi per mettere alla prova la vostra determinazione, che mettevano in discussione le vostre motivazioni e vi assicuro, trattandosi di argomenti e sentimenti spesso delicati, che è molto facile sentirsi giudicati o feriti gratuitamente. Nel nostro caso, per fortuna, abbiamo incontrato persone comprensive e civilissime che hanno fatto il loro lavoro senza mostrare un’evidente stimolo a metterci inutilmente i bastoni tra le ruote.

Il dubbio riguarda ovviamente cosa sia il caso o meno di raccontare durante i colloqui. Vi piace scolarvi una bottiglia di porto nella solitudine della vostra casa, dopo cena? O prima di cena? O a colazione? Avete la raccolta completa delle puntate di Non è la Rai in VHS e di quando in quando la riguardate? Vostro zio è stato arrestato un paio di volte per oltraggio al pudore? Avete conosciuto la vostra dolce metà in un locale per scambisti di Bangkok? Ad una fiera del fumetto? Ad una convention di fan di Star Trek? Vivete in una comune hippy con altre sei coppie ed il sabato sera la situazione coniugale si fa confusa?

Ecco, in questi e parecchi altri casi la tentazione di omettere qualche dettaglio potrebbe rivelarsi invitante. O sensata. Non che io voglia suggerirvi di mentire ma ricordate che la parola chiave è: basso profilo. Sono due parole chiave. Al di là delle opinioni personali e degli scrupoli professionali, nessun assistente sociale vuole finire nei casini per avere dato il via libera all’adozione ad una coppia di fan di Justin Bieber e lo so, lo so, che siete creature meravigliose ed avete tutto il diritto a rivendicare la vostra diversità e bisogna lottare per cambiare il sistema anzi sapete cosa vi dico? Fatelo. Andate ai colloqui con i servizi sociali vestiti da elfi metallari steampunk e raccontate senza pudore che i vostri genitori vi picchiavano con la cinghia e a voi piaceva, abbattete il sistema dall’interno. Poi finirete nei forum a lamentarvi che è tutta una mafia e a chiedere che diritto hanno le istituzioni di giudicarvi e piangerete amaro perché il vostro sogno di un piccolo elfetto metallaro steampunk non si può realizzare. Considerate che un fallimento adottivo significa una grana per il sistema oltre che una tragedia personale e famigliare, i servizi sociali nella migliore delle ipotesi sono lì per aiutarvi a capire meglio i vostri limiti e le vostre possibilità, ma sicuramente in un cassetto hanno anche loro una checklist veloce da compilare che comprende alcuni requisiti minimi stabiliti dall’establishment, una lista che specifica quanto meno "no serial killer", "no pedo" e "no Napalm Death". Non è poi così difficile mantenere la riservatezza, del resto, mica vi collegano al poligrafo. Il mio consiglio tuttavia è di rilassarvi, raccontare la verità entro i limiti della ragionevolezza ed approfittare dell’occasione per fare il punto sulla vostra storia.

Uno degli ultimi incontri si svolge di solito a casa vostra, i servizi vogliono verificare che abbiate abbastanza spazio per ospitare un altro essere umano e che non ci siano palesi tracce di sangue sulla stradina che porta al capanno degli attrezzi. Non è necessario che abbiate già una cameretta pronta per il pupo, sarebbe un po’ prematuro. Se sono persone scrupolose è probabile invece che vogliano visitare tutte le stanze, perciò non vale prendere tutto il casino e nasconderlo nel ripostiglio formando una pila gigantesca di robaccia di dubbia provenienza, rischiereste solo un momento imbarazzante. Com’è capitato a me, ovviamente.

All’ultimo incontro, dopo essersi presi tutto il tempo necessario, i servizi dovrebbero leggervi la relazione che hanno scritto su di voi e darvi la possibilità di discuterne. La relazione non ha ancora un valore legale, ma sarà appunto la base per il giudizio del tribunale, vi verrà richiesta da qualsiasi ente in caso di adozione internazionale e pure dalle autorità del Paese di provenienza di vostro figlio, perciò è utile che non sia troppo critica o restrittiva. Se dicono che vi vedrebbero bene come genitori di un bambino tra i 4 ed i 6 anni con i capelli ricci, labbra sporgenti e lentiggini nato sotto il segno del Capricorno, ad esempio, vale la pena parlarne e possibilmente convincerli ad allargare un po’ il tiro. D’altra parte, però, le raccomandazioni devono soddisfare i requisiti del tribunale dei minori di riferimento e quello veneto richiede ad esempio un’assurda indicazione dell’età del minore che sta causando diverse difficoltà alle coppie, per motivi che vedremo nelle prossime puntate. Ad un certo bel punto, comunque, la discussione si chiude ed i servizi stessi inviano la relazione al tribunale dei minori, mentre voi tornate a casa ed aspettate. C’è un sacco da aspettare, in questa vostra strada verso l’adozione.

[continua]




22/2
2016

Adozione, istruzioni per l’uso [3]


Allora, avete deciso di adottare un bambino. Avete seguito i corsi preparatori previsti dalla legge e siete decisi ad andare avanti. Avete preso carta e penna. Ottimo. E’ giunto il momento di inviare una "dichiarazione di disponibilità" al vostro tribunale dei minori di fiducia.

Il modello lo trovate su Internet ed è abbastanza semplice da compilare, nomecognomeprofessioneresidenza ed un paio di crocette dove affermate di essere in possesso di tutti i requisiti necessari per portarsi a casa un pupo preconfezionato. Ovviamente non si chiede un bambino, per i motivi già illustrati ci si limita a far presente che, se per caso da quelle parti dovessero averne uno a disposizione, voi sareste felici di accoglierlo e dargli amore, protezione, pasti caldi ed un tetto in caso di intemperie. Altruismo puro.

Per quanto riguarda i famosi requisiti necessari, secondo la legge italiana è obbligatorio essere sposati e convivere da almeno tre anni. Si può anche essere sposati da cinque minuti, purché si conviva da almeno tre anni e si sia in grado di dimostrarlo, fornendo anche il nome di qualche testimone che teoricamente potrebbe essere interpellato in materia dal tribunale (non ho mai sentito nessuno a cui sia successo veramente). Questo spazza via dal tavolo le coppie di fatto etero o omosessuali che magari convivono da vent’anni ma non possono o non vogliono sposarsi ed obbliga molti ad una versione istituzionalizzata del famigerato "matrimonio riparatore". Siamo mica un paese civile, noi, cosa vi credevate. Esistono poi altri requisiti relativi all’età dei coniugi ed in particolare alla differenza d’età tra i genitori e la creatura, che per la legge italiana non sono particolarmente ansiogeni. Nel caso di adozione internazionale bisognerà poi tenere in considerazione le regole del Paese di provenienenza del pupattolo, che possono avere vincoli più stringenti: ad esempio nelle Filippine non si possono sommare gli anni di convivenza a quelli di matrimonio ed in Russia probabilmente è vietato per un padre sapere accostare i colori, se capite cosa intendo. Ma qui siamo ancora molto distanti dall’occuparci di un Paese di provenienza, ci penserete in seguito.

Insieme alla dichiarazione di disponibilità vanno inviati alcuni documenti. Pochi, eh. Niente di che. Certificati anagrafici, residenza, stato famiglia... Tutto da richiedere all’anagrafe, perché nelle comunicazioni con il tribunale non vale l’autocertificazione. Un certificato di idoneità psicofisica, che non ricordo neanche cosa voglia dire, e naturalmente una dichiarazione dei vostri genitori di essere a conoscenza del vostro piano malvagio. Attenzione, lo Stato italiano non si spinge fino a chiedervi l’autorizzazione dei genitori, ma solo di informarli delle vostre intenzioni. Non è chiaro cosa possa succedere nel caso i vostri genitori si rifiutino di firmare questo documento, suppongo che ci si regoli come per le assenze di scuola in seconda media.

Nonostante questo sia probabilmente il passaggio più semplice dell’intero iter adottivo, per me et Amormio è stato il primo e probabilmente il peggiore punto di scontro con la burocrazia italiana. Dovete sapere, infatti, che Amormio ha avuto la pessima idea di nascere lontana dal Borgo Natio, in un paesino poco conosciuto dove la burocrazia è arrivata solo recentemente e con risultati non del tutto soddisfacenti: Roma. Gli scrupolosi impiegati dell’anagrafe del Borgo ci hanno informato che era loro impossibile produrre un "Certificato di Nascita" per qualcuno nato fuori dal comune e che... niente, in qualche modo ci dovevamo arrangiare. Per fortuna, siamo nel ventunesimo secolo ed esistono innumerevoli strumenti tecnologici per richiedere un certificato di nascita all’anagrafe di una grande metropoli, vero?

No.

Li abbiamo tentati tutti, e uno non funzionava, l’altro non era ancora attivo, il terzo nessuno sapeva come funzionasse, il quarto era rotta la macchina, il quinto avevano aggiustato la macchina ma era morto l’impiegato che la sapeva far andare, il sesto funzionava solo per i residenti nel comune di Roma, il settimo funzionava ma richiedeva due anni di preavviso. Perciò alla fine, dopo averci perso i mesi, siamo dovuti partire dal Borgo e farci seicento chilometri per andare a Roma a chiedere un certificato all’anagrafe. E non è che lì le cose siano andate molto meglio, tanto che alla fine il certificato mica ce l’hanno dato, ma abbiamo trovato un’impiegata molto gentile la quale ci ha spiegato che sì, in realtà potevano benissimo rilasciarcelo all’anagrafe del Triste Borgo Natio, sei mesi prima, solo che si chiama "Certificato anagrafico di nascita" e quella parolina in mezzo cambia tutto per un pignolo impiegato dell’anagrafe ma è assolutamente ininfluente per il tribunale. A voi non capiterà di certo nulla del genere, ma nel dubbio cercate di nascere nel posto in cui vivete.

Tutto molto semplice, quindi. Firmate e spedite. Dopo un tempo inversamente proporzionale all’efficienza del sistema postale e del tribunale dei minori che si occuperà di voi, riceverete forse una ricevuta della vostra dichiarazione ed un paio di telefonate. La prima telefonata di solito è quella dei carabinieri, che vi fissano un incontro in caserma per verificare il vostro reddito ed il vostro patrimonio. Anzi, siccome sono carabinieri, vi fissano un incontro in caserma solo per dirvi che dovete ritornare un altro giorno per verificare il vostro reddito ed il vostro patrimonio, tanto non avete mica un lavoro serio come il loro, voi, e si sa che vi piace perdere tempo. La seconda telefonata è quella dei servizi sociali, che vogliono conoscervi meglio prima di decidere se potete adottare un bambino. La tentazione di rispondere con accento svedese è fortissima, ma non fatevi intimidire, nella maggior parte dei casi si tratta di esseri umani come voi. Fissate un appuntamento (ne seguiranno altri) e proseguite.

[continua]




18/2
2016

Adozione, istruzioni per l’uso [2]

Mentre il parlamento si sta parecchio impegnando a dimostrarci ancora una volta che non siamo un Paese degno di questo secolo, proseguo con il racconto sul funzionamento delle adozioni in Italia, un misto di ricordi e riflessioni sulla mia recente esperienza. Riprendo il filo da dove l’avevo interrotto qui.

Terminato il primo corso, molti si sentono scoraggiati. Noi, per lo meno, ci siamo sentiti scoraggiati: non solo dai tempi biblici, dai costi faraonici e dalle difficoltà pratiche e psicologiche che ci erano state anticipate con dovizia di particolari ma anche dall’ottusità dei rappresentanti istituzionali che pretendevano di forzare tutti nel cliché della persona disperata che non trova una ragione di vita senza un figlio che non riusciva ad avere, persone che peraltro esistono davvero e che meriterebbero maggiore rispetto che essere trasformate in un luogo comune per pigrizia dello psicologo e dell’assistente sociale di turno. Nel nostro caso c’è voluto un po’ prima che decidessimo di andare avanti, ma se siete già decisi non c’è niente che vi impedisca di passare subito al livello successivo.

Se non lo avete ancora fatto, è il momento di chiedervi se volete adottare un bambino italiano o interessarvi anche all’adozione internazionale. L’adozione nazionale presenta alcuni vantaggi, soprattutto il fatto di essere completamente gratuita (yep! vi danno un bambino gratis!). Inoltre, a volte vengono dati in adozione bambini molto piccoli e questo può piacere a molti che non vedono l’ora di dilettarsi con coliche, biberon e pannolini. Alcuni, infine, scelgono la nazionale perché vogliono un bambino che sia "etnicamente" simile ai genitori, che sia perché sperano che in questo modo l’adozione passi maggiormente inosservata a livello sociale ed il pupo soffra meno problemi di integrazione, o perché sono dei tristi figuri che non vogliono lo straniero in casa. Come sempre le motivazioni sono varie, non sempre nobili. Attualmente, però, l’adozione nazionale comporta anche alcuni problemi da tenere in considerazione: prima di tutto ha dei tempi lunghissimi, non ho mai sentito parlare di meno di tre anni di attesa e spesso si è arrivati anche oltre il doppio, quindi potete prendervela comoda con quella cameretta. Inoltre, esiste una cosuccia terrificante chiamata "rischio giuridico" ovvero la possibilità, da parte dei genitori biologici o altri parenti del bambino, di appellarsi giuridicamente contro la dichiarazione di adottabilità del minore, che tradotto in italiano significa che per un periodo di tempo che va da qualche mese a qualche anno il vostro pupo è in una sorta di affido e potrebbe essere restituito alla propria famiglia d’origine, qualora un giudice stabilisse che questo è nel suo migliore interesse. Voi ve la sentireste di vivere in questo limbo per un periodo di tempo così lungo? Io no. Io proprio no, ma per fortuna c’è gente più stabile di me, in giro. La seconda opzione è quella dell’adozione internazionale, ovvero dare una casa, tre pasti al giorno e tanti baci ad un bambino nato in altri lidi. I Paesi che non riescono a prendersi cura di tutti i propri pupattoli ed offrono loro la possibilità di crescere altrove sono molti, ciascuno naturalmente con casistiche e regole particolari che prima o poi i papabili genitori dovranno affrontare: mi riferisco sia a leggi locali che possono essere più o meno restrittive di quelle italiane che a differenze di età, stato di salute e condizioni psicologiche dei bambini, per non parlare di costi e tempi di attesa. Non preoccupatevene troppo, per il momento sappiate solo che l’adozione internazionale ha tempi incerti ma (salvo catastrofi) inferiori alla nazionale, molte variabili ed è sempre dannatamente costosa, con un "dannatamente" quantificabile grosso modo tra i dieci ed i trentacinquemila euro. Ho sentito anche di cifre più alte, ma dipende molto dal Paese di provenienza del bambino e francamente nessun ente serio vi indirizzerà verso un Paese che non vi potete permettere. Vi sono venuti i brividi freddi? Vi capisco. Ora pensate che secondo il governatore della regione Lombardia i bambini adottivi non hanno diritto al bonus bebè perché al momento dell’adozione i genitori si sono dichiarati in grado di mantenerli. Vi sono tornati i brividi? Bene.

Quale strada scegliere, dunque? Preferite giocare in casa o aprirvi al mondo? In realtà non c’è nessun bisogno di scegliere, potete dare disponibilità ad entrambe le adozioni e rimandare a quando avrete le idee più chiare o sarete riusciti a vendere quel rene di troppo. Nel caso vogliate tenervi aperta la possibilità dell’adozione internazionale, però, dovete partecipare ad un secondo corso di formazione. In questo caso non dovete più rivolgervi all’USL, ma ad uno degli enti autorizzati dallo Stato Italiano a fare da mediatore tra le coppie in cerca di un pinzio ed i Paesi di provenienza delle creature, onde evitare che si crei un libero mercato dei bambini con fenomeni di malaffare ancora più gravi di quelli che, purtroppo, seppur raramente si verificano comunque. Esistono moltissimi di questi enti, alcuni a carattere locale ed altri con filiali in tutta la penisola, alcuni bene organizzati ed altri più scalcagnati, alcuni gestiti in modo preciso e trasparente ed altri molto più opachi e "sbrigativi". Si differenziano tra loro anche per ideologia di fondo, disponibilità di risorse e soprattutto numero e varietà dei Paesi con cui collaborano, perciò la scelta dell’ente diventerà una tappa molto importante per arrivare a vostro figlio. Ancora una volta, non è una decisione che dovete prendere subito: il corso di formazione all’adozione internazionale potete farlo con qualunque ente autorizzato, senza alcun vincolo da parte vostra di dover poi affidare il mandato allo stesso. Ciononostante, è una buona idea approfittare del corso per farsi anche un’idea della qualità del lavoro dell’ente, pur ricordando che tutti si sforzano di fare bella figura al primo appuntamento quando dal secondo in poi tocca a voi pagare.

Generalmente il corso per l’adozione internazionale va meglio del primo, un po’ perché la seconda volta fa sempre meno male e un po’ perché gli enti hanno tutto l’interesse a che voi ne usciate "preparati", "consapevoli" ma non terrorizzati. Metto gli aggettivi tra virgolette, perché francamente non ricordo di essere uscito da questo corso particolarmente preparato o consapevole di quello che avrei affrontato in seguito. Ricordo invece qualche utile informazione sulla condizione dei bambini abbandonati nei diversi Paesi del mondo, poche istruzioni sulle pratiche burocratiche ci attendevano, un paio di psicologhe che si ritenevano molto più consapevoli di quando evidentemente fossero e parecchie coppie in odore di santità, pronte ad accogliere un BAMBINO dal "vissuto" quanto più possibile doloroso per accoglierlo in una famiglia e dargli tanto amore. Già l’uso del termine "vissuto" tradisce il fatto che sei stato troppo tempo in prossimità di uno psicologo. Nessuno, comunque, che desiderasse avere un figlio: giammai un pensiero tanto egoista si volesse affacciare alla loro mente! La lezione del primo corso era stata imparata.

Portata a casa anche la seconda medaglia, si può cominciare a pensare di fare sul serio. Lo volete questo figlio? O meglio, siete disponibili ad accogliere una creatura e prendervi cura di lei a tempo indeterminato? Potete ancora ripensarci, eh. Ora vi hanno spiegato che i bambini abbandonati, in qualsiasi posto del mondo, hanno un sacco di problemi. Che nessuno passa attraverso povertà, fame, abbandono, vita di strada, violenze psicofisiche ed istituzionalizzazione senza portarsi addosso qualche cicatrice. Che il figlio che adotterete quasi sicuramente non è il figlio che avevate in mente, il bebè che avete sognato fino a questo momento: sarà più grande, sarà meno sano, sarà più aggressivo e meno intelligente. Vi hanno spiegato tutto quello che può andare storto, il famigerato fallimento adottivo. Potete ripensarci, ma avrete ancora un sacco di occasioni per mettere la freccia a destra ed imboccare a tutta velocità l’uscita. Volete proseguire? Bene. Fuori carta e penna, si comincia con la burocrazia.

[continua]




16/2
2016

Adozione, istruzioni per l’uso [1]

Sono stanco, confuso e probabilmente influenzato, per cui mi sembra piuttosto appropriato condividere con voi gentili ed invisibili lettori alcune riflessioni, memorie su un tema che è fugacemente salito alla ribalta delle cronache in questi giorni e che presto sicuramente tornerà di nuovo nell’oblio. Non sto parlando del festival di Sanremo, purtroppo. Sto parlando di adozioni, quella roba che pigli un bambino già fatto, te lo porti a casa come se l’avessi fatto tu e diventa tuo figlio. Come sapranno già i due che mi conoscono di persona, i più malintenzionati o gli hacker che mi hanno violato l’hard disk, recentemente mi è capitato di adottare una bambina. Una bellissima, dolcissima e pericolosissima creatura che chiameremo Bustina. Anche se questo non fa certo di me un grandissimo esperto in materia, magari ne so qualcosa di più del vostro cardinale di fiducia. Se non altro, ho dovuto informarmi ed armarmi di santa pazienza per affrontare il lungo percorso burocratico, sociale ed emotivo che un’adozione comporta e magari a qualcuno può interessare qualche informazione di prima mano prima di affrontare la stessa strada o sparare cazzate sul diritto di tizio e caio ad adottare un bambino. Va da sé che mi riferisco al contesto italiano (in particolare veneto, perché su questo tema le autorità locali fanno un po’ quel che vogliono) ed alla mia esperienza personale. Sarà una storia lunga, per cui attrezzatevi di patatine e birra ed aspettatevi più di una puntata.

Io et Amormio abbiamo cominciato ad avvicinarci all’argomento alcuni anni fa ed è stato un bene, perché il riciclaggio di bambini richiede prima di tutto una certa preparazione, almeno per la legge italiana. Non è che tutti possono diventare genitori, cinque minuti di ginnastica, uno schizzetto e via. Quello vale per le coppie normali e la legge ci tiene a farti sapere fin da subito che se vuoi adottare una creatura non sei certamente una persona normale. Quindi, si prende in mano il telefono e si chiama il servizio adozioni della vostra USL, si scambiano due chiacchiere in simpatia e ci si iscrive al corso più vicino. Questi corsi di preparazione all’adozione sono aperti a tutti ed hanno un grandissimo pregio: sono gratuiti. A parte questo, ci sono state riunioni del direttivo dell’Isis più divertenti ed animate da maggiore sensibilità. Anche se l’argomento principale di tutti questi corsi è sempre il BAMBINO, scritto e pronunciato tutto maiuscolo, il sottotesto costantemente presente e qualche volta pure esplicitato è infatti che voi siete lì perché avete dei problemi e non potete avere un BAMBINO e quindi volete adottare un BAMBINO per risolvere i vostri problemi e tutto questo è ovvio, naturale ed assolutamente SBAGLIATO. Non aiuta che a condurli siano spesso degli psicologi, la forma di vita terrestre più spregevole dopo il virus dell’ebola. Grazie a loro ed al sadismo che li accompagna, in questi corsi va costantemente in scena il "dramma della sterilità".

Qui entra in gioco un argomento spinoso, ovvero le motivazioni che spingono degli esseri umani a voler fabbricare un pupo o, in alternativa, a prenderne uno fabbricato conto terzi. Sparo le mie. Credo che alcuni genitori, singolarmente o in associazione a delinquere, cerchino un riscatto dalla noia del quotidiano, altri desiderino solo qualcuno da amare e a cui dare l’affetto che non hanno mai ricevuto, altri ancora proiettino su un proprio clone ideale l’angoscia di una vita mai vissuta. Molti si fanno condizionare dalle fortissime pressioni culturali su questo tema, mentre qualcuno ad un certo punto della vita sente una sorta di imperativo biologico a riprodursi e mandare avanti la specie, un istinto irrazionale ed irresistibile. La tradizione fascista di questo Paese tende a sobbarcare sulla donna il ruolo irrinunciabile di madre, la cui mancata realizzazione comporta ancora l’attribuzione di uno stigma sociale di inadeguatezza o devianza, ma salvo smentita dai biologi in studio credo che il desiderio di paternità possa essere presente o assente quanto quello di maternità. Probabilmente esistono tante motivazioni quanti genitori, alcune valide, altre decisamente no, altre inspiegabili. Alcuni non sentono alcuno stimolo a figliare e vivono alla grande lo stesso, per inciso. Per motivi altrettanto eterogenei alcuni decidono di adottare un figlio. La mia esperienza, però, mi porta a ritenere che molti arrivino a questa scelta solo dopo aver tentato in tutti i modi di farsene uno in casa alla vecchia maniera, aver messo in pratica tutti i consigli di nonne, zie e conigli, aver consultato sull’argomento tutti i medici del mondo, essersi sottoposti ad esami estenuanti e qualche volta umilianti, aver pianto tutte le lacrime dei sette mari, aver fatto operazioni, cure, pellegrinaggi, aver preso pastiglie, pozioni, punture e naturalmente sguardi pietosi e molte domande indiscrete alla cena di Natale. Ho conosciuto molte persone, alcune tra le mie più care, che desideravano ardentemente un figlio e per un motivo o per l’altro non riuscivano ad averlo con la consueta procedura, a volte ho condiviso parte delle loro tribolazioni ed ho solo sfiorato la loro sofferenza, la frustrazione ed il senso di impotenza di fronte ad un ostacolo insuperabile. E’ ingiusto e crudele. Alcuni si arrendono ed imparano a convivere con la propria peculiarità, altri trasformano il desiderio di genitorialità in un pensiero fisso, un’ossessione che da e toglie senso alla vita e solo dopo essere giunti allo stremo delle forze ed all’esaurimento delle possibilità accettano con dolore la situazione e si orientano verso la "scelta" dell’adozione. Questo è "il dramma della sterilità" vissuto da molti che si avvicinano alla strada dell’adozione e, per un’esigenza di generalizzazione, secondo le istituzioni questo è ciò che spinge e motiva tutti i potenziali genitori adottivi. Se avanzi altre motivazioni, sei in fase di negazione. Se non sembri abbastanza disperato o abbastanza sterile, sei fuori schema e perciò decisamente sospetto e poco idoneo a diventare un genitore adottivo. Allo stesso tempo, poiché tutto va fatto esclusivamente per il bene del BAMBINO, è necessario affrontare e superare il desiderio egoistico di avere un figlio e rifugiarsi quindi in una comoda schizofrenia o in un tragicomico gioco di mezze verità. Le istituzioni, per definizione, sono stupide. Seduto in cerchio in una stanza ostile con molte altre coppie al loro primo corso di formazione all’adozione, ho visto persone che avevano passato degli anni molto difficili alla ricerca di un figlio e pur non condividendone le motivazioni e non comprendendone del tutto l’accanimento, ho provato per loro un grande rispetto e un sentimento di umana solidarietà. Seduto in cerchio con loro, ho sentito psicologi ed assistenti sociali definirli "handicappati" per la loro incapacità di generare prole, costringerli ad esporre il proprio dolore più profondo di fronte a dei perfetti sconosciuti, paventare loro tutte le reali e gigantesche difficoltà che li avrebbero attesi lungo il percorso adottivo e forzarli innaturalmente a fingere di sopprimere quella voglia di un pupazzolo da coccolare che era stata la loro principale molla ad alzarsi dal letto per un numero troppo lungo di giorni. Gli altri, chiunque altro non avesse vissuto con sufficiente dolore lo stesso tipo di dramma, veniva comunque messo in discussione e costretto ad una sorta di clandestinità. Tutto questo dura circa una giornata, si svolge di solito in uno scantinato maleodorante con strumenti di tortura appesi alle pareti ed è un passaggio obbligato per ricevere il primo timbrino di idoneità all’adozione ma ehi, ve l’ho già detto che è gratis?

Questo è solo il primo corso, che serve probabilmente a mandare a casa quelli che pensano che l’adozione sia tutta frizzi e lazzi o, come succede in quei film americani, un’auto di lusso che parcheggia nel cortile di un grande orfanotrofio. Non ci sono auto di lusso, coppie eleganti che passano in rassegna gli orfanelli e scelgono il più sorridente, ma solo un’infinità di corsi molto nojosi, un esercito di psicologi, una carriolata di documenti da produrre, firmare ed autenticare e tanta bile da ingoiare. Alla fine, però, nel nostro caso c’era Bustina, in mille altri casi mille altri bambini che prima stavano in posti infinitamente peggiori, per cui forse vale la pena prendere in mano quel telefono e proseguire.

[continua]




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