11/2
2014

Bosnia, una protesta fa primavera?

Da qualche giorno anche la Bosnia si è unita al folto numero di stati in cui è attualmente in corso un conflitto sociale, stoicamente messi sotto silenzio dai mezzi di comunicazione italiani troppo impegnati ad occuparsi di alleanze politiche, marò, truculenti episodi di cronaca nera. Uso quindi il modesto strumento di questo bloggo di campagna per attirare la vostra attenzione su quanto sta succedendo nel Paese balcanico.
La protesta è iniziata a Tuzla, una città industriale della Bosnia nord-occidentale a maggioranza musulmana, a causa della crisi economica che ha colpito in particolare i dipendenti di cinque grosse industrie recentemente privatizzate. Le manifestazioni hanno portato a scontri con la polizia ed all’incendio della sede del governo cantonale che amministra la provincia. Da lì, il giorno successivo le proteste si sono diffuse anche nella capitale Sarajevo, a Mostar, Zenica ed in altri centri minori, assumendo caratteristiche anche violente: sassaiole contro la polizia, incendio di auto e palazzi del governo, numerosi feriti. I manifestanti puntano a rivendicazioni piuttosto generiche: le dimissioni della classe politica, più posti di lavoro... Nei contesti specifici sono stati presentate delle richieste più dettagliate, ad esempio a Tuzla dove si esige il pagamento degli stipendi arretrati e dei contributi oltre all’annullamento delle privatizzazioni. D’altra parte, pressoché tutte le forze politiche sono unite nel condannare le violenze ma anche nel "condividere" le ragioni dei manifestanti, ovviamente sottraendosi alle proprie responsabilità nella gestione politica dello stato bosniaco.
Le proteste sono proseguite, seppur in modo più pacifico, anche nei giorni successivi, meritandosi l’abusato slogan di "Bosnian Spring". Manifestazioni di solidarietà,a dire il vero piuttosto sparute, si sono svolte anche a Banjia Luka, Belgrado e Lubiana, altre sono annunciate per i prossimi giorni a Zagreb e in Montenegro. Secondo molti è proprio questa la caratteristica più importante del conflitto in corso: le manifestazioni avrebbero un carattere trans-etnico, i bosniaci avrebbero finalmente compreso quanto la loro classe politica, compresi i fondamentalisti islamici, si sia fatta scudo del nazionalismo, del ricordo dei conflitti bellici e delle rivalità etniche per derubarli e mantenersi al potere. Questa è la posizione per esempio del filosofo e giornalista sloveno Slavoj Žižek, ma anche di molti altri che hanno dato grande enfasi alle manifestazioni in Serbia e ad un presunto sentimento di Yugo-nostalgia che animerebbe molti manifestanti.
Altri, al contrario, sostengono che le proteste sarebbero state aizzate proprio dai politici bosniaci per arrivare all’eliminazione dei cantoni ed alla centralizzazione dello stato bosniaco, ovviamente a sfavore di croati e serbi che costituiscono minoranze importanti e che attualmente godono in alcune regioni di una buona autonomia. Banalmente, si potrebbe dire che non è tutto oro quello che luccica e che troppe volte ci siamo fatti illusioni su "rivoluzioni" che si sono poi rivelate spietate manipolazioni. Nel caso balcanico, viste le ferite non ancora rimarginate della guerra di vent’anni fa, tutto può ancora succedere. Non si vede al momento un’ideologia o una finalità ultima condivisa che possa costituire una trama comune, la rabbia delle masse può essere strumentalizzata così come può portare a grandi cambiamenti nell’intera regione o anche disintegrarsi in interessi particolaristici e degenerare in lotta fratricida. O annacquarsi in una bottiglia di rakija, chi lo sa. I balcani sono un grande laboratorio sociale in cui spesso si è giocato sporco, da parte della Nato, dell’Unione Europea e pure di Al Qaeda, ma è anche un calderone in cui si agitano grandi passioni e popoli eccezionali. La confusione è grande e la situazione magari non è eccellente come alcuni vogliono credere, ma sicuramente merita tutto il nostro interesse.

Note estemporanee di zio Lusky:
State alla larga dagli anarchici informali, gli anarchici per bene si riconoscono perché danno sempre del lei e dicono buongiorno, buonasera, prego, si accomodi, e grazie.




9/2
2014

Sputacchi di riflessione

Gli ultimi mesi sono stati piuttosto saturi, sia per quanto riguarda il lavoro al bunker che per il restante tempo di vita. Tutto ciò è scocciante, in primo luogo perché mi lascia poco tempo per aggiornare il bloggo.
Il mondo del lavoro, senza voler entrare nello specifico del mio impiego (progetto e commercializzo mine antiuomo a forma di cucciolo morbidoso) sta diventando sempre più un sistema di sfruttamento in cui qualsiasi concetto di qualità della vita e persino i diritti acquisiti vengono accantonati in nome di una crisi perenne. Questa crisi è la nuova faccia del capitalismo globale, che nello stato di emergenza permanente trova giustificazione ad ogni intromissione nella vita politica, ad ogni riduzione dei diritti sociali e ad ogni intensificazione del processo di alienazione nelle realtà produttive. Ma sono sicuro che finirà presto, come promette ripetutamente il presidento Letta, sempre impegnato nella sua lotta a fianco della borghesia e del padronato per mantenere lo status quo. Lo status quo, da parte sua, si lascia intanto scivolare docilmente verso la barbarie, protetto solo dalla miopia italiana che guarda ai propri risibili problemi umbelicali (il prossimo uomo di paglia da sacrificare agli dei, il dito di gesso che indica una luna di cartapesta) anziché riconoscere le incarnazioni particolari di problemi globali e, presone atto, prendere le armi contro un mare di affanni.
Di tutto questo e di molto altro mi trovo spesso a parlare, affranto, con l’amico Nello tramite messaggini di facebook, superando la contraddizione specifica tra la nobiltà dell’intento e la pragmaticità dei mezzi. Questo spiega anche perché il mio linguaggio politico sia felicemente tornato al livello dei collettivi internazionalisti dei primi anni Novanta, molto più civili dei meschini luoghi di confronto di quest’epoca meschina illuminata al led.




1/11
2013

Le Dolomiti nel Paese dei Gatti

"Appena fu sorta la Luna, arrivarono sul monte sette Salvàni, che si disposero in cerchio e cominciarono a fare da ogni parte strani movimenti, come se afferrassero qualche cosa d’invisibile; le loro manine si agitavano e s’incrociavano nell’aria come le onde di un torrente in piena. Il principe osservava con meraviglia questo lavorio, e finalmente chiese ai nani che cosa stessero facendo.
- Filiamo la luce della Luna, - gli risposero.
Infatti, dopo non molto tempo, nel mezzo del cerchio formato dai nani apparve un piccolo gomitolo luminoso, che diffondeva intorno un chiarore tenute ed uguale. I nani continuarono a lavorare attivamente; un’ora passava dopo l’altra e il gomitolo cresceva, cresceva, finché prese l’aspetto di un grosso involto."

Arrivato a questo punto della lettura, mi sono interrotto di colpo. La scena mi era sinistramente familiare, avendo appena finito di leggere i primi due volumi di 1Q84 di Murakami. I Little People, intenti a filare la luce lunare fino a crearne un grosso gomitolo, una crisalide d’aria, in cerchio, in silenzio. Ma dal bozzolo, in questo racconto, non sarebbe uscito un inquietante Doppelgänger, bensì fili e fili di tessuto argenteo per ricoprire completamente le cime delle Dolomiti, così che la figlia del Re della Luna non morisse di malinconia per la sua terra natia e potesse rimanere sulla Terra accanto al principe innamorato.

Un banale plagio, un omaggio naive? Possibile, ma improbabile. Il brano che ho riportato proviene verosimilmente da un’antica leggenda ladina, pubblicata nel Novembre del 1925 dal buon Carlo Felice Wolff con il titolo "I Monti Pallidi".

Poi dicono che tutto è già stato scritto. Dicono anche l’inconscio collettivo.
Ma io dico "flusso canalizzatore".




24/10
2013

Il miliardo /8

Com’è ben noto, l’esimio dott. Marco Polo il viaggio di ritorno l’ha preso un po’ largo, vagabondando allegramente per il Sud-Est asiatico e le isolette e l’India prima di decidersi a prendre il traghetto di ritorno per Venezia. Io et Amormio, vittime incolpevoli delle esigenze produttive del sistema capitalistico, ci siamo invece limitati a prendere un airfranz da Pechino a Parigi e da lì, dopo poche ore di comoda attesa, un altro aereo fino a Linate. I più attenti tra voi avranno notato che fino a questo punto il mio prolisso racconto non ha segnalato disavventure, nessun treno perso, nessuna rapina, nessun arresto per attività controrivoluzionarie. Poi siamo tornati in Italia, appunto.

Per prima cosa, l’aereo viaggia con un’oretta di ritardo. Pazienza, ormai siamo alla fine della storia, basta arrivare a Milano e sciropparsi tre ore d’auto per arrivare al Triste Borgo Natio e dormire. Poi però dobbiamo aspettare un’altra ora che il nastro sputi i nostri bagagli ammaccati ma pazienza, orami siamo a Milano e basta recuperare l’auto dal parcheggio e sciropparci queste tre ore di viaggio verso casa, l’ultimo sforzo. Poi però il nostro odore di the e di avventura stimola l’olfatto dei cani antidroga all’aeroporto, e le guardie ci chiedono gentilmente se abbiamo droga o soldi o se abbiamo frequentato gente che fa uso di droga o di soldi e meglio se ce lo dite subito, non c’è niente di male, risolviamo tutto più velocemente. Ci smontano il bagaglio, frugando fin dentro il flaconcino di autan, e sempre molto cortesemente dopo un’altra ora di perquisa ci lasciano andare mentre i cani ci guardano con l’aria di chi ha perso un amico. Ma fa niente, ci dobbiamo solo districare nel labirintico parcheggio di Linate, trovare la macchina e bla bla bla tre ore-casa-letto. Sono le sei del pomeriggio, siamo in piedi già da diciotto ore e cominciamo ad averne le balle piene. Troviamo l’auto. Le porte non si aprono. Panico.

Può essere la batteria del telecomando, diciamo. Torniamo in aeroporto e corrompiamo le guardie perché ci lascino entrare in zona duty free e comprare una batteria di riserva. Non è la batteria del telecomando. E’ la batteria della macchina. Le porte continuano a non aprirsi.

Peraltro comprata nuova due settimane prima.

Non esistono ovviamente prove che lo dimostrino, ma l’ipotesi più convincete è che alla partenza, uscendo dall’auto, io abbia erroneamente premuto un pulsantino sul telecomando che non sapevo a cosa servisse, e vien fuori che quel pulsantino accendeva le luci di parcheggio, e che non sia una buona cosa. Ora, come tutti sanno, le auto generalmente hanno una chiave meccanica di riserva per aprire le porte quando il telecomando non funziona. La nostra chiave meccanica di riserva era dentro l’auto. Avevamo per fortuna una copia di scorta.

A casa.

Accelero sul seguito: bestemmie, crisi isteriche, voglia di ricominciare a fumare, ricerca di uno scassinatore d’auto, ricerca di un meccanico che non avesse nulla da fare il sabato sera, ricerca di un mezzo sostitutivo per tornare a casa. Abbiamo lasciato l’aeroporto verso le dieci di sera, su una stramaledettissima Smart a noleggio con il ridicolo portabagagli pieno, esausti, fermandoci ad ogni autogrill per darci il cambio alla guida.

E la mattina dopo, recuperata la fottuta chiave di scorta ed un carica batterie per auto, siamo tornati all’aeroporto a riprenderci la macchina pagando pure un sovrapprezzo per avere sforato il tempo di parcheggio. Alla fine ce l’ha avuta più semplice Marco Polo.


Alla fine, si chiederanno i miei piccoli lettori, cosa m’è rimasto di questo viaggio in Cina?
Cambiamenti epocali nella mia coscienza? La capacità di affondare sulle anche? Malattie veneree?

No, no e no. Ma dolci ricordi ed alcune considerazioni superficiali.
La Cina possiede la capacità di ridimensionare i concetti di spazio e tempo. Lo spazio, perché ogni distanza è almeno il doppio di quello che avevo immaginato. Il tempo, perché puoi fare seicento chilometri in due ore e poi aspettare un’ora in fila in biglietteria. Ridimensiona gli standard di pulizia, ti costringe a chiederti quanta sporcizia puoi sopportare, quanto siamo diventati troppo abituati al pulito e schizzinosi. Dai panni di camoscio vergine per pulire il vetro dell’iphone (eccessivo) ai piatti del pranzo sciacquati in un secchione di plastica unto (insostenibile) ci sono un sacco di sfumature di igiene più o meno sopportabili. Ti fa riflettere sui colori: la kitcheria è imperante, ovunque è un tripudio di luci al neon e vernici sgargianti, il grigio delle chiese stona contro l’allegra simbologia dei templi. La Cina rimette in discussione quello che sai fare: viaggiare in taxi, aggiustare al volo un paio di occhiali rotti, lavare a mano in albergo. Ci vuole un secolo per sciacquare la roba nel lavandino di un albergo, tocca ripescare conoscenze ancestrali di economia domestica dall’inconscio collettivo o almeno dai ricordi della nonna. Allo stesso modo conoscendo appena la pronuncia dei numeri e venti parole di mandarino siamo riusciti a far tutto, senza guida, senza interprete, senza alpitour, anche e soprattutto quello che ci avevano sconsigliato di fare. Le cose che sembravano complicate sono risultate semplici. Il mondo è semplice da attraversare.




Chiudo con qualche parola di ringraziamento: a Marco Polo, che ha aperto la strada, e al sito Soffia il vento dell’est che mi ha fatto da guida nel libro del Rag. Polo. Al sito Sapore di Cina con i suoi preziosi consigli pratici di viaggio e al sito China Files che è una delle più importanti finestre sul mondo cinese e ieri ha anche pubblicato un breve articolo sulla nostra esperienza a Chenjiagou, che avevo scritto in precedenza per una pubblicazione del Borgo. Grazie ai compagni occasionali di viaggio ed allenamento, che hanno reso più semplice superare i pochi momenti di sconforto, ed alle nostre esperte di cineserie nel Triste Borgo Natio, che sono state prodighe di indicazioni pratiche per prepararci al meglio alla spedizione.

[E’ finito, dai.]

[Era anche ora.]

[Che fate ancora qui? Sgomberare, sgomberare...]




23/10
2013

Il miliardo /7

Pechino, proveniendo dalle campagne dello Henan o da Ping Yao, ma anche da Zhengzhou o Taiyuan o in fondo anche da Hangzhou, è praticamente una città europea. Cioé, hanno le macchine che puliscono le strade, non gli spazzini con la ramazza fatta con le fronde degli alberi. Hanno una metropolitana grandissima ed efficientissima, grandi viali pedonali, librerie internazionali. La gente è così educata che quasi quasi puoi fare anche centro metri senza che qualcuno cerchi di scatarrarti sulle scarpe, salgono sulla metro con lo sguardo ottuso dei tori portati al macello, travolgendo placidamente qualsiasi cosa (o persona) si trovi sul loro cammino, poi si siedono a giocare con lo smartphone per tutto il viaggio e non si rialzano mai più. Io credo ci sia gente che quest’estate si è passata le ferie in metropolitana a giocare col telefono, avevano l’abbronzatura solo sul contorno occhi.
Io et Amormio abbiamo trascorso un paio di giorni a Cambaluc più che altro per riposarci delle avventure a Chenjiagou, per cui i nostri interessi turistici erano rivolti soprattutto al mangiare ed al dormire. Vicino al nostro albergo, una cosetta molto occidentale senza infamia né gloria, abbiamo trovato un ristorante musulmano dove si mangiava molto bene e diverse bettole più che accettabili. Un giorno siamo saliti sulla collina del carbone, da cui si godeva di una magnifica vista sulla Città Proibita e le orde di formichine che la visitavano, un altro giorno ci siamo sfiniti in lungo ed in largo per il Tempio del Cielo, capolavoro dell’architettura Ming. L’aria è come ce l’aspettavamo, densa e giallognola e lascia un gusto acidulo in bocca, sapore di inquinamento e di suggestione. Pechino non ci impressiona, perché non ci sorprende. Al terzo giorno, o giù di lì, lasciamo l’albergo in una nuova alba di foschia estiva e ci facciamo portare in aeroporto.

Affidate al nastro bagagli le valigie piene all’inverosimile di libri, soprammobili kitch, souvenir per i nipoti e persino un tamarrissimo cappello da Raiden, spendiamo gli ultimi yuan per una scatoletta di mentine al duty free e ci imbarchiamo. Come all’andata, classe super economica e pasti vegetariani, che arrivano prima e diminuiscono drasticamente il rischio di avvelenamento. Sotto di noi, scorre il nastro della grande muraglia, la steppa mongola, l’Asia.

[continua]


[ebbene sì, non ho ancora finito]




22/10
2013

Il miliardo /6

Lasciamo Chenjiagou di mattina, dopo una solida colazione a base di pane al vapore, verdure e minestrina, come tutti gli altri giorni. Restituiamo le scodelle e le bacchette che c’erano state assegnate d’ordinanza ed attendiamo il taxi. Nel mentre, ci scattiamo foto con tutti e prendiamo l’indirizzo qq di chiunque sappia l’inglese, per poter mantenere i contatti in futuro. Il taxi arriva. La strada è un pantano per l’acquazzone della sera prima, un camion è rimasto bloccato proprio all’inizio del dosso e le motorette elettriche non sanno proprio come passare, ma noi in qualche modo riusciamo a raggiungere il tratto asfaltato e veniamo accompagnati fin dentro la stazione degli autobus, dove praticamente ci imbarcano su un autobus per Zhengzhou. Tanta premura (adeguatamente remunerata) ci fa sorridere, fino a quel momento ce la siamo sempre cavata contando sulle nostre quattro parole di mandarino stiracchiate.
L’autobus, stavolta, è moderno e dotato di tutti i comfort, tra cui gli ammortizzatori. Lo specifico perché non pensiate che "l’autobus scassato" dell’andata fosse uno stereotipo. L’unico problema del viaggio di ritorno, in effetti, è che un tizio due sedili davanti a noi aveva il raffreddore e voi sapete cosa fanno i cinesi quando sono raffreddati, vero?
Certo che lo sapete. Non occorre spiegarvelo.
Ma dato che insistete, ve lo dico lo stesso. I cinesi non si soffiano il naso, pensano che sia maleducazione o roba del genere. I cinesi sputano. Mi sa che l’ho già scritto. I cinesi sputano assai, meno ora che un tempo, ma più in campagna che in città e ovviamente più quando sono raffreddati di quando hanno il naso libero. Il nostro compagno di viaggio, giacché probabilmente è una persona educata, si fa quindi portare il cestino dei rifiuti, lo posiziona accanto al proprio sedile e ci scaracchia dentro per tutto il viaggio, ovviamente dopo aver aspirato dalle proprie viscere quanto più muco possibile e con il maggior rumore possibile. Due ore dura il viaggio da Wenxian a Zhengzhou, forse anche qualcosa di più. Due ore di allegri scaracchi.
A Zhengzhou stavolta ci fermiamo solo il tempo di cambiare l’autobus con un altro taxi, direzione stazione orientale. Da qui partono i treni ad alta velocità che corrono sulle direttrici nord-sud ed est-ovest, gran vanto dei trasporti della repubblica popolare. Entriamo in una stazione che sembra un aeroporto, facciamo una breve coda al banco della biglietteria, chiediamo il primo treno per Pechino. Quindici minuti, ci dicono. Porgiamo i soldi, trentacinque euro a testa, ed il passaporto, perché le nuove misure anti bagarinaggio prevedono che ogni biglietto abbia il numero del documento di identità. Attendiamo al gate, dove i cancelli si aprono solo pochi minuti prima dell’arrivo del treno. Scendiamo ai binari, aspettiamo dove il numerino dipinto sul marciapiede indica che si fermerà esattamente la nostra carrozza, saliamo.
Zhengzhou-Pechino, poco più di settecento chilometri, velocità di crociera di 295 km orari. Da Zhengzhou parte uno di questi treni ogni mezz’ora, all’incirca, e dato il costo è uno dei pochi treni che puoi arrischiarti a prendere senza bisogno di prenotare il biglietto in anticipo, almeno nel periodo estivo. Dicono che l’intera rete dei treni ad alta velocità in Cina l’abbiano costruita nel giro di cinque o sei anni, infatti nelle nostre guide turistiche di dieci anni fa non vi fanno nessun cenno. Immagino e penso, mentre scivolo rapidissimo sulle campagne, a terreni requisiti, tangenti intascate e devastazioni ambientali. Penso alle tav di casa nostra, ai vantaggi e a gli svantaggi, alla differenza di condizioni. Tre ore dopo siamo a Pechino, ultima tappa.

[continua]




11/10
2013

Il miliardo /5

Andarsene da Ping Yao non fu molto più semplice che arrivarci. Un treno affollatissimo, in piedi e stretti come sardine fino a Tai Yuan. Un aereo ad elica, che sicuramente Marco Polo non ha preso altrimenti non avrebbe mancato di descriverne l’aspetto malconcio, il rumore assordante e le inquietanti vibrazioni che ci hanno accompagnato fino a Zhengzhou, Henan, altra metropoli cinese del cazzo da mille milioni di abitanti, snodo centrale dei trasporti e calamita irresistibile per le moltitudini di poveracci che esulano dalle campagne col sogno di un appartamento in un grattacielo di cinquanta piani, con l’acqua in casa e la corrente elettrica. Banche, motorini elettrici, enormi cartelloni pubblicitari elettronici, interminabili ingorghi di auto, cataste di angurie sul marciapiede, cataste di esseri umani sugli scooter. 38 gradi all’esterno, forse 20 all’interno del taxi e dell’albergo stile ikea che ci ha ospitato: quanto di più lontano dagli ostelli tipici dove avevamo dormito fino a quel momento: televisione, un bagno pulito e ciabatte di carta.

A Zhengzhou abbiamo trascorso una notte sola, al mattino altro giro di taxi e poi qualche ora di viaggio su un autobus scassato, fino a lasciarci alle spalle la città ed attraversare il Fiume Giallo, quel giorno particolarmente limaccioso e pigro. Oltre il fiume, oltre un’altra anonima cittadina, il motivo ultimo del nostro viaggio: un villaggio di contadini, pastori e maestri di Taijiquan.

Chenjiagou, Henan, è la mecca dei praticanti di Taiji. Al netto delle leggende sui monaci e gli immortali, di gru e serpenti assortiti, Chenjiagou è il posto a cui fanno riferimento le più antiche tracce storiche relative al Taiji, da cui sono partiti i venti stili e le diecimila scuole che si sono diffuse ad Oriente ed in Occidente. In qualche modo, un po’ per caso e un po’ per amore delle tradizioni, in questo villaggio si è continuato ad insegnare e a praticare il Taiji per qualche secolo, nei cortili delle vecchie case, ai bordi dei campi coltivati a granturco e delle strade sterrate. Oggi vi si trovano alcune delle più prestigiose scuole della Cina, dove insegnano maestri noti in tutto il mondo (quando non sono impegnati in lucrose tournée in giro per il mondo). Chiunque pratichi quest’area marziale con una briciola di consapevolezza, sogna prima o poi di recarsi a Chenjiagou e confrontarsi con il fascino di questo posto, imparando dai migliori. Io pure, da bravo cialtrone, aspettavo da anni il momento in cui avrei potuto allenarmi a Chenjiagou, attingendo all’inconscio collettivo che di certo permeava il villaggio.

La vita di noi allievi estivi era piuttosto intensa. Una camera spoglia, sporca e polverosa. Spartana, senza offesa per gli spartani. Sveglia alla mattina presto, colazione a base di verdure e pane al vapore, allenamento in palestra fino alle undici e mezzo, pranzo a base di verdure e riso, tre ore di riposo, allenamento fino a sera, cena a base di verdure e riso. A sera niente, si dormiva, sia perché eravamo stanchi morti sia perché a Chenjiagou non c’è niente da fare e niente da vedere, e se ci fosse qualcosa da vedere non Lo si potrebbe vedere lo stesso perché non ci sono lampioni lungo le strade. Ogni tanto, assieme alle verdure ci offrivano del tofu, l’unico tofu cattivo che io abbia mangiato in vita mia, o delle teste di gallina che curiosamente non ho mai assaggiato. Ma non ero lì per mangiare, ovviamente. Men che mai teste di gallina. Ero lì per allenarmi con i migliori maestri, per esercitarmi con i più determinati praticanti di taiji del mondo, per sudare fino ad inzuppare ogni centimetro di maglietta e ovviamente per ammantarmi di fascino esotico e fare lo spocchioso una volta tornato a casa e per Lao Tze, ho fatto tutto questo ed anche di più. Dopo un paio di giorni di allenamento intensivo nel caldo infernale di quella mitica palestra di campagna non sentivo più neanche la stanchezza. Dopo quattro giorni, non sentivo più la fame e la sete. Dopo una settimana, ho ricominciato a sentire la stanchezza, la fame e la sete con tutti i cazzo di interessi e sono andato via, con un piccolo bagaglio di cose imparate ed un grande bagaglio di emozioni e magliette sporche. Immagino di aver anche lasciato lì qualcosa di mio, se non altro il ricordo di tutte le figure di merda che ho fatto, unico dilettante tra tanti artisti.




24/9
2013

Il miliardo /4

A Ping Yao, dunque, io et Amormio ci siamo concessi alcuni giorni prima di proseguire verso la meta principale del nostro viaggio. Abbiamo percorso in lungo e in largo le strade polverose della città tartaruga, visitando templi di quasi tutte le divinità inventate dall’uomo, banche comprese, ed imparando a contrattare con i venditori cinesi in modo dignitoso. Contrattare in modo dignitoso significa: chiedere quanto costa, dividere per cinque, arrivare a pagare un terzo o metà, sapere di essere stati lo stesso fregati, ma con dignità. Arrivare a questo risultato ci è costato qualche esperimento a volte anche imbarazzante, perché i cinesi si risentono se non contratti o meglio, si risentono se ti rifiuti di comprare al prezzo che propongono loro e però non sei neanche disponibile a contrattare per avere un prezzo più basso, però si risentono anche se offri un prezzo troppo basso. I commercianti cinesi di norma sono sempre incazzati.
Ping Yao è stato anche l’unico posto, in tutti i viaggi che ho fatto all’estero, in cui sono stato contento di incontrare degli italiani. Ad Hangzhou non se n’era visto neanche uno, e l’arrivo a Ping Yao tra viaggio e ruderi era stato un po’ traumatico, per cui ci ha fatto piacere scoprire che nella stanza accanto alla nostra dell’ostello-stile-hutong-con-letti-tradizionali-Kang alloggiava una famiglia di veneziani, simpatici giramondo con cui cercare un ristorante e scambiare quattro parole nella lingua di Dante. Perché io sono fatto così, se incontro italiani all’estero comunico solo in fiorentino trecentesco, essendo molto ligio nel rispettare le mie figure retoriche.
Altra cosa da segnalare di Ping Yao è un posto che mi pare si chiami Sakura Cafè, proprio sulla via principale. E’ il secondo posto peggiore dove abbiamo mangiato, quello in cui abbiamo pagato di più (nove euro per due panini, in una città dove di solito facevamo un pasto completo con quattro o cinque euro in due) ed in assoluto il locale con il più alto numero di camerieri intenti a giocare con il cellulare mentre io aspettavo il mio panino. Io voglio bene a quei ragazzi e capisco che invece di massacrarsi la schiena nelle piantagioni di riso abbiano preferito andare a scriversi messaggini nel fresco riparo del Sakuta Cafè di Ping Yao, ma per la barba di Mao Zedong se non avessi chiesto più e più volte a quest’ora starei ancora aspettando quel cazzo di panino con la cotoletta, che li colga lo scorbuto.
Ultima cosa da segnalare di Ping Yao è il letto Kang. Non è che lo saprei descrivere, è tipo una piattaforma rialzata che occupa mezza stanza con sopra un materasso. Provatelo. E’ durissimo, pare di dormire sui mattoni, e voglio che soffriate come me. Inoltre, è solo il secondo letto più duro che abbiamo provato in Cina, e questo getta un’ombra inquietante sui prossimi capitoli di questa saga.

[continua]




5/9
2013

Il miliardo /3

Fino all’inizio del ventesimo secolo Ping Yao era un noto centro finanziario dell’impero cinese, con grosse banche, grassi banchieri, belle ville, templi e tutto quel genere di cose. Girava un sacco di pilla, protetta da feroci guardie private e dalle alte mura di epoca Ming su cui si aprivano sei cancelli, disposti per disegno o per caso come la testa, le zampe ed il culo di una tartaruga. Ad un certo bel momento, però, la fortuna di Ping Yao venne a mancare. Secondo quanto riportano le guide turistiche, al termine dell’infelice guerra dei Boxer l’imperatrice Cixi se ne andò in pompa magna dai banchieri di Ping Yao a chiedere in prestito un po’ di soldini per pagare il risarcimento danni agli Occidentali vittoriosi: 450 tael d’argento, uno per ogni cittadino cinese dell’epoca. Non so a quanto cambiassero il tael d’argento all’epoca, o quanti fagiani ci si comprassero nei pressi del ponte sul Fiume Giallo, e neppure se il conteggio degli abitanti cinesi fosse al lordo o al netto di tutti quelli ammazzati dalle famigerate Otto Nazioni... fatto sta che era un mucchio di pilla. I banchieri pretesero a loro volta lauti interessi, e l’imperatrice li accettò senza troppe remore purché si spicciassero a sganciare.

Ma Cixi aveva le dita incrociate dietro la schiena, evidentemente, perché una volta che quel colossale mucchio di soldi ebbe lasciato le mura della città tartaruga, né loro né loro parenti ebbero mai occasione di tornare indietro, tanto meno con gli interessi. Ad oggi, almeno, non poniamo limiti alla buona fede dell’imperatrice. Di conseguenza, Ping Yao andò presto in rovina con le sua banche ed i suoi banchieri sempre più snelli, le guardie private addestrate nel kung fu ed in altri modi sanguinosi di proteggere il capitale si trovarono senza lavoro e nuovi grandi centri finanziari sorsero molto lontano, dalle parti di Shanghai ed Hong Kong.

Non ricordo se Marco Polo parli di tutto questo nel suo libro, ammetto di aver dato solo una scorsa veloce ad alcune parti. In ogni caso, quando io et Amormio al termine di un breve viaggio aereo e di un interminabile viaggio in autobus nel nulla cinese siamo arrivati a Ping Yao, abbiamo trovato una città non più in rovina, ma non ancora del tutto fuori dalla rovina. All’esterno delle grandi mura, la città nuova è il solito agglomerato di edifici anonimi che sembrano sul punto di crollare, edifici crollati da poco e nuovi edifici in costruzione. China as usual. I tassisti ti assalgono alla stazione degli autobus pretendendo di portarti da qualche parte, non capiscono nessuna lingua che non sia lo Shanxiese stretto e non accettano rifiuti. Unica zona di interesse fuori dalle mura è una piccola zona verde dove la sera capannelli di persone si riuniscono a ballare il liscio (giuro), illuminati dai fanali dei motorini a causa dei frequenti blackout estivi.
All’interno delle mura, la città come l’ha lasciata l’imperatrice Cixi: un agglomerato di case, ville, banche e templi di un secolo fa, in gran parte immutati, fossilizzati nell’epoca del massimo splendore come se gli abitanti originari se ne fossero scappati a gambe levate ed estranei si fossero progressivamente insediati al posto loro, ma senza preoccuparsi di rinnovare gli edifici né tantomeno di costruirne di nuovi, lasciando che il tempo e la polvere pian piano consumassero tutto.

Solo di recente, e si vede, qualcuno deve aver realizzato che la città tartaruga fossile potesse essere di qualche interesse ai turisti cinesi e agli stranieri. Hanno iniziato ovviamente ristrutturando le vie centrali, le mura, le torri, le banche e le ville. Sono arrivati i turisti e le bancarelle, i templi sono stati riaperti ed i tetti ricoperti di nuove tegole smaltate, gli archi ridipinti, gli artigiani di mille arti sono tornati con i loro attrezzi lungo le strade. Oggi tutta Ping Yao è in ristrutturazione, più o meno accurata o frettolosa, tutte le strade vengono spaccate per far passare tubature o cavi elettrici, nuovi edifici vengono rimessi a nuovo e aperti al pubblico, quasi ogni casa è potenzialmente un piccolo museo e sono sicuro che i posti segnati sulle guide non sono i più interessanti. Nel tempo, qualcuno arriverà addirittura a scoprire l’esistenza dello straccio per la polvere, e la vita di Ping Yao cambierà per sempre.

[continua]




28/8
2013

Il miliardo /2

Una delle critiche che vengono puerilmente fatte (da altri) al pregevole Marco Polo è di non aver mai accennato nel suo libro all’uso delle bacchette da parte dei cinesi al posto delle più pratiche posate. Mi sembra una critica davvero meschina: perché il comm. Polo avrebbe dovuto descrivere l’uso delle bacchette? Tutti sanno che i cinesi mangiano con le bacchette! Eventualmente, se uno proprio ha la curiosità di vederle, può andare in un ristorante cinese e chiedere di vederle, non mancano certo i ristoranti cinesi in giro. Molto più grave, invece, il fatto che il sen. Polo non spieghi assolutamente cosa si può mangiare con quelle bacchette, visto che a differenza dei ristoranti cinesi della Serenissima Repubblica, quelli del Catai si ostinano generalmente ad avere solo il menu in mandarino. Io, per un bizzarro caso del destino, parlo pochissimo mandarino e solo quello senza i semini, per cui durante il mio recente viaggio in capo al mondo ho trascorso i primi tre giorni a mangiare esclusivamente ravioli.

Ah, i ravioli! Culmine della cultura Ming! Sostanziosi, economici e misteriosi, perché non sai mai veramente cosa c’è dentro. Verdure? Potrebbero essere verdure. Carne? Potrebbe essere carne. Cane? Potrebbe essere cane. Vittima delle triadi? Potrebbe essere vittima delle triadi. Nel sottile scrigno di pasta tutto è pietosamente celato ed il passato non esiste. Inoltre, i ravioli sono semplici da pronunciare o da mimare in caso di necessità.

Lasciataci alle spalle Hangzhou, il suo romantico lago ed i suoi autobus con l’aria condizionata a palla, io et Amormio decidemmo di rifugiarci molto più a nord, a Pingyao nella privincia dello Shanxi. "Shanxi" letteralmente significa "ad ovest della montagna", perché si trova ad ovest del monte Tai. Ad est del monte Tai c’è un’altra provincia, lo Shandong, il cui nome significa ovviamente "ad est della montagna". Dite quello che volete dei cinesi, but they get their shit done. Pingyao è una cittadina magnifica, l’unico problema è che per arrivarci è quasi obbligatorio passare per Taiyuan e Taiyuan invece è una città di merda. Tipica metropoli cinese, ma peggio. Non so perché Taiyuan sia peggio: è caotica, sporca, rumorosa, alienante e puzzolente come un sacco di altri posti carini, però è brutta. Forse è perché mentre cercavo qualcuno che ci caricasse su un taxi e ci portasse alla più vicina stazione degli autobus, sono stato circondato da una ventina di pazzi che non capivano un’ostia di interlingua e ridacchiavano tra loro dei miei sforzi per comunicare, fino a quando dopo molta pena la foto di un bus non ha accesso in loro un barlume di primordiale connessione pittografica. Ecco, un’altra cosa di cui Marco Polo non parla è il fatto che i tassisti del Catai non capiscono un cazzo, niente di niente, gli dici "airport" e vedi le balle di fieno rotolare nelle loro pupille, gli dici "bus station" o "train" e niente, devi dirglielo in cinese e preferibilmente nel dialetto del postribolo di Kashgar dove sono stati partoriti oppure umiliarti a fare l’imitazione con le braccia dell’aeroplano, cosa che incidentalmente ho scoperto di essere bravissimo a fare. A parte questo, ho avuto un bellissimo rapporto con i tassisti cinesi, solo due o tre non hanno proprio voluto saperne di usare il tassimetro e nessuno ci ha imbrogliato rispetto al prezzo pattuito, in compenso non sapevano mai dove portarci e dovevano quasi sempre telefonare all’albergo per farsi spiegare bene l’indirizzo.
[continua]