27/7
2010

Come perdersi nei boschi (in 9 semplici passi)

Perdersi nei boschi sembra una cosa facile. Così facile, in effetti, che potrebbe riuscirci anche un boy scout. In realtà ci vuole coraggio, impazienza ed un pizzico di incoscienza, virtù sempre più rara di questi tempi. Sempre impegnato nel diffondere utili consigli per diseducare le masse, ora vi proporrò qualche semplice trucchetto per perdersi nei boschi nel modo più rapido ed efficiente possibile, tutti corredati da dialoghi o affermazioni provenienti da una Storia Vera.

Step 1. Lasciare la strada battuta
E’ molto difficile perdersi camminando su una strada, persino in mezzo ad un bosco. Prima o dopo la strada arriva da qualche parte, di solito una strada più grossa, inoltre è frequentata da persone e questo può essere un ulteriore ostacolo a perdersi (dipende dalle persone). Consiglio pertanto di lasciare la strada il prima possibile e di usare piuttosto i sentieri, che garantiscono un tasso di perdibilità molto più alto. Meglio se non sono segnalati in nessun modo, ma anche con quelli segnati non c’è problema, come vedremo.

Amormio: Scendiamo di qui, si fa molto prima. E sentite com’è morbido il terreno, sembra di camminare su un tappeto.


Step 2. Attirare la collera degli dei detto anche Chiamarsi la Nera
Nel bosco la fortuna è importante. Anche fuori dal bosco, ma nel bosco è particolarmente evidente quanto la nostra vita non sia altro che un accidente nell’altrimenti gioiosa teoria darwiniana. Per riuscire a perdersi più rapidamente, può aiutare pronunciare qualche frase particolarmente infausta, o fare affermazioni avventate seguite da una fiduciosa risata. Inoltre, il bosco odia le citazioni cinematografiche, perché non può mai andare al cinema.

Kumquat: Che momento "Stand by me".
Luz’: Davvero.
Kumquat: Basta che non diventi un momento "La bambina che amava Tom Gordon".
Luz’: O che non cali il sole e diventi un momento "Blair Witch Project".
Kumquat: Ah ah.
Luz’: Ah ah.


Step 3. Evitare di condividere con i propri compagni alcune informazioni fondamentali.
Quando ci si avventura nel bosco in gruppo, per non perdersi è importante stare attenti e condividere tempestivamente con i compagni tutte le informazioni che sembrano utili per non perdere l’orientamento. Viceversa, per perdersi, è meglio conservare una certa riservatezza.

Amormio: E’ già da un po’ che non vedo segni sugli alberi. Mi sa che abbiamo sbagliato strada.


Step 4. OK, ti sei perso. Don’t panic.
Il panico porta a fare cose sconsiderate, come urlare e chiamare i soccorsi. Meglio invece mantenere la calma e godersi quell’elettrizzante sensazione di smarrimento che solo il susseguirsi illimitato di tronchi e foglie sa donare.

Kumquat: Che poi chissà come finiva "La bambina che amava Tom Gordon", non sono mai arrivata in fondo.


Step 5. Continuare a camminare
Perdersi da fermi è noioso. Continuare a camminare senza meta nel bosco garantisce invece un costante afflusso di adrenalina nel sangue, ed offre per esempio la possibilità di addentrarsi sempre di più nella selva.

Kumquat: Bestemmierei, se avessi ancora fiato.
Luz’: Non mi sembra il momento di farsi dei nemici.


Step 6. Mantenere una strategia chiara e precisa
Ciò che distingue l’uomo dagli animali è che gli animali non sono capaci di fare strategie di lungo periodo. E’ per questo che nessun animale si perde nel bosco.

Amormio: L’importante è ricordarsi sempre, quando si è nel bosco, di non abbandonare mai i segnali. Non perdere mai d’occhio l’ultimo segnale che si è visto, e da lì cercare il segnale successivo.

[Trascorrono venti secondi]

Amormio: Mi sono stufata di cercare segnali. Andiamo dritti in quella direzione.

[Trascorrono altri venti secondi]

Amormio: Ci siamo persi.


Step 7. Avere a disposizione gli strumenti necessari
Al giorno d’oggi, con i telefoni cellulari ed i gps e gli scarponi da montagna ed i razzi da segnalazione, può venire la tentazione di far ricorso alla tecnica per uscire in fretta da situazioni incresciose. Non si fa. Prima di tutto perché significa barare nei confronti del bosco, che non ha strumenti per contrastare i tuoi tentativi di fuga. E poi perché toglie tutta la soddisfazione di riuscire a perdersi con le sole proprie forze, come gli uomini primitivi.

Luz’: Peccato che non abbiamo l’aifòn treggiesse, che quello avrebbe anche la bussola.
Kumquat: La bussola servirebbe solo per sapere che l’ovest è da quella parte, dove sta tramontando il sole.


Step 8. Quando si è stufi di essersi persi, uscire dal bosco.
Purtroppo, non si può rimanere persi per sempre nel bosco. Se non si usa LSD. Fuori dal bosco ci attendono famigliari, amici ed un sacco di cose noiose da fare, perciò prima o dopo bisogna puntare nella direzione giusta, scorgere un prato ed uscire con aria determinata, come se niente fosse successo. Perché se la gente scoprisse quant’è divertente perdersi nei boschi, tutti correrebbero a farlo ed i boschi si riempirebbero di gente perduta e dopo un po’ questi vorrebbero nel bosco le comodità che hanno a casa, ed i boschi si riempirebbero di gente perduta che guarda la televisione.

Luz’: Di là, vedo un prato, siamo fuori.
Kumquat: Io chiamo il 118.
Luz’: No, davvero, sono sicuro, c’è un prato, vedo l’erba illuminata dal sole, siamo fuori.
Kumquat: Potrebbe essere una radura.
Luz’: Ehi, tu non eri quella credulona?


Step 9. Vivere per raccontarla.
Una volta fuori, dopo aver constatato quanto in realtà si fosse sempre stati vicini al limitare degli alberi e quanto quindi fosse futile quella sottile paura di morire di stenti che può avere o non avere attanagliato il vostro cuore, è importante rilassarsi e ristabilire quella solidarietà di gruppo che la situazione di indigenza può avere minato. In questo modo la fiducia reciproca ne risulterà rinsaldata e sarà molto più facile smarrirsi ulteriormente in future occasioni.

Luz’: Vi devo dire una cosa, io non sono sicuro che quei segni blu sugli alberi indicassero il sentiero da seguire. Ad un certo punto ho persino pensato che potessero indicare ai boscaioli gli alberi da abbattere.
Kumquat: Era venuto lo stesso sospetto anche a me.
Amormio: Già, mi sa che è proprio così. Ho preferito non dirlo per non scoraggiarvi.




[In realtà i segni blu indicano proprio i sentieri, per cui se volete perdervi ignorateli.]

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




26/7
2010

Io rinascerò camoscio a primavera

Fine settimana molto intenso a base di gite fuoriporta ed escursioni in montagna, grazie alla gentile signorina K. che è passata a trovarci. Ovviamente questo è solo il primo passo del mio progetto per rendere il Triste Borgo Natio una gloriosa Atene veneta, dove le personalità più importanti del panorama culturale italico ed europeo, i più fini intellettuali e la meglio gente dell’internet possano convenire e discutere di letteratura, filosofia, storia, geografia, musica, aritmetica ed un argomento a piacere seduti sulle terrazze (che farò costruire) affacciate sul mare (quando arriverà) sorseggiando the alla menta (la menta di qui non è buona, bisognerà importarla). Solo il primo passo, dicevo, ma in una direzione luminosa e già foriero di soddisfazioni.
Sabato abbiamo esplorato il territorio partendo dalla ridente Valli del Pasubio, sulla quale certo non vale la pena spendere molte parole in quanto già sufficientemente famosa per la sua soppressa e per happening di richiamo quali la sagra della soppressa, per poi visitare l’ossario del Pasubio, percorrere un lungo tratto della Vallarsa fino all’eremo di San Colombano e risalire lungo una valle misteriosa fino al passo della Borcola, dove ci siamo fermati a giocare con le mucche mentre il vento ci scorticava. Un momento così bucolico che elegie sgorgavano spontaneamente dal nostro cuore, ed avrei di certo colto l’occasione per comporre il poema agreste del XXI secolo se non fossi stato troppo impegnato a non calpestare le enormi cacche di mucca. Abbiamo concluso il pomeriggio con l’obbligatoria cena a base di gnocchi a Posina, senza la quale non ci avrebbero peraltro permesso di lasciare la vallata, e la sera con un paio di birre allo Skiosko, giusto per dare un tocco vintage al tutto. Non è mancata una breve visita notturna delle meravigliose attrattive turistiche del borgo, dai cimeli dell’archeologia industriale ad alcuni trai i più pregiati gioielli architettonici contemporanei.
La Domenica, lievemente provati dalla gita del giorno prima, abbiamo optato per una rilassante passeggiata sull’altipiano di Asiago, lì dove le caprette ti fanno ciao ed i puledri si iscrivono alla tua pagina facebook. Siamo partiti da un posto che non ricordo come si chiama e siamo arrivati, un’ora e mezzo di ripida salita dopo, sullo spitz Vezzena a goderci il magnifico panorama che dà sulla Valsugana ed i laghi di Levico e Caldonazzo. Il cammino, già di per sé molto affascinante tra impervi boschi di conifere e sdrucciolevoli lastroni di pietra, è stato reso più suggestivo dalla nostra scelta di percorrerlo con sandali e scarpe da ginnastica malconce e dalle esclamazioni pantateutiche con cui esprimevamo il nostro disappunto. Il ritorno, fortunatamente, è stato reso più rilassante dalla decisione di Amormio di guidarci attraverso il bosco seguendo un ipotetico sentiero segnalato da tracce blu dipinte sugli alberi, che tuttavia erano stati probabilmente dipinti dai genitori di Hansel e Gretel. C’è da dire che io ed Amormio ci perdiamo nel bosco ogni qual volta entriamo in un bosco, quindi la cosa non ci ha più di tanto scomposto, mentre la signorina K. proviene dalle pianure quindi sospetto abbia provato un paio di momenti di inquietudine, anche se è stata molto brava a dissimulare. Fortunatamente, proprio quando stavamo per decidere chi dei tre doveva essere abbattuto per permettere agli altri due di nutrirsi fino all’arrivo dei soccorsi, ci siamo accidentalmente imbattuti nella fine del bosco e siamo riusciti a tornare al punto di partenza ad abbeverarci di acqua e menta senza conseguenze particolarmente drammatiche, se non un rinnovato senso di fiducia di Amormio nel proprio senso dell’orientamento che la spingerà a farci perdere meglio la prossima volta.
Ed oggi, con i piedi doloranti e gli occhi pieni di alberi e di camosci, non ci resta che salutare la signorina K. già tornata agli affanni della vita moderna e maledire il sistema capitalistico che mi vuole appeso qui davanti ad un computer, mentre là fuori ci sono un sacco di mucche allo stato brado che attendono soltanto un mandriano motivato.




22/7
2010

Ultimo tango a Tangeri [3]

Tangeri è una città da una botta e via. Quelli che ci passano, sbarcando con il traghetto dalla Spagna o al termine di una lunga traversata direttamente da Genova, ci si fermano al massimo un giorno o due, il tempo di farsi un giretto per la medina, comprare sterco di cammello da fumare e poi dirigersi verso le città imperiali. Ma le città, viste così, son tutte uguali. Ci vuole più tempo per assaporare le virtù di Tangeri, cose che toccano l’animo arido di un vicentino giovane di mezz’età come me. Per esempio.

Il gran comandante Mao
Ci sono città per cani e città per gatti. Tangeri è decisamente una città per gatti, gatti africani, col muso a punta, gatti guerrieri con le orecchie mozzicate e lo sguardo da veterani, sdraiati in ogni androne a cercare ombra o campeggiati sotto i tavoli dei ristoranti all’aperto in attesa di un boccone di cibo, grosse gatte incinta che attendono serenamente il parto sugli scalini, gatti giovani che giocano tra i sacchi di spezie delle botteghe. Roba che se uno avesse il cuore tenero, dovrebbe gettare tutti i vestiti e riempirsi il bagaglio a mano di gatti.

It’s a kind of magick
Nei nostri vagabondaggi per la medina, siamo capitati una sera in un negozio di spezie che sembrava vendere anche prodotti parafarmaceutici, perché ci servivano un paio di cerotti. Mentre aspettavamo che il tizio andasse a cercare un altro tizio che capisse l’inglese, perché come si dice "cerotto" in arabesco o francese o spagnolo al momento mi sfugge e le perifrasi non sono contemplate dal corano, abbiamo notato come una corona d’aglio che penzolava dalla parete, solo che non era aglio, era più simile ad una corona di topi mummificati, ma per fortuna non erano neppure topi bensì, ad un esame più attento, camaleonti o gechi o un’altra di quelle bestioline con la coda arricciata, appesi con dei fili sopra la curcuma, essicati e polverosi. Alla nostra inevitabile domanda sul perché tenesse un simile orrore in bottega (sempre esposta mostrando il massimo rispetto per le usanze locali), il negoziante ci ha risposto che erano un ottimo rimedio per la febbre ed il mal di testa. Come la tachipirina, insomma. Indagando ulteriormente, abbiamo scoperto che in pratica i cadaverini vanno gettati nell’acqua calda, di cui si respirano i vapori, o buttati nel fuoco, di cui si respirano i fumi. Assolutamente sconsigliata l’ipotesi di ridurli in polvere e sniffarli o di aggiungerli al kebab, nonostante il McMarok non preveda probabilmente una ricetta molto diversa. Divergenze sono poi emerse anche sull’effettiva finalità di questa medicina. Contro il mal di testa e la febbre, certo. O anche per rilassarsi. O anche per avere delle visioni, per "rendere reali i sogni". E’ magia del sud, ci ha spiegato un vecchio al caffè.

E insomma, da uno a dieci?
Pare che Tangeri non mi sia piaciuta molto. In effetti alcuni aspetti della città mi hanno sfinito, non tanto fin che ero lì, ma nel ricordo hanno gettato un’ombra sulle cose più belle. Il dover contrattare su tutto, tutto, porcozio tutto, dallo yoghurt alla bottiglia d’acqua al taxi al caffè, alla lunga è frustrante, l’odore della carne viva e morta al mercato di Tetouan è nauseabondo, e non voglio più avvicinarmi a meno di dieci metri da un sacco di curcuma. Ma questo non sarebbe un giudizio corretto, perché in realtà mi sono divertito molto ed ho visto luoghi e persone magnifiche, per le quali varebbe la pena non dico andarci a vivere, ma tornarci prendendosi un lungo periodo di ferie dai disagi del mondo capitalista. Il tè alla menta sulle terrazze del cafè Hafa. Il vecchio barbiere che prende lunghe boccate di hashish dalla sua pipa di legno. Le passeggiate sull’infinita spiaggia di Asilah. I gamberi alla piastra dello Zerda. La foto di Keith Richards al cafè Baba. Il bagno nell’oceano ad Achakar. I cinni che giocano nella medina, tra le verdure stese dalle vecchie contadine. La baia illuminata dalla terrazza del riad. I vestiti appesi ad asciugare al vento. La tartaruga e l’aria speziata dell’Ibn Battouta. La gente che dopo qualche giorno ormai ci riconosceva e salutava per strada. Il caffè olé. I venditori di sigarette singole. I colori.




16/7
2010

Ultimo tango a Tangeri [2]

Che altro dire su Tangeri che non sia già stato così sagacemente e spiritosamente scritto nel post precedente? Visto che il target di questo bloggo è composto prevalentemente da ggiovani, la maggior parte dei quali stava peraltro cercando "leoni", "burqa" o diommeperdone "ratava", la risposta non può che risiedere nella magica triade satanica a cui tutti noi ggiovani ed ex-ggiovani dedichiamo la nostra adorazione: sesso, droga e rocchenroll. Ed anche un po’ di sangue, certo.

You can leave your hat on
Nonostante mi abbiano assicurato che in Marocco, e nella zona di Tangeri in particolare, la religione sia un aspetto assolutamente secondario nella vita delle persone e che nessuno si scomodi per andare a pregare alla moschea se non nelle feste più importanti, tutte le donne locali fanno a gara nel nascondere la maggior metratura di pelle possibile. Pantaloni lunghi, maniche lunghe, strati su strati di tuniche, veli che coprono i capelli, le orecchie, il naso, la bocca, occhiali da sole, in alcuni casi persino i fottuti guanti. Quando vanno in spiaggia e si tuffano giulive tra le onde oceaniche, naturalmente, si inzoccoliscono un po’ ed arrivano in genere a togliersi il velo, più raramente a mettersi in maniche corte. Io non sono certo tipo da andare a casa degli altri ad insegnar loro come ci si veste per fare il bagno nell’oceano con il sole a picco ed un milione di maledetti gradi centigradi di temperatura, perché io sono un ragazzo educato e non voglio finire con la gola tagliata come tutti quelli che ci hanno provato prima di me, ma se questo non è sintomo di un attaccamento morboso alle proprie tradizioni, che cos’è? Sono tutte ninja per caso? Da quel poco che si riusciva a capire, comunque, la maggior parte delle donne locali erano ciotte, coi baffi, il monosopracciglio ed erano sorprendentemente prive di caviglia, che io pensavo fosse un’articolazione comune a tutto il genere umano.

(Senza offesa, eh, io rispetto la tua tradizione di andare in giro vestita come Messner sul K2 e tu rispetti la mia tradizione di denigrare le donne coi baffi, che tra l’altro ha molto più senso della tua.)

(Vedete a cosa porta il rispetto delle tradizioni? Calderoli vi vuole così.)

Smoking with respect
Il primo motivo per cui gli europei vanno a Tangeri, ora che nessun artista degno di nota vi vive più, è la gran quantità di spezia che ci si può trovare. E per spezia non intendo ovviamente quegli enormi sacchi di curcuma parcheggiati davanti le botteghe dei negozi, ma quella famosa sostanza ricavata dalla resina della Cannabis. L’hashish, perdio! Quello il cui odore i tuoi genitori fingono di non riconoscere quando torni a casa dal dibattito sull’acqua pubblica! Ecco, a Tangeri ne gira parecchio. Nella zona del porto, ogni dieci/venti metri vieni avvicinato da un tizio (un tizio diverso) che ti si avvicina con aria gioviale, ti chiedi come stai e poi con un rapido movimento della mano ti fa vedere una pepita di fumo che per quanto ne so io potrebbe essere anche merda di cammello, visto che per curiosa coincidenza sulla spiaggia lì vicino fanno pascolare i cammelli per i turisti.
A Tangeri tutti fumano, indigeni, turisti, giovani, vecchi, barbieri, tutti. Tranne le donne, ovviamente, a loro fa male. Il solito Said mi ha detto che per la polizia non è un problema, l’importante è mostrare di fumare con un certo rispetto, ovvero stando un po’ appartati e senza dare nell’occhio, almeno finché si è seduti al tavolino di un bar nella piazza più frequentata della città con una macchina della Securité parcheggiata di fronte. Io ve l’ho detto, voi fate come vi pare.

Rocchenroll
I marocchini amano la musica, l’ascoltano ovunque, la condividono con gioia. Il problema è che si tratta generalmente di musica di merda.

Sangue
Il giorno prima di tornare, avendo ormai esplorato ogni angolo di Tangeri dove fossimo riusciti a contrattare l’accesso, abbiamo deciso di andare a dare un’occhiata alla famosa Tetouan. OK. Non famosa. Tetouan e basta. Il posto è carino, ha una medina molto più grande di quella di Tangeri, dove si può comprare più o meno qualsiasi cosa che l’uomo abbia mai pensato di coltivare, allevare, fabbricare o farsi rubare. E’ anche molto più sporca di quella di Tangeri, e nelle zone dedicate alla vendita del pesce e della carne l’odore si fa piuttosto intenso, specialmente con il caldo. Ma insomma, vabbè, pazienza, è tutto molto pittoresco e suggestivo, finché il tizio non prende un pollo dalla gabbia e gli taglia la gola davanti ai tuoi occhi, mentre il sangue cola folkloristicamente lungo la strada.

Io non mi sono impressionato. Il pollo, però, stava meglio prima.

[Se mi vengono in mente altre cose vi aggiorno]




15/7
2010

Gaius Silvius

Stavo preparando una breve biografia del Lestofante Capo nella quale sottolineavo i parallelismi tra la sua vita e quella dell’altro Cesare, Giulio, con spiritose osservazioni sui padrini misteriosi, il primo triumvirato, le campagne di conquista, i tradimenti, ma arrivato alle Idi di Marzo scaramanticamente ho preferito lasciar perdere. Nel senso di "non sia mai che gli allungo la vita".

[Per la cronaca, cominciava così:]
Gaio Silvio Cesare (Arcore, 29 Settembre 58 a.S.) è stato un imprenditore e dittatore brianzolo, considerato uno dei personaggi più importanti e influenti della storia del male. Ebbe un ruolo cruciale nella transizione del sistema di governo dalla forma repubblicana a quella imperiale, della quale fu ritenuto da molti il fondatore.


La conserverò bella pronta nel cassetto in modo da poter uscire con il coccodrillo a cadavere ancora caldo, come fanno i giornalisti prezzolati, sperando ovviamente che mi serva il più tardi possibile (domani pomeriggio per esempio andrebbe benissimo, non c’è fretta).


Ad ogni modo a me più che il Divo Giulio ha sempre ricordato Tullius Detritus:

Detritus




12/7
2010

Ultimo tango a Tangeri [1]

A very tangerous city
A causa della sua storia travagliata, della sua posizione in bilico tra Africa ed Europa e dei loschi individui che l’hanno attraversata, Tangeri è più famigerata che famosa. Dopo aver trascorso una settimana a vagare per i vicoli della sua medina e per i viali della ville nouvelle devo dire che la sensazione di pericolo dura relativamente poco, a patto di seguire alcune elementari regole di prudenza. Non sventolare portafogli o macchine fotografiche, e vabbè. Girare molto accorti per la zona del porto, specialmente la sera. Non dare retta ai pazzi che camminano lungo i binari della ferrovia o stazionano gesticolando a qualche angolo di strada. Non indossare vestiti succinti. Salire in taxi solo quando veramente indispensabile, e dopo aver scritto due righe per i parenti. Per il resto, Tangeri è una città tranquilla, l’ideale per chi non ha voglia di far niente. Non ci sono grandi monumenti da visitare, musei interessanti o altre attrattive per i turisti, in compenso si possono trovare molti caffè all’aperto e spiagge pregevolissime nel circondario. E’ una città pigra, pittoresca e vagamente sinistra, adatta per visitatori pigri, pittoreschi e vagamente sinistri. Ed io, modestamente.

Sostiene Said
Gran parte di quello che ho visto e di quel che poco che ho capito lo devo a Said, l’instancabile garzone del riad in cui io et Amormio abbiamo pernottato. Said ha frequentato pochi anni di scuola e molti anni di medina, conosce un po’ tutti e parla spizzichi di tutte le lingue, imparate tallonando le guide turistiche. E’ stato lui ad insegnarci come allontanare i negozianti troppo molesti, come contrattare la tariffa dei taxi e di qualsiasi altra cosa e come muoverci in città. Seduti la sera sulla terrazza di un bar o al tavolino di un caffè nel Petit Souk ci insegnava rudimenti di arabo e la storia della sua vita e del suo amore, mentre sfumacchiava una sigaretta speziata e sorseggiavamo tè alla menta. Per tutto, gli sono grato.

Tutti i bar che sono stati visitati da me
Il migliore tè alla menta di Tangeri si può bere sulla terrazza del caffè Ibn Battouta, nascosto nella medina. Lo troverete seguendo il profumo di hashish che scende dalle sua scale strette e si spande per la strada, tra i lenzuoli delle contadine ricoperti di verdura appena arrivata dalla campagna. Ci hanno girato anche una scena di un film con Matt Damon, in quel caffè. E’ buono anche il tè del più famoso Caffè Hafa, che si affaccia sullo stretto di Gibilterra, dove gli studenti si recano nel pomeriggio a scrivere o disegnare calcando le orme degli artisti beat che li hanno preceduti. Sulle scale che salgono verso la kasbah si può invece trovare il caffè Baba, famoso per gli ospiti eccellenti che lo hanno visitato: Kofi Annan, Keith Richards ed un paio di teste coronate europee. Molto piccolo, sporco e suggestivo, il segreto della sua fama non mi è chiaro. Nella minuscola piazza del Petit Souk si può invece scegliere tra almeno tre o quattro caffè diversi, il più famoso dei quali è il centrale, molto frequentato dai turisti. Più simpatico è il Tingis, lì a fianco, dai cui tavolini si possono spiare sornioni i giovani europei o americani che seduti al Centrale si danno arie da grandi intellettuali in cerca di ispirazione, che si guardano attorno per qualche minuto, prendono rapidamente un appunto sulle loro moleskine d’ordinanza e poi un altro sorso di tè alla menta, sorridendo compiaciuti.

Mangiare, bere, uomo, piccione
La bevanda principale di Tangeri è il tè alla menta, dolce e rinfrescante. Quasi altrettanto diffuso è il Caffè Olè, che perde tutto il suo fascino una volta scoperto che si tratta di semplice caffellatte. Birra o vino, niet, se non nei ristoranti riservati ai turisti. Si mangia cous cous o tajine, una specie di stufato che può essere di pesce, pollo, agnello o montone. Spezie dappertutto. Una sorpresa la riserva la pastilla, tortino di pasta sfoglia ricoperta di zucchero a velo e farcita di carne di pollo, o piccione. Oui, piccione. Da evitare assolutamente una cosa nota come helgado, o simile, che altro non è che un piatto di trippa con i fegatini proveniente da una bestia non specificata (i piccioni hanno le trippe?). Qualche turista poco avveduto potrebbero ordinarlo scambiandolo, ehm, per melanzane.

[Continuerà]




30/6
2010

Gioire delle piccole cose

Ormai parlare di politica in questo paese è diventato frustrante. L’ultima notizia è la condanna in secondo grado di Marcello Dell’Utri, braccio destro del nostro sinistro presidente del consiglio, per concorso esterno in associazione mafiosa. Pare, insomma, che almeno fino al ’92 Dell’Utri avesse stretti rapporti con alcuni tra i più importanti capi mafiosi e che frutto di questi rapporti sia stata anche l’assunzione di Vittorio Mangano, detto "l’eroe", quale stalliere nella villa di Arcore del nostro beneamato dittatore. Notizie che a dire il vero non stupiscono nessuno e che, cosa assai peggiore, non sono neanche più di tanto interessanti. Non interessano a Dell’Utri, che se la ride: in teoria dovrebbe finire in carcere per sette anni, e chiunque di noi sarebbe quantomeno preoccupato da una simile prospettiva, ma lui già sa che in qualche modo se la caverà. Non interessano al suo capo, che presumibilmente conosceva benissimo questi fatti, ma non per questo si priverà della complicità politica ed economica del suo grande amico. Non interessano ai suoi compagni di partito, per lo meno a quella parte del partito che ha fatto della fedeltà al premier un dogma e del malaffare un valore. Non interessano ai suoi elettori, per i quali la politica è uno spettacolo e le sentenze dei giudici una trascurabile interruzione pubblicitaria. Non interessano, d’altro canto, neppure ai partiti della cosiddetta opposizione, rassegnati ormai a predicare nel deserto delle idee e delle buone intenzioni, incapaci di praticare una qualsiasi azione politica coerente e soprattutto credibile. Non interessano a buona parte degli italiani, cinicamente indifferenti a quel che avviene entro le mura del palazzo, impigriti, sensibili solo ad emozioni di rapido consumo. Altro che riflusso, siamo ormai in piena stagnazione sociale, rinchiusi nei nostri socialcosi a disquisire di prima colazione e parlarci addosso, mentre ogni argomento che non sia legato al nostro narcisistico microcosmo viene trattato con sprezzante nichilismo. Hanno vinto i ladri e quelli che dicevano "tanto sono tutti ladri", le veline e i fatalisti e i guidatori di audi, i legaioli, gli antipolitici, i tronisti. Vien voglia di ritirarsi nelle catacombe, agitando rabbiosamente il pugno all’aria e promettendo vendetta. Vien voglia di chiudersi in casa a comporre elegie minimaliste sulla catastrofe imminente. Vien voglia, ma non ci porterebbe a niente, quindi è meglio uscire per le strade e le piazze deserte e gettare i nostri piccoli semi di rivolta, coltivare le nostre gentili piante del dissenso, andando oltre l’esasperazione, oltre la follia, prendendo forza da ogni piccola buona notizia.

Ieri, per esempio, Marcello Dell’Utri è stato condannato a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Chi l’avrebbe mai detto.




18/6
2010

Gli anni Novanta, mi dispiace per chi non c’era.

Passeggiando senza meta per Palermo, ad un certo punto, siamo capitati davanti ad una chiesa. Ce ne sono mille di chiese a Palermo, come in ogni città italiana, e quel pomeriggio in tutte stavano celebrando un matrimonio. Era una bella chiesa, per chi ama questo genere di cose, in una piazzetta raccolta e sciccosa, la chiesa di san Francesco. Girandoci per andar via e proseguire nel nostro peregrinare, mi sono accorto che di fronte alla chiesa c’era una focacceria, anzi, un’"Antica focacceria", come recitava l’insegna, e mi sono emozionato senza sapere perché. Sapevo in qualche modo che quella focacceria aveva qualcosa di importante, sapevo che era un posto famoso, ma non ricordavo come lo sapevo. Ci siamo entrati, abbiamo sbirciato il bancone ed i tavoli ed i pochi clienti, abbiamo detto "bella" e poi siamo andati via, perché purtroppo avevamo appena pranzato ed eravamo satolli.

Il ricordo è arrivato dopo, qualche giorno dopo.

"A Palermo, nel cuore del centro, c’è un’antica focacceria, davanti alla chiesa di San Francesco, si trovavano sempre lì..."

Avrò ascoltato quella canzone mille volte, l’ultima volta mille anni fa, e chissà quante volte ci avrò ballato sopra ubriaco di birra e vino a buon mercato. Per forza il posto mi sembrava familiare, e importante.




9/6
2010

Là dove vive la granita di gelso

Questo fine settimana, invece, io & Amormio siamo stati a Palermo. Immagino cosa stiate pensando: ma ’sti due cazzoni dove la trovano la pilla per andare sempre in giro? Bella domanda. C’è un settore che non conosce crisi e non teme precariato, qui fuori, ed è il settore dell’"A.A.A. Cercasi volontari per esperimenti farmaceutici.", ma sfortunatamente alcune note contrattuali ed un collare elettrificato mi impediscono di parlarne oltre.

Sicché, Palermo. La scusa ci è stata offerta da un caro amico di Amormio, il quale ha pensato bene di sposarsi ed essendo, senza offesa, siculo, ha ritenuto opportuno radunare parenti ed amici sull’isola per festeggiare. Noi siamo arrivati con un giorno di anticipo, gentilmente serviti da Alitalia, e ne abbiamo approfittato per vagare per il centro distruggendoci i piedi, nutrendoci di varie cibagioni da passeggio e dormendo in un bel bed & breakfast, il tutto con l’ambizione di condurre uno studio sociologico intensivo sulla città ed i suoi abitanti. Dovete capire che per la gente che abita in veneto la sicilia non è solo una terra esotica ed affascinante, come tutto ciò che si stende a sud della cortina di polenta, ma un paese straniero di cui si sa ben poco, e quel poco è quasi sempre fortemente negativo. Come persona dotata di una certa coltura e raffinato sochologo so bene che non tutto quello che ho imparato sulla sicilia è necessariamente vero, non tutte le discussioni finiscono con una sparatoria, non tutti gli uomini sono eleganti sicari e non tutte le donne hanno i baffi, ciononostante devo ammettere di aver affrontato il viaggio con grande curiosità e lo spirito intrepido dell’esploratore occidentale mandato a morire in una terra lontana. Ora non posso che ridere della mia precedente ingenuità e scusarmi con i miei onoratissimi amici siculi, ai quali bacio le mani e con i quali comunque non inizierei mai una discussione. Peraltro non è che dopo due giorni, gran parte dei quali trascorsi a dormire o a maledire la mancanza di un paio di scarpe comode, uno possa pretendere di conoscere Palermo, o di aver visto Palermo, o tanto meno di capire Palermo, però ci si può almeno permettere di sparare otto o nove giudizi sommari, decisamente parziali ed anche un po’ etnocentrici, naif e stronzi. Per esempio,

Cose che i palermitani non vorrebbero che voi sapeste

1. A Palermo la raccolta differenziata è molto più avanzata che nel resto d’Italia.
Qui nel Triste Borgo Natio, per esempio, se ci si scassa una lavatrice bisogna caricarla in auto e portarla al centro di raccolta. Lì no, basta lasciarla accanto ai cassonetti e prima o poi qualcuno si occuperà di portarla via. Riuscite ad immaginare la benzina risparmiata? Inoltre, se a qualcun altro per esempio serve un pezzo di ricambio per la sua lavatrice, e la lavatrice che voi avete gettato aveva ancora quel pezzo in buono stato, quel qualcuno non dovrà fare altro che scendere in strada armato di cacciavite, smontarselo e portarselo a casa, riducendo il volume del rifiuto da smaltire e minimizzando l’impronta ecologica dell’elettrodomestico. Lo stesso vale naturalmente per i frigoriferi, le tv, i motorini. Magari tutti questi cadaveri post-industriali accatastati sul marciapiede non sono bellissimi da vedersi, ma cosa conta il mio opinabile senso estetico rispetto alla salute del pianeta?

2. A Palermo il casco non è obbligatorio.
Ma non è neanche obbligatorio non portarlo, come succede in altre città. La scelta spetta al singolo cittadino, che può quindi valutare serenamente, prima di salire in moto o in motorino, se indossare o meno il famoso presidio di sicurezza. In questo modo si evita di generare nei motociclisti quel senso di costrizione e di avversione nei confronti dell’autorità statale che, com’è noto, è la prima causa di incidenti stradali, e si permette la creazione di una cultura della sicurezza che non è mera imposizione dall’alto ma decisione ponderata e consapevole dell’individuo, fatto che a me sembra indice di grande rispetto della responsabilità individuale.

3. A Palermo i giardini sono curatissimi.
I parchi pubblici sono pettinati foglia per foglia, fiori coloratissimi addobbano le facciate dei palazzi ed ovunque crescono specie vegetali sconosciute nel resto del paese per forma e soprattutto per dimensioni. Magnolie grandi come un condominio, ficus alti come grattacieli, piante grasse di proporzioni ciclopiche, bonsai grandi come piante normali. In qualche caso i rigogliosi rampicanti sono l’unica cosa che tiene in piedi l’edificio.

4. La gente di Palermo ama la musica.
Tutti amiamo la musica, essa è una delle manifestazioni più nobili dell’animo umano, o qualcosa del genere. Mentre tuttavia noi meschini settentrionali abbiamo trasformato l’ascolto della musica in un affare personale, egoistico, riproducendo tignosamente i nostri brani mp3 in cuffiette microscopiche che cerchiamo di infilare sempre più in profondità nelle trombe di eustachio, i palermitani condividono con gioia i propri ascolti con il vicinato. Qui nel Borgo viene per esempio considerato segno di cattiva educazione il fatto di tenere l’autoradio ad un volume un po’ altino, magari con i finestrini abbassati per il caldo, perché si rischia di infastidire i conducenti delle altre auto ferme al semaforo. A Palermo, se alle tre di notte il volume della tua autoradio non fa vibrare il marciapiedi, il vecchio del settimo piano ti urla di alzare il volume che è la sua canzone preferita.

5. A Palermo il liberismo non ha i giorni contati.
Palermo è famosa anche per i suoi mercati, tra i quali uno dei più belli e forse il più famoso è il Ballarò. Al Ballarò, che ha avuto recentemente l’onore di essere visitato da me, si può trovare di tutto. Roba incredibile, pesci spada interi, tonni con ancora pinocchio attaccato, frutta e verdura che sul continente nessuno ha mai visto, olive grosse come albicocche, albicocche grosse come mele, mele grosse come mele perché arrivano dal trentino e sono sfigate. Roba che se provassero a esporla nel mercato del Borgo le mamme chiamerebbero i carabinieri perché spaventano i bambini, come il cuore di vitello o la testa di capretto (?). Roba che io pensavo illegale, come le sigarette con i messaggi minatori in russo o i cd masterizzati o la pizza alta sei centimetri.

6. A Palermo sanno come si mangia.
La cucina siciliana, chi l’ha provata lo sa, è buonissima. E’ tutto unto e fritto e misterioso, ma buonissimo. Io ho cercato in due giorni di mangiare quante più specialità locali possibili, a tanto arriva il mio spirito scientifico, ma la varietà e l’abbondanza ed il poco tempo a disposizione e gli evidenti limiti fisici del mio stomaco mi hanno impedito di portare a termine l’indagine. Niente panino con la milza, insomma, e neanche panelle, niente pesce, e chissà cos’altro ancora. In compenso ho provato la cassata, e questo mi costringe a ridefinire completamente il mio concetto di dolce. Da noi una sostanza del genere la prendono gli atleti quando devono fare la maratona, o i ragazzi che vogliono far andare più veloce il motorino. Da noi la cassata potrebbe sostituire l’ecstasy in discoteca.

7. A Palermo però mangiano anche le lumache.
In giro per il centro ho visto un sacco di cesti pieni di lumachine, piccole simpatiche lumachine che con la loro casetta sulle spalle cercavano di scappare dal cesto. Sembravano in vendita, e per quanto sia orribile questa ipotesi sembra che le usino come alimento. Non ho le prove per un’accusa tanto grave, in quanto non ho in effetti visto nessuno mangiarle o ammettere di averle mangiate, perciò se adesso qualcuno mi spiega che le usano come animale da compagnia sono pronto a ritrattare tutto e a porgere le mie scuse.

8. A Palermo c’è il sole.
E’ una banalità, lo so. Anche qui, delle volte, c’è il sole. Però quando a Palermo c’è il sole c’è anche il cielo azzurro e si sta bene, o almeno questa è l’impressione che ne ho tratto io in questi due giorni, anche se alcuni mi hanno detto che il tempo era bruttino. C’era il sole, il cielo azzurro, non faceva troppo caldo e per loro era "bruttino". Non so come sia quando il tempo è bello. Al Borgo quando c’è il sole c’è anche una cappa grigio chiaro di vapori naturali ed industriali che trasformano la vallata in una specie di grosso forno a microonde, respirare diventa faticoso, muoversi diventa faticoso e vivere in generale diventa faticoso. Quando è "bruttino", qui, piove anidride solforosa. Suppongo sia un prezzo adeguato da pagare per avere, uhmpf, la gente con il casco.

9. A Palermo ci tornerei.
Certo, la città ha dei problemi, a partire da quelle inquietanti lumachine, tuttavia ci sono centinaia di posti che non sono riuscito a vedere e di cui mi è rimasta la voglia e soprattutto un sacco di roba da mangiare che non sono riuscito ad assaggiare. Per non parlare del resto dell’isola, che proprio non ho visto. Eccome se ci tornerei.




28/5
2010

This blog is for those who do not turn off the news

Io di questa Maria Luisa Busi, fino a un paio di settimane fa, non avevo mai sentito parlare. Non sapevo neppure che Aldo Busi avesse una figlia, figuratevi. Il fatto è che a casa mia RaiUno non si prende, e potete immaginare con quale grande dispiacere io & la mia socia in amore affrontiamo ogni giorno questa disgrazia, e con quale ardore ci siamo impegnati per risolvere il problema. In compenso guardiamo spesso frammenti di tg2, che è una cloaca.
Stamattina ho letto la sua lettera di dimissioni, la lettera con cui si chiama fuori dallo squallore in cui è precipitato il tg1, la televisione pubblica e l’informazione italiana in generale. E’ una bella lettera, dura, onesta, coraggiosa. Io non ho idea di chi sia questa tizia, ma già solo il fatto che abbia preso una decisione simile, lasciare il più grande telegiornale italiano per questioni etiche, per rispetto nei confronti del pubblico e di se stessa, mi dà speranza. Qui non dà le dimissioni nessuno, nessuno ha il coraggio di farsi da parte, neanche chi è stato beccato a rubare, neanche chi è stato sorpreso a mentire, neanche chi sta mandando in rovina il paese. Lei sì, anche se non ha fatto niente di tutto questo, lei se ne va e sbatte la porta. Indignata, incazzata. Sono i tempi del pensiero unico, ma il dissenso cova sotto la superficie patinata. Grazie, tizia.