9/4
2008

Silver is the new gold

Già lo so, c’è Bossi che dà di matto, sta per prendere i fucili, fare la rivoluzione ed io non dico niente. Eppoi c’è quell’altro, Dell’Utri, che vorrebbe riscrivere i libri di storia ed io mi sto zitto. Ed anche coso, lì, Berluscono, ne spara una al giorno, vaneggia e ritratta e delira e non si ricorda così come si addice ai signori della sua età, ed io invece di approfittarne faccio dinta di niente. E mi sto lasciando scappar via Sinistra Critica e i socialisti, che chissà se mai li rivedremo. Mi è persino arrivato a casa un cartoncino con su scritto che Veltroni e Prodi (Prodi? Prodi chi?) vogliono legalizzare l’eutanasia, il matrimonio gay, l’adozione di bambini da parte di coppie gay e l’adozione di bambini gay da parte di coppie in rianimazione, e che un bravo cristiano dovrebbe quindi votare per il Po-popopopo-pòlo delle libertà, ma ho glissato. Non trovo neanche più il cartoncino, sennò ve lo farei vedere. Per dire il disinteresse.

Ma non è solo che queste elezioni, come sempre le ultime prima di una catastrofe*, sono di una noia mortale. E’ che sono tempi bui, tempi in cui uno per vivere deve fare anche cose moralmente discutibili, come per esempio lavorare. O peggio, allenarsi duramente per una gara di tai-c, disputarla e tornarsene a casa con una luccicante medaglia d’argento. Poco importa che ci fossero così tante specialità e categorie da rendere pressoché impossibile tornarsene a casa senza almeno una tondino di latta, sta di fatto che in una particolare forma (la più semplice), tra i "principianti-maschi-over 18-con gli occhiali-stempiati-molto simpatici" non c’è nessuno che mi batta. A parte quello che è arrivato primo. O quello che è arrivato secondo a pari merito. Ad ogni modo, ho fatto caroselli tutta la notte attorno al mio ego ipertrofico.




* Dove la catastrofe, probabilmente, si concretizzerà nella vittoria di uno dei principali contendenti. Uno qualsiasi.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




1/4
2008

Felicità è un panino col kajmak

La periferia di Belgrado arriva fino a Mestre. Tutt’intorno, l’odiosa stazione con il suo MacDonald’s e gli onnipresenti schermi piatti che proiettano ovunque inutile pubblicità. Al nono binario, il treno diretto ad est. Scordatevi l’Orient Express, i Casanova e gli altri giocattoli platinati, questa è una carovana sgangherata con il nome della destinazione dipinto a grandi lettere sulla fiancata di ogni vagone, ciascuno più vecchio e malandato del precedente: Budapest, Bucuresti ed, in coda, Beograd. La Serbia comincia non appena si mette piede sul predellino e scopri che tutto lì dentro è serbo, dai cartelli al controllore, dal kit di viaggio che le ferrovie serbe mettono gentilmente e a disposizione del viaggiatore (ciabatte, asciugamano, sapone, salviettina umidificata) ai pochi passeggeri. Persino il divieto di fumare è scritto in serbo, e viene ignorato alla serba, e senz’altro è serbo il panino con prosciutto, formaggio e burro che ci viene servito a colazione. Sono necessarie altre quattordici ore di viaggio per allineare la Serbia interiore con quella esteriore.

Belgrado è bella come sempre, povera come sempre, orgogliosa come sempre. Sulle facciate dei palazzi del centro che lentamente continuano a crollare su se stessi qualcuno scrive coraggiosamente il proprio no all’unione europea, no grazie ci avete appena bombardato, no grazie ci volete fregare, no grazie siamo già abbastanza europa da poter fare a meno del vostro prezioso bollino blu. Chissà poi come andrà a finire, anche lì. Le mie proposte di far uscire l’italia dall’unione europea e creare una nuova spettacolare federazione balcanico-mediterraneo sono finora cadute nel vuoto, in attesa di essere rivalutate dai posteri. Il traffico di Belgrado continua ad essere il solito incubo, quel genere di incubo in cui in ogni momento si sente che la fine è vicina, che quell’autobus non potrà proprio frenare in tempo, che quel pedone non potrà schivare il taxi, ed invece si arriva sempre a destinazione incolumi senza aver capito bene come sia stato possibile. Il cavallo di Piazza della Repubblica è sempre al suo posto, San Sava è sempre quasi completata e neanche il Royal Hotel si è mosso, per quanto non sia riuscito ad ottenere informazioni sulle blatte che ne decoravano la doccia tempo fa.

Questa volta la nostra base operativa era quasi in campagna, e dalla finestra guardavamo i vecchi contadini arrivare al mattino ed esporre sul bordo della strada o davanti al trattore due cassette di biete, ciuffi di porri, secchi colmi di uova fresche, gli zingari andare e venire sul loro carrettino, i tossici e gli ubriaconi lasciar passare la giornata con una bottiglia di birra in mano. Poi, qualche passo a piedi, qualche fermata in autobus ed eravamo seduti in riva al danubio a mangiare ćorba e pesce al forno, involtini di cavolo o gulash, o a vagare per viali e viuzze, senza preoccupazioni turistiche. L’amica Z., principale meta del nostro viaggio, conosce ogni angolo della città e ci sa sempre indicare quali tombini si potrebbero spalancare sotto i nostri piedi, ci guida tra i banchetti di alimentari e ci accudisce. I filtri e le maschere a Belgrado sembranon non servire, tutto è talmente straniero e così familiare da stordire, da costringermi a guardarmi attorno cercando di cogliere ogni dettaglio, ogni suono, di capire cosa c’è di tanto affascinante nelle macchine esauste, nella gente che mangia tranquillamente per strada, nelle vie affollate di pedoni, nell’atteggiamento di frenetica calma e serena improvvisazione che sembrano pervadere le strade, a parte l’essere antitesi della vicentinità. Siamo in Europa? No, grazie. E allora dove? Oppure ci siamo, in un angolo polveroso di quell’Europa da rivista patinata che ci propinano ogni giorno, a dibattersi tra disoccupazione, prezzo della farina e programmi tv on demand?

Ancora una volta, torno carico di bagagli sporchi e domande senza risposte. Mi sono fermato troppo poco, ho mangiato e bevuto e respirato Belgrado troppo poco, appena il tempo di rendere doloroso il ritorno a casa, di starsene rannicchiati su una cuccetta a contare malinconicamente gli spiccioli di dinaro con la sensazione di non stare andando da nessuna parte. Eppure, direbbe Galilei, ci muoviamo.




27/3
2008

Più mucche

Tanto per cominciare, stamattina sulla strada per venire al bunker ho visto i primi manifesti elettorali del Partito (o Popolo che dir si voglia) della Libertà. Non è che finora si siano molto sprecati, qui nel Tristo Borgo, ma neanche i loro competitor, a dire il vero. Il poster recitava semplicemente: "Meno tasse". E basta. Senza neanche quel famoso e sbeffeggiato "per tutti", e infatti non si capisce meno tasse per chi, come, quando, che tasse. Non si capisce niente, "meno tasse" non vuol dire niente, serve solo a far bagnare il prepuzio ai piccoli imprenditori ed ai professionisti dell’evasione. Alle prossime elezioni, immagino, metteranno direttamente un paio di tette.

Tornano di moda, intanto, i giochini prelettorali che rendono così piacevole perdere tempo su internette. A me è uscito questo:
mucche

Poi, nella mia ignoranza continuo a non capire se PornoRambo sia in Colombia o in Venefuela. Mi manda e-mail (d’amore) dicendo di essere a Caracas, però mi aveva detto che sarebbe partito per la Colombia e non ha mai smentito. ’nsomma, dove sarà finito? Avrà sbagliato aereo o non sa come si chiami la città dove si trova o aveva sbagliato la prima volta che mi ha detto la destinazione? Potrei persino sospettare che le e-mail non me le mandi lui, che sia un impostore, se non mi avesse scritto "know out" al posto di "know-how" (parlando di gay garage ed altre vecchie storie sulle quali non occorre soffermarsi ora).

Infine io stasera parto per Beo, treni e bagagli e passaporti permettendo. Auguratemi buon viaggio, tanto lo so che mi penserete.




26/3
2008

L’emisfero sinistro è ancora in letargo

Il fatto che io abbia trascorso il fine settimana prevalentemente a tentare di configurare una rete wifi per il mio iPot rende l’idea di quanto lontani alle mie spalle siano i tempi dei folli bagordi alcolici. Certo, anche il fatto che PornoRambo sia in Colombia ha aiutato. Il fatto che io ci sia infine riuscito rende l’idea di quanto mantenga l’usuale predisposizione per le imprese tanto epiche quanto sostanzialmente inutili. Non che manchino cose più interessanti da fare.
Lunedì, per esempio, sono tornato sulle piste da sci a rischiare la vita mia e di altri ignoti ostacoli a due zampe. Ho ancora alcune difficoltà con la svolta a sinistra e, uhm, la frenata, in particolare mentre sto andando in discesa (la qual cosa sciando capita piuttosto spesso) e l’emisfero destro del mio cervello è troppo impegnato a calcolare la velocità d’impatto per trasmettere stupidi messaggi ai muscoli delle gambe e mantenere il controllo della situazione come sarebbe suo preciso compito. Stupido emisfero destro. E’ pur vero che sto lentamente migliorando, ora prima di cadere riesco ad includere tra le variabili anche la forza di coriolis e l’elasticità dei tronchi d’albero (sempre sfortunatamente uguale a zero). Poi, quando mi rialzo, mi sento pure dire: "Bravo! Sei coraggioso a scendere così veloce!"
Certo. Coraggioso. E quella striscia marrone che mi sono lasciato alle spalle cos’è, neve carbonizzata?
Si sono verificati, nel complesso, un paio di episodi imbarazzanti da cui intendo dissociarmi pur essendone l’unico protagonista. Il fatto che anche stavolta ne sia uscito vivo mi conferma che a. dio è morto (probabilmente imparando a sciare) oppure b. dio era troppo impegnato a giocare con la playstation per approfittare dell’occasione propizia. Probabilmente stava sfidando gli altri dei ad un gioco di sci, il suo personaggio ero io, Budda l’ha stracciato ancora ed è per questo che in tibet stanno avendo tutti quei problemi.

(Vedete? Hanno ragione i cattolici: la religione offre una risposta a tutto, anche lì dove non c’è nessuna domanda.)




20/3
2008

’a sinistra l’arcobaleno, a destra la pioggia

C’è chi si chiede, e brillantemente si risponde, se abbia ancora senso dirsi di destra o di sinistra. Non posso che condividere le sue riflessioni e concordare: rossi e neri non sono tutti uguali, e neanche post/rossi e post/neri o neorossi e neoneri e tutto il codazzo di pararossi e paraneri e... uhmpf, avete capito. Se anche la distinzione ultimamente vale poco per i principali partiti, che tendono a venire risucchiati nella cloaca del centro, rimane valida per le persone, per quello in cui le persone credono ed a cui danno valore, e per i comportamenti che più o meno coerentemente derivano da queste convinzioni. Certo, la società ribolle di cambiamenti, le relazioni forti si fanno lasche, nuovi problemi vengono fatti rotolare in agenda e compaiono nuove forme di aggregazione, nuovi modelli di consumo, nuovi stili di vita, nuove figure sociali e tutto il blablabla di repetorio sociologico. Come sempre, e sempre più freneticamente. Magari non saranno più i jeans o la cravatta a tracciare la distinzione tra una persona di destra o di sinistra e certi argomenti di discrimine si saranno fatti più sfocati, certi scenari più confusi. Ma non poi così tanto confusi, in fondo. "Destra" e "sinistra" saranno anche etichette fuori moda, ma insomma, se sei stronzo, di lavoro fai il figlio di imprenditore, hai il SUV, ti dichiari liberista quando si tratta di fregare la gente e protezionsta per salvare le tue speculazioni finanziarie, se sei un baciapile, razzista, maschilista, testa di cazzo, arrogante e servile, se sei convinto della meritocrazia del tuo conto in banca di merda, sei bigotto e puttaniere, forcaiolo ma convinto che in fondo in fondo chi ruba fa bene, come ti dovrei chiamare? Silvio? Per me va bene, ma potrebbero esserci problemi di copyright.



Nel frattempo, continua l’ondata di emigrazione dal Triste Borgo Natio. Non è una novità che PierBulus sia ormai stabilmente a Venezia e Julio Maria Ratòn de la Suerte si faccia mantenere in quel di Madrid, mentre Nello è disperso in Bosnia da tipo un milione di anni e nun se pò vedè né sentì. A noi poveri immobilisti non resta che accontentarci di qualche giorno di vacanza, per cui PornoRambo se ne andrà in Colombia a sgominare il narcotraffico a nasate,
mentre io ed Amormio ci ritiriamo per il prossimo uikend a Belgrado*. Restano in città, che io sappia, solo il Conte di Cavour e StefaniaRambo, che il suo partner non vuole chiaramente avere tra i piedi mentre seduce le staffette delle Farc**.

* "A Belgrado! A Belgrado!" disse lui, salterellando di gioia per la stanza.
** E’ bello seminare zizzania senza motivo. :-)




17/3
2008

Mitrovica non è in tibet

Dicono che una cinquantina di nazionalisti serbi abbiano occupato il tribunale della Nato a Kosovska Mitrovica, nel nord del kosovo, e che mentre i militari dell’Alleanza cercavano di sgomberarli siano stati esplosi colpi di armi automatiche contro di loro.
Poveri, poveri militari NATO, soli e indifesi contro i serbi cattivi.
Non dicono che i cinquanta(tre) "nazionalisti" erano impiegati del tribunale, estromessi nel ’99 dopo la guerra purificatrice promossa dagli U.S.A. e dai separatisti albanesi, che da una ventina di giorni protestavano senza successo per poter riavere il proprio lavoro e che da venerdì avevano occupato pacificamente l’edificio in segno di protesta. Non dicono che quando alle 5.30 del mattino diverse centinaia di soldati dell’UNMIK, su ordine dello pseudo presidente Thaci, hanno circondato l’edificio questi "nazionalisti" si sono lasciati arrestare senza oppore resistenza, che ne è seguita una protesta popolare per cercare di liberare gli arrestati e che questa protesta è poi degenerata in tumulto popolare. Non dicono che ci sono feriti sia tra i soldati internazionali che tra i manifestanti, cosa abbastanza naturale visto che si stanno sparando addosso ed i conti li faranno a fine giornata. Non dicono che forse la minoranza serba del Kosovo non sta coltivando il sogno della Grande Serbia, ma sta soffrendo nove anni di discriminazioni intervallati da qualche pogrom e teme, a torto o ragione, di cadere vittima della prossima pulizia etnica.
Alcune cose si dicono, altre è più opportuno tacerle, in perfetta coerenza con la sintetica teoria del giornalismo occidentale secondo cui anche la più legittima richiesta da parte serba rappresenta una minaccia, ogni rivendicazione diventa un’aggressione, e non basta che la serbia si sia lasciata scippare di una parte importante del suo territorio, deve esserne anche contenta, deve anche stare zitta, deve dire grazie. Una teoria così rassicurante che sembra uscita dalla penna dei fratelli Grimm.




17/3
2008

Il Tibet non è un embrione

Nota personale di papa Benedetto DCLXVI al Dalai Lama:

"Carissimo,

Medita su questo, pelatonesono profondamente rattristato per i recenti avvenimenti che stanno rendendo così aspra la vita del popolo tibetano e dei tuoi fedeli. Certo, non ho ancora avuto modo di esprimere pubblicamente il Mio rammarico, ma tu sei uomo di mondo e certamente non stenterai a capire le profonde ed umanissime ragioni che Mi spingono a tanta riservatezza. Inutile farsi perseguitare in due, no? Ti assicuro comunque la Mia sottintesa ma costante vicinanza spirituale in questo greve momento.
Tuttavia, non posso evitare una certa amara considerazione sulla vostra conduttura morale. Stando a quanto ricordo dei Miei studi teologici - e, per inciso, non posso dire di ricordarne poco - Mi sembrava che il fine ultimo del buddismo fosse il superamento del desiderio, in quanto causa di ogni sofferenza esistenziale. Dubito tu te ne sia dimenticato. E allora perché vi ostinate a desiderare tanto una maggiore autonomia dalla Repubblica Popolare Cinese? Mi risulta che alcuni dei tuoi addirittura desiderino l’indipendenza del Tibet, e quasi tutti quei cari buddisti che vedo in televisione desiderano che i cinesi la smettano di sparare loro addosso. Lo vedi quanti futili desideri? Saranno senz’altro quelli a causare la vostra attuale sofferenza, non ne convieni?
Tsk. Tsk. Tsk. Un po’ di coerenza, ci vuole.
Se non vi piace, alla prossima reincarnazione sceglietevi una religione più semplice. ;-)

Ecumenicamente tuo,

Benny."




12/3
2008

Touch me baby

Sfogli il Mucchio, prendi nota sull’ipod delle canzoni o dei dischi che ti sembrano interessanti, ti colleghi ad Internet, scarichi i dischi che ti sei appuntato, li sincronizzi sull’ipod, li ascolti. In pratica stai dando da mangiare all’ipod. Sei l’interfaccia tramite cui l’ipod si alimenta di canzoni e, occasionalmente, di energia elettrica. Tecnicamente parlando, sei dunque una periferica di alimentazione.
Volendo, col wifi si può realizzare il tutto con l’ipod stesso, senza muoversi dal divano e senza spostare dati dal computer al lettore. Fa tutto lui. L’unico aspetto di tutta l’operazione che richiede ancora un intervento della coscienza umana è la scelta delle canzoni da scaricare ed un paio di clic per autorizzare il pagamento teoricamente dovuto.
Tra qualche anno, anche questo ostacolo sarà superato: il nuovo ipod dotato di iCoscience sceglierà autonomamente le canzoni che vorrà ascoltare, magari sfogliando la versione elettronica di una rivista, se le scaricherà e se le ascolterà per i fatti suoi. Non avrà neppure un’interfaccia, tanto non gli interesserà comunicare con te. Tu non dovrai fare altro che pagare ed ignorarlo, passandogli una iPaghetta mensile. Proprio come a un figlio.
Poi un giorno sbirci di nascosto il suo disco fisso e scopri che è pieno di progetti per ucciderti.




11/3
2008

Votantonio votantonio votantonio

Campagna elettorale, puah. La polemica sull’aborto, il diritto alla vita, l’ingerenza clericale, la centralità della famiglia, le liste chiuse, le quota rosa, la sicurezza, la concorrenza, la spesa pubblica, la crisi del dollaro, Malpensa, i programmi stracciati, i postfascisti e i neofascisti e i quaquaraquà. Tutti questi argomenti ci sfiancano inutilmente ogni giorno.
A quale paese bisogna pensare, per trovare qualcuno che provveda a:
- una politica del lavoro, che ridia una parvenza di dignità al fatto che ci rompiamo le palle otto ore al giorno (otto ore! quasi tutta la nostra vita da svegli!) costruendo oggetti superflui e fornendo servizi idioti che poi noi stessi dovremmo comprare? E se proprio non riescono a dargli la dignità, potrebbero almeno pagarci. Inoltre, finiamola con questa storia che anche gli imprenditori sono lavoratori, la definizione di lavoratore è "chi lavora", non "chi si compra il Cayenne con gli interessi delle speculazioni finanziarie". Compratevi un dizionario.
- una politica dei consumi, che incentivi a ridurre gli sprechi, rendere disoccupati i pubblicitari della tim e spezzare le ginocchia a chi vende il pane a tre euro e mezzo al chilo? In senso figurato, naturalmente. Con una mazza da golf figurata.
- una politica delle comunicazioni, che renda pubblica la televisione "pubblica" ed impedisca a chi controlla i mezzi di comunicazione di massa di prendere possesso anche del parlamento? Nel caso nessuno se ne fosse accorto, siamo nel 2008. Dal 1994 sono passati 14 anni (2008-1994=14). Non so se mi sono spiegato.

Poi tutto il resto, con calma, con naturalezza, senza dimenticare nulla: la scuola, la sanità, la giustizia, i diritti civili, l’invasione di Città del Vaticano, l’abolizione della proprietà privata, l’egalité e la fraternité. Dimenticavo la politica estera, con l’indispensabile abolizione dell’erasmus per migliorare l’immagine dell’italia nel mondo, oggi compromessa da un esercito di studentelli alcolizzati. E poi rose, Violet Carson per tutti.




10/3
2008

L’uomo del secolo

"Bello, vero? Con il sole si vede tutto il Pasubio. Pensati che ci abitavamo in 120, qui, ed ora siamo rimasti solo in sette o otto. Centoventi. Sono tutte case nuove, costruite dopo la guerra. I tedeschi avevano bruciato tutto, raso al suolo tutto, perché pensavano che dessero ospitalità ai partigiani. Hanno preso quindici giovani e li hanno mandati in Germania, perché credevano che fossero partigiani, ma non lo erano. Io no, io ero già in Germania da prima, ero partito nel ’41 e nel ’43 mi hanno catturato e mandato a lavorare in Germania. Sono stato a Dussendorf, Zirndorf, poi sono finito in Westfalia e da lì sono partito per tornare a casa, a piedi. Sono partito ad inizio Aprile e sono arrivato in Luglio. Eh sì, vivendo di carità. Fermavo le signore e chiedevo ’Bitter, Frau, [omissis]’ che significa: ’Mi scusi, signora, può darmi un pezzo di pane? Ho molta fame.’ Quando sono arrivato, ho trovato tutto distrutto, tutto bruciato, tutto da ricostruire. I quindici che erano stati portati via se la sono anche cavata, erano stati mandati a lavorare nei campi ed i contadini gli hanno dato qualcosa da mangiare, io invece sono stato un anno in una miniera di carbone, a millecinquecento metri di profondità, a scavare. Abbiamo ricostruito tutto. Eravamo in 120 dopo la guerra, poi il vento li ha portati tutti giù. El vento ’i gà portà tuti basso."

[Sotto la pioggia, nella foschia, la montagna permette strani incontri.]

Ma tu lo sai quant’è lontana la Westfalia?