1/9
2010

Ode alla tipa che mi stava davanti oggi in macchina

Dovete sapere che io, sotto questa dura scorza di ex-alcolista semianalfabeta, celo un animo da poeta. Solitamente mi vergogno di lasciar trasparire questo mio lato dolce e sensibile perché ho paura che i miei compagni di scuola mi picchino (anche se non vado più a scuola, sono certo che mi tengono ancora d’occhio). Certe volte però alcuni fatti della vita mi colpiscono in modo particolare e non posso fare altro che arrendermi al flusso di poeteria che mi sgorga spontaneo dal cuore. Com’è successo oggi, mentre in pausa pranzo correvo a casa, o per meglio dire cercavo di correre a casa, e mi è capitato di incontrare questa tizia bionda, credo, ma comunque chissenefrega, che guidava con la stessa spericolatezza con cui una vecchia guida il proprio carrello alla coop, ed io non la potevo superare perché c’era molto traffico e non la potevo picchiare perché eravamo ciascuno nella propria auto (inoltre picchiare la gente è sbagliato) e non la potevo bestemmiare perché stavo già bestemmiando ed improvvisamente ho avuto una di quelle illuminazioni di cui parlavo prima ed allora ho pensato di dedicarle una poesia.


(Adesso immaginatevi che si abbassino le luci ed entri io vestito da poeta con un machete in mano)



Ode alla tipa che mi stava davanti oggi in macchina

O bionda pavida che guidi senza fretta
e concedi a tutti buona precedenza
al limite stai largamente sotto
e lasci attraversare la vecchietta,

ti confesso per quello che mi spetta
che invece io avrei una certa urgenza
di certo mi si scuoce già il risotto
e al pranzo vorrei ir come saetta.

Ma superar non posso la twa twingo
per via di questo traffico elevato

[così]

alla prossima rotonda io ti spingo
contro un rombante autoarticolato.




(io e la metrica non ci conosciamo neanche)

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




27/8
2010

Sul ponte sventola

Secondo il governatore Zazà, chi non espone la bandiera del veneto dovrebbe cambiare casa. Lui parla di luoghi pubblici quindi pare che per il momento a casa mia io possa restarci, ma d’altra parte non ci capisce come faccia uno a cambiare casa se la sua casa era un luogo pubblico. Intendo: a chi è rivolto questo appello? Non ai sindaci, che non abitano in municipio, né ai presidi o ai direttori delle asl o ai commissari di polizia o dei caramba, perché nessuno di questi abita nei luoghi dove dovrebbe essere esposta la bandiera e quindi il riferimento al cambiare casa non avrebbe nessun senso. Evidentemente il Governadur si rivolge ai senzatetto e agli zingari, gli unici che effettivamente vivono in luoghi pubblici e quindi dovrebbero esporre la bandiera, pena l’obbligo di cambiare casa. Forse anche ai militari in caserma. Barboni, zingari e soldati sono dunque avvisati: espongano lestamente il gonfalone di San Marco, o si trasferiscano lontano da Ground Zaia, terra orgogliosa e fiera.

(questa regola non vale per tutti gli americani di stanza al Dal Molin, i quali per evidenti motivi di supremazia militare non sono tenuti ad esporre la bandiera veneta pur occupando uno spazio pubblico, e ciononostante non vengono invitati dalle autorità a tornarsene a casa.)

(e sono pure extracomunitari)

(extracontinentali addirittura)


Che a me poi la bandiera veneta piace pure, esteticamente. Tutta gialla e rossa e con le frange ed il leone, è una bandiera gagliarda, si vede che ci arriva più o meno inalterata dal medioevo come tutti i valori a cui la lega è affezionata e non è un’icona posticcia disegnata a tavolino da qualche burocrate tardorisorgimentale. Ma a casa non ce l’ho, quindi farei fatica ad esporla. Un giorno sono anche andato in negozio per comprarla, perché non si sa mai quando ti può arrivare Zazà a cena e che figura vuoi farci, ma alla fine ho rinunciato perché il commesso africano assunto in nero si rifiutava di farmi lo scontrino asserendo che la mia insistenza nel rispettare la legge tradiva "identità, storia, cultura, tradizione e tutti i valori della nostra Regione", stizzito me ne sono andato lasciandolo lì a picchiare uno zingaro con uno stoccafisso ed i soldi per la bandiera li ho investiti tutti in crinto.



P.S.: Secondo una ricerca dell’università di Venezia, la prima raffigurazione del leone di san marco sulla bandiera veneziana risale al 1261 e quell’animale sarebbe stato adottato perché in quel periodo i veneziani erano in affari con il sultano d’egitto Baybars, campione dell’Islam, che usava uno stemma simile. In precedenza il santo protettore della città veniva rappresentato in figura umana. I veneziani avrebbero quindi cambiato la propria bandiera, già vecchia di quattro secoli, sostanzialmente per ingraziarsi un grosso cliente. E questo sì, questo esprime molto dell’identità, della cultura, dei valori e soprattutto dell’attaccamento alla tradizione del cosiddetto popolo veneto.




25/8
2010

Più duraturi del bronzo

Qualche giorno fa, nel mentre che lavoricchiavo nel piccolo cantiere che abbiamo aperto in salotto, mentre ascoltavo distrattamente alla tivù i piani macchiavellici dei nostri politici sull’opportunità o meno (per loro) di andare alle elezioni, sono stato improvvisamente folgorato da un dubbio:

"Ma chi era il candidato del centrosinistra alle ultime elezioni?"

(mi riferivo ovviamente a quelle vinte nel 2008 dal Lestofante Capo che al momento ci sta governando, oltre che rovinando la vita ed il fegato)

E ci pensavo mentre tagliavo pannelli di polipropilene, mentre stendevo la colla, mentre attaccavo i pannelli. E non mi è venuto in mente nessuno. Il vuoto assoluto. Di certo avevo votato per lui, badate bene, avrei votato anche per l’insegnate di cucina di Hannibal Lecter pur di arginare il successo della cariatide di Arcore, ma niente. Il vuoto assoluto. Mi considero un giovane abbastanza informato, abbastanza politicizzato, abbastanza schierato, abbastanza giovane, eppure di fronte all’avversario di Berluschini la mia memoria si arenava come una chiazza di petrolio nel golfo delle metafore eccessivamente elaborate.

Così mi son detto, se era il vuoto assoluto, doveva probabilmente trattarsi di Franceschini. Ve lo ricordate Franceschini? Quel tipo buffo con la pettinatura da bravo ragazzo che per qualche tempo ha tralasciato i suoi doveri di chierichetto per giocare a fare il politico. Ve lo ricordate? Appunto, neanch’io. Quindi doveva essere lui.

Ma dato che dietro ad ogni grande uomo (che sarei io) c’è una grande donna, ho chiesto lumi ad Amormio. Lei ci ha pensato su un pochino, ha fatto la faccia di quando uno cerca di ricordarsi dove ha messo le fatture del dentista, e poi ha alzato le spalle sconsolata.

"Non mi ricordo", ha detto.

"Quindi era Franceschini."

"Potrebbe essere stato Franceschini."

Insomma, Prodi non poteva essere, perché Prodi non ha mai perso contro Berlusconi tranne una volta a tresette ma non era neanche una partita ufficiale. Bersani all’epoca si limitava a fare il cantante, e non gli riusciva neanche male. Ochetto era già morto, sepolto dal peso insostenibile dei propri baffi. Non restava nessuno. Quindi era Franceschini, vero?

Invece no. Perché Franceschini, si è saputo poi, quel giorno doveva accompagnare la mamma a fare la spesa e di conseguenza quel tragico giorno a perdere contro il Lestofante fu Veltroni. Yes. Uolter Ueltroni. Ve lo ricordate Veltroni, quel tipo che prima vendeva le figurine e poi molestava gli africani e nel mezzo non si sa bene cosa facesse alla guida del più grosso partito di opposizione che mai si sia visto?

No, eh?
Chissà che fine ha fatto, poi. Mi pare sia scomparso più o meno nel periodo in cui attivavano quel grosso macchinario al Cern di Ginevra.




5/8
2010

Ready to start

Ho sonno, piove, sembra novembre, mi consolo pensando che uno dei prossimi giorni dovrei partire (again!) per le ferie. Quest’anno sono stato a lungo indeciso tra mare e montagna, gli omini nel mio cervello hanno discusso con acrimonia ed alla fine ha vinto ancora una volta il mare. Ma di poco. Ma ha vinto. L’idea sarebbe quindi di raggiungere il solito campeggio istriano, o lì vicino, e crogiolarsi per una settimana sugli scogli, leggere un libro, ascoltare musica*, giocare a carte e di quando in quando buttarsi in acqua e fare una nuotata o meglio ancora, starsene pigramente a galleggiare sul materassino da 2 euro con un etto di protezione 30 spalmato addosso. Un programma intenso, mi rendo conto, ma ce la potremo fare. Resta solo da convincere i Pornorambi a raggiungerci almeno per un paio di giorni e far tornare il sole.





* ma quanto bello è il nuovo disco degli Arcade Fire?




30/7
2010

May la cavedagna be with you

No, niente, solo per dire che ho finalmente caricato qualche foto di Tangeri e altro su flickr, ho preso il nuovo fumetto di Bilal* che manco sapevo fosse uscito, questa settimana l’internet italica ha toccato il suo punto più basso di meschinità, sto pensando alle ferie e secondo me, comunque, il più contento di tutti è Bossi che potrà tirare un sospiro di sollievo e tornare a raccontare che il federalismo lui lo stava per fare ma l’ha bloccato il fascista vile e traditor.



* Nello, ’ndo stai?




27/7
2010

Come perdersi nei boschi (in 9 semplici passi)

Perdersi nei boschi sembra una cosa facile. Così facile, in effetti, che potrebbe riuscirci anche un boy scout. In realtà ci vuole coraggio, impazienza ed un pizzico di incoscienza, virtù sempre più rara di questi tempi. Sempre impegnato nel diffondere utili consigli per diseducare le masse, ora vi proporrò qualche semplice trucchetto per perdersi nei boschi nel modo più rapido ed efficiente possibile, tutti corredati da dialoghi o affermazioni provenienti da una Storia Vera.

Step 1. Lasciare la strada battuta
E’ molto difficile perdersi camminando su una strada, persino in mezzo ad un bosco. Prima o dopo la strada arriva da qualche parte, di solito una strada più grossa, inoltre è frequentata da persone e questo può essere un ulteriore ostacolo a perdersi (dipende dalle persone). Consiglio pertanto di lasciare la strada il prima possibile e di usare piuttosto i sentieri, che garantiscono un tasso di perdibilità molto più alto. Meglio se non sono segnalati in nessun modo, ma anche con quelli segnati non c’è problema, come vedremo.

Amormio: Scendiamo di qui, si fa molto prima. E sentite com’è morbido il terreno, sembra di camminare su un tappeto.


Step 2. Attirare la collera degli dei detto anche Chiamarsi la Nera
Nel bosco la fortuna è importante. Anche fuori dal bosco, ma nel bosco è particolarmente evidente quanto la nostra vita non sia altro che un accidente nell’altrimenti gioiosa teoria darwiniana. Per riuscire a perdersi più rapidamente, può aiutare pronunciare qualche frase particolarmente infausta, o fare affermazioni avventate seguite da una fiduciosa risata. Inoltre, il bosco odia le citazioni cinematografiche, perché non può mai andare al cinema.

Kumquat: Che momento "Stand by me".
Luz’: Davvero.
Kumquat: Basta che non diventi un momento "La bambina che amava Tom Gordon".
Luz’: O che non cali il sole e diventi un momento "Blair Witch Project".
Kumquat: Ah ah.
Luz’: Ah ah.


Step 3. Evitare di condividere con i propri compagni alcune informazioni fondamentali.
Quando ci si avventura nel bosco in gruppo, per non perdersi è importante stare attenti e condividere tempestivamente con i compagni tutte le informazioni che sembrano utili per non perdere l’orientamento. Viceversa, per perdersi, è meglio conservare una certa riservatezza.

Amormio: E’ già da un po’ che non vedo segni sugli alberi. Mi sa che abbiamo sbagliato strada.


Step 4. OK, ti sei perso. Don’t panic.
Il panico porta a fare cose sconsiderate, come urlare e chiamare i soccorsi. Meglio invece mantenere la calma e godersi quell’elettrizzante sensazione di smarrimento che solo il susseguirsi illimitato di tronchi e foglie sa donare.

Kumquat: Che poi chissà come finiva "La bambina che amava Tom Gordon", non sono mai arrivata in fondo.


Step 5. Continuare a camminare
Perdersi da fermi è noioso. Continuare a camminare senza meta nel bosco garantisce invece un costante afflusso di adrenalina nel sangue, ed offre per esempio la possibilità di addentrarsi sempre di più nella selva.

Kumquat: Bestemmierei, se avessi ancora fiato.
Luz’: Non mi sembra il momento di farsi dei nemici.


Step 6. Mantenere una strategia chiara e precisa
Ciò che distingue l’uomo dagli animali è che gli animali non sono capaci di fare strategie di lungo periodo. E’ per questo che nessun animale si perde nel bosco.

Amormio: L’importante è ricordarsi sempre, quando si è nel bosco, di non abbandonare mai i segnali. Non perdere mai d’occhio l’ultimo segnale che si è visto, e da lì cercare il segnale successivo.

[Trascorrono venti secondi]

Amormio: Mi sono stufata di cercare segnali. Andiamo dritti in quella direzione.

[Trascorrono altri venti secondi]

Amormio: Ci siamo persi.


Step 7. Avere a disposizione gli strumenti necessari
Al giorno d’oggi, con i telefoni cellulari ed i gps e gli scarponi da montagna ed i razzi da segnalazione, può venire la tentazione di far ricorso alla tecnica per uscire in fretta da situazioni incresciose. Non si fa. Prima di tutto perché significa barare nei confronti del bosco, che non ha strumenti per contrastare i tuoi tentativi di fuga. E poi perché toglie tutta la soddisfazione di riuscire a perdersi con le sole proprie forze, come gli uomini primitivi.

Luz’: Peccato che non abbiamo l’aifòn treggiesse, che quello avrebbe anche la bussola.
Kumquat: La bussola servirebbe solo per sapere che l’ovest è da quella parte, dove sta tramontando il sole.


Step 8. Quando si è stufi di essersi persi, uscire dal bosco.
Purtroppo, non si può rimanere persi per sempre nel bosco. Se non si usa LSD. Fuori dal bosco ci attendono famigliari, amici ed un sacco di cose noiose da fare, perciò prima o dopo bisogna puntare nella direzione giusta, scorgere un prato ed uscire con aria determinata, come se niente fosse successo. Perché se la gente scoprisse quant’è divertente perdersi nei boschi, tutti correrebbero a farlo ed i boschi si riempirebbero di gente perduta e dopo un po’ questi vorrebbero nel bosco le comodità che hanno a casa, ed i boschi si riempirebbero di gente perduta che guarda la televisione.

Luz’: Di là, vedo un prato, siamo fuori.
Kumquat: Io chiamo il 118.
Luz’: No, davvero, sono sicuro, c’è un prato, vedo l’erba illuminata dal sole, siamo fuori.
Kumquat: Potrebbe essere una radura.
Luz’: Ehi, tu non eri quella credulona?


Step 9. Vivere per raccontarla.
Una volta fuori, dopo aver constatato quanto in realtà si fosse sempre stati vicini al limitare degli alberi e quanto quindi fosse futile quella sottile paura di morire di stenti che può avere o non avere attanagliato il vostro cuore, è importante rilassarsi e ristabilire quella solidarietà di gruppo che la situazione di indigenza può avere minato. In questo modo la fiducia reciproca ne risulterà rinsaldata e sarà molto più facile smarrirsi ulteriormente in future occasioni.

Luz’: Vi devo dire una cosa, io non sono sicuro che quei segni blu sugli alberi indicassero il sentiero da seguire. Ad un certo punto ho persino pensato che potessero indicare ai boscaioli gli alberi da abbattere.
Kumquat: Era venuto lo stesso sospetto anche a me.
Amormio: Già, mi sa che è proprio così. Ho preferito non dirlo per non scoraggiarvi.




[In realtà i segni blu indicano proprio i sentieri, per cui se volete perdervi ignorateli.]




26/7
2010

Io rinascerò camoscio a primavera

Fine settimana molto intenso a base di gite fuoriporta ed escursioni in montagna, grazie alla gentile signorina K. che è passata a trovarci. Ovviamente questo è solo il primo passo del mio progetto per rendere il Triste Borgo Natio una gloriosa Atene veneta, dove le personalità più importanti del panorama culturale italico ed europeo, i più fini intellettuali e la meglio gente dell’internet possano convenire e discutere di letteratura, filosofia, storia, geografia, musica, aritmetica ed un argomento a piacere seduti sulle terrazze (che farò costruire) affacciate sul mare (quando arriverà) sorseggiando the alla menta (la menta di qui non è buona, bisognerà importarla). Solo il primo passo, dicevo, ma in una direzione luminosa e già foriero di soddisfazioni.
Sabato abbiamo esplorato il territorio partendo dalla ridente Valli del Pasubio, sulla quale certo non vale la pena spendere molte parole in quanto già sufficientemente famosa per la sua soppressa e per happening di richiamo quali la sagra della soppressa, per poi visitare l’ossario del Pasubio, percorrere un lungo tratto della Vallarsa fino all’eremo di San Colombano e risalire lungo una valle misteriosa fino al passo della Borcola, dove ci siamo fermati a giocare con le mucche mentre il vento ci scorticava. Un momento così bucolico che elegie sgorgavano spontaneamente dal nostro cuore, ed avrei di certo colto l’occasione per comporre il poema agreste del XXI secolo se non fossi stato troppo impegnato a non calpestare le enormi cacche di mucca. Abbiamo concluso il pomeriggio con l’obbligatoria cena a base di gnocchi a Posina, senza la quale non ci avrebbero peraltro permesso di lasciare la vallata, e la sera con un paio di birre allo Skiosko, giusto per dare un tocco vintage al tutto. Non è mancata una breve visita notturna delle meravigliose attrattive turistiche del borgo, dai cimeli dell’archeologia industriale ad alcuni trai i più pregiati gioielli architettonici contemporanei.
La Domenica, lievemente provati dalla gita del giorno prima, abbiamo optato per una rilassante passeggiata sull’altipiano di Asiago, lì dove le caprette ti fanno ciao ed i puledri si iscrivono alla tua pagina facebook. Siamo partiti da un posto che non ricordo come si chiama e siamo arrivati, un’ora e mezzo di ripida salita dopo, sullo spitz Vezzena a goderci il magnifico panorama che dà sulla Valsugana ed i laghi di Levico e Caldonazzo. Il cammino, già di per sé molto affascinante tra impervi boschi di conifere e sdrucciolevoli lastroni di pietra, è stato reso più suggestivo dalla nostra scelta di percorrerlo con sandali e scarpe da ginnastica malconce e dalle esclamazioni pantateutiche con cui esprimevamo il nostro disappunto. Il ritorno, fortunatamente, è stato reso più rilassante dalla decisione di Amormio di guidarci attraverso il bosco seguendo un ipotetico sentiero segnalato da tracce blu dipinte sugli alberi, che tuttavia erano stati probabilmente dipinti dai genitori di Hansel e Gretel. C’è da dire che io ed Amormio ci perdiamo nel bosco ogni qual volta entriamo in un bosco, quindi la cosa non ci ha più di tanto scomposto, mentre la signorina K. proviene dalle pianure quindi sospetto abbia provato un paio di momenti di inquietudine, anche se è stata molto brava a dissimulare. Fortunatamente, proprio quando stavamo per decidere chi dei tre doveva essere abbattuto per permettere agli altri due di nutrirsi fino all’arrivo dei soccorsi, ci siamo accidentalmente imbattuti nella fine del bosco e siamo riusciti a tornare al punto di partenza ad abbeverarci di acqua e menta senza conseguenze particolarmente drammatiche, se non un rinnovato senso di fiducia di Amormio nel proprio senso dell’orientamento che la spingerà a farci perdere meglio la prossima volta.
Ed oggi, con i piedi doloranti e gli occhi pieni di alberi e di camosci, non ci resta che salutare la signorina K. già tornata agli affanni della vita moderna e maledire il sistema capitalistico che mi vuole appeso qui davanti ad un computer, mentre là fuori ci sono un sacco di mucche allo stato brado che attendono soltanto un mandriano motivato.




22/7
2010

Ultimo tango a Tangeri [3]

Tangeri è una città da una botta e via. Quelli che ci passano, sbarcando con il traghetto dalla Spagna o al termine di una lunga traversata direttamente da Genova, ci si fermano al massimo un giorno o due, il tempo di farsi un giretto per la medina, comprare sterco di cammello da fumare e poi dirigersi verso le città imperiali. Ma le città, viste così, son tutte uguali. Ci vuole più tempo per assaporare le virtù di Tangeri, cose che toccano l’animo arido di un vicentino giovane di mezz’età come me. Per esempio.

Il gran comandante Mao
Ci sono città per cani e città per gatti. Tangeri è decisamente una città per gatti, gatti africani, col muso a punta, gatti guerrieri con le orecchie mozzicate e lo sguardo da veterani, sdraiati in ogni androne a cercare ombra o campeggiati sotto i tavoli dei ristoranti all’aperto in attesa di un boccone di cibo, grosse gatte incinta che attendono serenamente il parto sugli scalini, gatti giovani che giocano tra i sacchi di spezie delle botteghe. Roba che se uno avesse il cuore tenero, dovrebbe gettare tutti i vestiti e riempirsi il bagaglio a mano di gatti.

It’s a kind of magick
Nei nostri vagabondaggi per la medina, siamo capitati una sera in un negozio di spezie che sembrava vendere anche prodotti parafarmaceutici, perché ci servivano un paio di cerotti. Mentre aspettavamo che il tizio andasse a cercare un altro tizio che capisse l’inglese, perché come si dice "cerotto" in arabesco o francese o spagnolo al momento mi sfugge e le perifrasi non sono contemplate dal corano, abbiamo notato come una corona d’aglio che penzolava dalla parete, solo che non era aglio, era più simile ad una corona di topi mummificati, ma per fortuna non erano neppure topi bensì, ad un esame più attento, camaleonti o gechi o un’altra di quelle bestioline con la coda arricciata, appesi con dei fili sopra la curcuma, essicati e polverosi. Alla nostra inevitabile domanda sul perché tenesse un simile orrore in bottega (sempre esposta mostrando il massimo rispetto per le usanze locali), il negoziante ci ha risposto che erano un ottimo rimedio per la febbre ed il mal di testa. Come la tachipirina, insomma. Indagando ulteriormente, abbiamo scoperto che in pratica i cadaverini vanno gettati nell’acqua calda, di cui si respirano i vapori, o buttati nel fuoco, di cui si respirano i fumi. Assolutamente sconsigliata l’ipotesi di ridurli in polvere e sniffarli o di aggiungerli al kebab, nonostante il McMarok non preveda probabilmente una ricetta molto diversa. Divergenze sono poi emerse anche sull’effettiva finalità di questa medicina. Contro il mal di testa e la febbre, certo. O anche per rilassarsi. O anche per avere delle visioni, per "rendere reali i sogni". E’ magia del sud, ci ha spiegato un vecchio al caffè.

E insomma, da uno a dieci?
Pare che Tangeri non mi sia piaciuta molto. In effetti alcuni aspetti della città mi hanno sfinito, non tanto fin che ero lì, ma nel ricordo hanno gettato un’ombra sulle cose più belle. Il dover contrattare su tutto, tutto, porcozio tutto, dallo yoghurt alla bottiglia d’acqua al taxi al caffè, alla lunga è frustrante, l’odore della carne viva e morta al mercato di Tetouan è nauseabondo, e non voglio più avvicinarmi a meno di dieci metri da un sacco di curcuma. Ma questo non sarebbe un giudizio corretto, perché in realtà mi sono divertito molto ed ho visto luoghi e persone magnifiche, per le quali varebbe la pena non dico andarci a vivere, ma tornarci prendendosi un lungo periodo di ferie dai disagi del mondo capitalista. Il tè alla menta sulle terrazze del cafè Hafa. Il vecchio barbiere che prende lunghe boccate di hashish dalla sua pipa di legno. Le passeggiate sull’infinita spiaggia di Asilah. I gamberi alla piastra dello Zerda. La foto di Keith Richards al cafè Baba. Il bagno nell’oceano ad Achakar. I cinni che giocano nella medina, tra le verdure stese dalle vecchie contadine. La baia illuminata dalla terrazza del riad. I vestiti appesi ad asciugare al vento. La tartaruga e l’aria speziata dell’Ibn Battouta. La gente che dopo qualche giorno ormai ci riconosceva e salutava per strada. Il caffè olé. I venditori di sigarette singole. I colori.




16/7
2010

Ultimo tango a Tangeri [2]

Che altro dire su Tangeri che non sia già stato così sagacemente e spiritosamente scritto nel post precedente? Visto che il target di questo bloggo è composto prevalentemente da ggiovani, la maggior parte dei quali stava peraltro cercando "leoni", "burqa" o diommeperdone "ratava", la risposta non può che risiedere nella magica triade satanica a cui tutti noi ggiovani ed ex-ggiovani dedichiamo la nostra adorazione: sesso, droga e rocchenroll. Ed anche un po’ di sangue, certo.

You can leave your hat on
Nonostante mi abbiano assicurato che in Marocco, e nella zona di Tangeri in particolare, la religione sia un aspetto assolutamente secondario nella vita delle persone e che nessuno si scomodi per andare a pregare alla moschea se non nelle feste più importanti, tutte le donne locali fanno a gara nel nascondere la maggior metratura di pelle possibile. Pantaloni lunghi, maniche lunghe, strati su strati di tuniche, veli che coprono i capelli, le orecchie, il naso, la bocca, occhiali da sole, in alcuni casi persino i fottuti guanti. Quando vanno in spiaggia e si tuffano giulive tra le onde oceaniche, naturalmente, si inzoccoliscono un po’ ed arrivano in genere a togliersi il velo, più raramente a mettersi in maniche corte. Io non sono certo tipo da andare a casa degli altri ad insegnar loro come ci si veste per fare il bagno nell’oceano con il sole a picco ed un milione di maledetti gradi centigradi di temperatura, perché io sono un ragazzo educato e non voglio finire con la gola tagliata come tutti quelli che ci hanno provato prima di me, ma se questo non è sintomo di un attaccamento morboso alle proprie tradizioni, che cos’è? Sono tutte ninja per caso? Da quel poco che si riusciva a capire, comunque, la maggior parte delle donne locali erano ciotte, coi baffi, il monosopracciglio ed erano sorprendentemente prive di caviglia, che io pensavo fosse un’articolazione comune a tutto il genere umano.

(Senza offesa, eh, io rispetto la tua tradizione di andare in giro vestita come Messner sul K2 e tu rispetti la mia tradizione di denigrare le donne coi baffi, che tra l’altro ha molto più senso della tua.)

(Vedete a cosa porta il rispetto delle tradizioni? Calderoli vi vuole così.)

Smoking with respect
Il primo motivo per cui gli europei vanno a Tangeri, ora che nessun artista degno di nota vi vive più, è la gran quantità di spezia che ci si può trovare. E per spezia non intendo ovviamente quegli enormi sacchi di curcuma parcheggiati davanti le botteghe dei negozi, ma quella famosa sostanza ricavata dalla resina della Cannabis. L’hashish, perdio! Quello il cui odore i tuoi genitori fingono di non riconoscere quando torni a casa dal dibattito sull’acqua pubblica! Ecco, a Tangeri ne gira parecchio. Nella zona del porto, ogni dieci/venti metri vieni avvicinato da un tizio (un tizio diverso) che ti si avvicina con aria gioviale, ti chiedi come stai e poi con un rapido movimento della mano ti fa vedere una pepita di fumo che per quanto ne so io potrebbe essere anche merda di cammello, visto che per curiosa coincidenza sulla spiaggia lì vicino fanno pascolare i cammelli per i turisti.
A Tangeri tutti fumano, indigeni, turisti, giovani, vecchi, barbieri, tutti. Tranne le donne, ovviamente, a loro fa male. Il solito Said mi ha detto che per la polizia non è un problema, l’importante è mostrare di fumare con un certo rispetto, ovvero stando un po’ appartati e senza dare nell’occhio, almeno finché si è seduti al tavolino di un bar nella piazza più frequentata della città con una macchina della Securité parcheggiata di fronte. Io ve l’ho detto, voi fate come vi pare.

Rocchenroll
I marocchini amano la musica, l’ascoltano ovunque, la condividono con gioia. Il problema è che si tratta generalmente di musica di merda.

Sangue
Il giorno prima di tornare, avendo ormai esplorato ogni angolo di Tangeri dove fossimo riusciti a contrattare l’accesso, abbiamo deciso di andare a dare un’occhiata alla famosa Tetouan. OK. Non famosa. Tetouan e basta. Il posto è carino, ha una medina molto più grande di quella di Tangeri, dove si può comprare più o meno qualsiasi cosa che l’uomo abbia mai pensato di coltivare, allevare, fabbricare o farsi rubare. E’ anche molto più sporca di quella di Tangeri, e nelle zone dedicate alla vendita del pesce e della carne l’odore si fa piuttosto intenso, specialmente con il caldo. Ma insomma, vabbè, pazienza, è tutto molto pittoresco e suggestivo, finché il tizio non prende un pollo dalla gabbia e gli taglia la gola davanti ai tuoi occhi, mentre il sangue cola folkloristicamente lungo la strada.

Io non mi sono impressionato. Il pollo, però, stava meglio prima.

[Se mi vengono in mente altre cose vi aggiorno]




15/7
2010

Gaius Silvius

Stavo preparando una breve biografia del Lestofante Capo nella quale sottolineavo i parallelismi tra la sua vita e quella dell’altro Cesare, Giulio, con spiritose osservazioni sui padrini misteriosi, il primo triumvirato, le campagne di conquista, i tradimenti, ma arrivato alle Idi di Marzo scaramanticamente ho preferito lasciar perdere. Nel senso di "non sia mai che gli allungo la vita".

[Per la cronaca, cominciava così:]
Gaio Silvio Cesare (Arcore, 29 Settembre 58 a.S.) è stato un imprenditore e dittatore brianzolo, considerato uno dei personaggi più importanti e influenti della storia del male. Ebbe un ruolo cruciale nella transizione del sistema di governo dalla forma repubblicana a quella imperiale, della quale fu ritenuto da molti il fondatore.


La conserverò bella pronta nel cassetto in modo da poter uscire con il coccodrillo a cadavere ancora caldo, come fanno i giornalisti prezzolati, sperando ovviamente che mi serva il più tardi possibile (domani pomeriggio per esempio andrebbe benissimo, non c’è fretta).


Ad ogni modo a me più che il Divo Giulio ha sempre ricordato Tullius Detritus:

Detritus